Chi tira da qualche anno conosce la scena: stessa distanza, stesso arco, e oggi trenta punti in meno di ieri. Oppure la media ferma da mesi, mentre il gruppo, a guardarlo bene, non è più quello di prima. Sono due facce della stessa domanda, cioè quanto è ripetibile il proprio tiro, e la ricerca ci ha girato attorno da più lati: ha confrontato arcieri di livelli diversi, ha misurato muscoli e angoli freccia per freccia, ha contato le frecce degli scontri diretti e ha chiesto agli arcieri come vanno i loro giorni buoni e quelli cattivi.
Le risposte sono più ordinate di quanto ci si aspetti, anche se nessuna è chiusa. Salendo di livello le frecce si raccolgono in gruppi più stretti, ma quello che diventa più costante non è tutto il movimento: è la parte che decide dove va la freccia. Le misure del gesto, anche messe insieme, spiegano solo una parte del punteggio della singola freccia, mentre il punteggio di un giro intero, nell'unico studio che lo mette accanto alle misure di laboratorio, varia molto meno dell'attività dei muscoli. Da un giorno all'altro la precisione cambia parecchio, e nell'unico studio che l'ha misurato chi ha piazzamenti nazionali si distingue per la precisione che dichiara nei giorni cattivi, non in quelli buoni. Dopo due frecce fuori dal dieci, infine, la terza va peggio per tutti, in un archivio di quasi ventimila frecce di scontri diretti.
Per questo la costanza si misura sul bersaglio, senza laboratorio, a patto di tenere i numeri giusti e su abbastanza frecce. Più avanti spiego come lo faccio io con i miei atleti.
Che cosa vuol dire tirare costante
Consistenza vuol dire tirare uguale, che è cosa diversa dal tirare bene. Un arciere che mette tutte le frecce nell'otto, in un gruppo stretto, è più costante di uno che alterna dieci e sei con la stessa media: il primo ha un tiro su cui costruire, e spostando il mirino porta il gruppo al centro; il secondo ha un tiro che cambia da una freccia all'altra senza preavviso, e correggerlo è molto più difficile perché non si sa da quale freccia partire.
Il nome tecnico è dispersione, cioè quanto sono sparpagliate le frecce attorno al loro punto medio d'impatto. Va tenuta distinta dalla centratura, che dice quanto quel punto medio sta lontano dal centro, perché il punteggio le somma tutte e due e non dice quale delle due sta costando punti. Sulla carta un gruppo stretto fuori centro e uno largo ben centrato possono dare lo stesso totale, e nell'unico studio che ha misurato punteggio e posizione di ogni freccia negli stessi tiri, dodici giovani arcieri con un arco elettronico su un bersaglio proiettato, due ragazzi a un punto di distanza avevano un gruppo quasi doppio dell'altro: per questo il registro scrive che due arcieri con lo stesso punteggio possono raggruppare in modo molto diverso, un'affermazione riportata. La centratura si sistema con il mirino, come spiego nell'articolo su come leggere il gruppo; la dispersione no, ed è l'argomento di questo articolo.
Costanza e livello
Che salendo di livello il gruppo si stringa lo trovano tutti gli studi che hanno confrontato arcieri di livelli diversi, e nessuno trova il contrario. Il confronto più facile da leggere è anche uno dei più vecchi: nel 1990 un gruppo belga ha misurato a 18 metri il contorno dei gruppi da tre frecce di tre arcieri olimpici e sei di livello nazionale. Negli olimpici stava fra 7,8 e 10 centimetri, nei nazionali fra 11,9 e 26,7, circa il doppio in media.
Altri campioni dicono la stessa cosa con misure diverse. In 29 arcieri turchi, su 72 frecce a testa a 18 metri, la dispersione degli impatti dei principianti era da cinque a sette volte quella degli arcieri di alto livello; in una tappa di Coppa del Mondo del 2013 i primi venti del compound maschile perdevano per i gruppi fuori centro 0,30 punti su 36 frecce, contro 1,35 della media della loro divisione. Per questo nel registro l'affermazione che più alto è il livello, più il gruppo è stretto e centrato è riportata: i campioni indipendenti sono sette e vanno tutti nello stesso verso, ma sono confronti fra persone diverse misurate una volta, e la centratura migliore dei primi si vede netta solo nel compound maschile.
Lo stesso vale per i punteggi. In 188 arcieri statunitensi del ricurvo, divisi in quattro gruppi sulla media annuale, la deviazione standard andava da 21 punti nel gruppo di livello mondiale a 38 nel più debole, con un'eccezione, il gruppo nazionale e universitario, il più compatto di tutti a 14; nella nazionale greca le deviazioni standard dei punteggi di gara stavano fra 27 e 40 punti, contro i 69-77 di arcieri non selezionati con tre o cinque anni di gare; nella nazionale cinese la media per freccia a 70 metri era 8,7 con una deviazione standard di 0,5, nella squadra di Pechino 6,8 con 1,4. Questi numeri vanno letti con attenzione, perché quasi tutti misurano quanto sono vicini fra loro gli arcieri di uno stesso gruppo, non quanto ciascuno ripete sé stesso. L'unico campione che guarda dentro il singolo arciere è svedese: in venti giovani il punteggio e la deviazione standard delle serie andavano in direzioni opposte, con una correlazione di meno 0,65. Il registro tiene distinte le due cose, gli arcieri più forti sono anche i più costanti e salendo di livello i punteggi di uno stesso gruppo sono più vicini fra loro, ed entrambe sono riportate.
C'è poi una ragione quasi aritmetica. Chi tira vicino al dieci ha poco spazio sopra di sé, quindi le sue serie non possono oscillare quanto quelle di chi sta sul sette, e la costanza letta sul punteggio è in buona parte lo stesso fenomeno del livello, visto da un'altra parte. Nessuno, inoltre, ha seguito gli stessi arcieri mentre miglioravano: che prima si stringa il gruppo e poi salga il punteggio è quello che vedo sul campo, non una misura.
Che cosa diventa più costante nel gesto
Se il gruppo si stringe, qualcosa nel tiro deve ripetersi di più. Nel confronto fra esperti e principianti la direzione è chiara. Nello studio belga del 1990, confrontando i tracciati di dieci muscoli da un tiro all'altro, negli olimpici il 92 per cento era identico, nei nazionali il 41, nei principianti nessuno; fra i liceali di kyudo la posizione del gomito cambiava fra due tiri di sette decimi di millimetro in un praticante del terzo anno e di oltre trenta millimetri in un principiante; in otto arcieri d'élite francesi, confrontati con sette intermedi su 36 frecce a 70 metri, la deviazione standard del punteggio da una freccia all'altra era 0,91 contro 2,02. L'affermazione che gli arcieri esperti ripetono il gesto con meno variabilità dei principianti è riportata, e non di più, perché sono tutti confronti fra gruppi diversi, spesso minuscoli, e nessuno ha seguito gli stessi arcieri mentre imparavano.
Fra arcieri già bravi, però, il quadro cambia. In otto arcieri esperti, divisi fra un gruppo d'élite e uno di buon livello provinciale, la costanza della postura al rilascio non separava i due gruppi, e anzi gli élite risultavano spesso più variabili; nell'arciere numero due del mondo, su 60 frecce, l'angolo verticale della spalla prima del rilascio era più costante nelle frecce da 8 che in quelle da 10. La lettura più convincente viene da uno studio su sei arcieri d'élite di una squadra nazionale, 90 frecce a testa a 18 metri. Nelle frecce da 9 e da 10 spalle, gomiti e polsi variavano in modo che le variazioni si compensassero e la freccia restasse orientata, con un indice di compensazione al rilascio attorno a 0,4-0,6, contro 0,1-0,3 nelle frecce da 6 a 8. È un solo studio, quindi l'affermazione che nelle frecce migliori le articolazioni del tiro si compensano meglio tra loro è riportata, ma suggerisce un modo diverso di pensare la costanza: in quei sei arcieri le frecce migliori non venivano dal tenere fermo tutto, ma dal lasciar variare quello che non sposta la freccia.
Questo aiuta anche a capire perché ognuno tira a modo suo. Già nel 1990, in quindici arcieri di alto livello, quasi tutti della nazionale statunitense, l'attivazione dei due muscoli che chiudono e aprono le dita sulla corda variava del 15-16 per cento fra i tiri dello stesso arciere e di oltre il 50 per cento fra un arciere e l'altro. Nel 2025 una rete neurale, su quasi seimila tiri di quattro arcieri coreani di livello nazionale, ha riconosciuto l'autore del tiro nel 98,7 per cento dei casi guardando solo le traiettorie di spalle, gomiti e polsi. La scelta era fra quattro persone, e la rete può aver imparato anche corporatura e inquadratura, per cui l'affermazione che dal solo movimento del corpo si riconosce di quale arciere è il tiro è riportata. Per chi allena il punto è un altro: la costanza di un arciere si misura su sé stesso, non sulla distanza da un modello.
Due costanze in particolare vanno insieme al punteggio. La prima riguarda il tempo: in sette arcieri delle nazionali tedesche, su 30 frecce a 18 metri, il coefficiente di variazione del tempo fra lo scatto del clicker e il rilascio andava dal 3,94 per cento del secondo classificato al 7,25 per cento, e spiegava il 66 per cento delle differenze di punteggio medio. La seconda riguarda la forza: in quindici arcieri del ricurvo fra il sub-élite e l'élite, su 150 frecce a 18 metri, più la forza della spalla in posizione di mira variava da una misura all'altra, più basso era il punteggio, e quella sola variabile rendeva conto del 45 per cento delle differenze, mentre la forza massima non prediceva il punteggio. Sono associazioni fra arcieri, su sette e su quindici persone, la seconda presentata come abstract di congresso, e nessuno ha allenato quelle costanze per vedere se il punteggio sale. Nel registro fra gli arcieri d'élite chi ha il tempo di rilascio più costante fa punteggi più alti e tenere la forza più costante nel tempo dà punteggi migliori sono entrambe riportate.
Quanto del punteggio spiegano le misure del tiro
Fin qui sembrerebbe che basti misurare bene il gesto per sapere dove andrà la freccia. Non è così, ed è il limite che incontra tutto il registro. Ogni studio che ha provato a fare il conto trova che le misure del movimento, anche messe insieme, spiegano una parte minoritaria del punteggio della singola freccia, oppure una parte che cambia molto da un arciere all'altro. Il campione più solido, 39 arcieri del ricurvo d'élite di quattro nazioni, arriva al 42 per cento con tre variabili, cioè reazione al clicker, libbraggio e velocità di oscillazione dopo il rilascio; nell'arciere numero due del mondo cinque parametri di spalla e tronco spiegano il 17,9 per cento; in tre arcieri nazionali malesi l'attività muscolare non supera un terzo. In quattro giovani arciere di 14-16 anni, con un modello costruito per ciascuna, la quota va dal 28 al 72 per cento, ma con fino a undici variabili su una trentina di tiri, che è il modo di ottenere quote alte.
In undici arcieri universitari giapponesi, poi, il tremore dell'arco in mira seguiva bene il punteggio totale di ciascuno, con una correlazione di meno 0,74, ma con il punteggio della singola freccia non aveva nessun legame. È la differenza fra dire chi è più bravo e dire dove andrà la prossima freccia, e gli stessi autori elencano che cosa resta fuori: il controllo dell'avambraccio al rilascio, il passaggio nel clicker, la concentrazione nel follow-through, la rettilineità della freccia, il vento. Il registro lo riassume così: i parametri del movimento misurati durante il tiro spiegano solo una parte del punteggio della freccia. L'affermazione è riportata, perché sono associazioni da una sola seduta, su campioni piccoli e spesso in riviste regionali.
Se le misure di laboratorio spiegano poco, si potrebbe sperare nell'occhio dell'allenatore o in un test semplice, ma anche qui i dati sono deboli. Due studi trovano un legame fra la tecnica valutata e il punteggio, in 62 arcieri indonesiani e in 31 thailandesi; il primo non descrive come la tecnica sia stata valutata, il secondo esce in una rivista con criteri editoriali dubbi e trova una correlazione moderata, intorno a 0,4. L'affermazione che il giudizio di un esperto sulla tecnica di un arciere prevede il suo punteggio è riportata, e nessuno dei due descrive un giudizio dato senza conoscere i punteggi. Nei principianti un test di lancio di una pallina contro un bersaglio a muro si legava al punteggio con l'arco, con r = 0,51, in 17 ragazzi di scuola media alla fine di un corso base; era però l'unica di nove misure a farlo, e su nove correlazioni una può superare la soglia per caso, per cui anche nei principianti un test di lancio a bersaglio si lega al punteggio con l'arco è riportata. Quanto agli anni di pratica, gli studi vanno in direzioni opposte: nella nazionale cinese i livelli tecnici ufficiali seguono gli anni, anche se senza un test statistico, mentre fra 62 arcieri di alto livello gli anni non separavano in modo chiaro il livello europeo da quello nazionale (15,7 contro 11,8, p = 0,061) e le frecce tirate in una settimana sì (696,5 contro 273,7). L'affermazione che gli anni di pratica dicono quanto è bravo un arciere è contestata.
Resta il bersaglio. Un solo studio mette accanto, sugli stessi arcieri, la stabilità del punteggio e quella delle misure di laboratorio: quattordici universitari del ricurvo, misurati prima e dopo dodici settimane. Nella gara simulata di 72 frecce a 70 metri il punteggio variava fra le due sedute del 3 per cento, con un errore tipico di 4 punti, mentre l'attività elettrica dei muscoli nel secondo prima del rilascio variava dall'8 al 55 per cento a seconda del muscolo. Due misure, però, gli contendono il primato: la forza, con una coerenza fra le sedute più alta di quella del punteggio, e due angoli della spalla della corda, che variavano anche loro del 3 per cento. Per questo l'affermazione che il punteggio è la misura più ripetibile che abbiamo di un arciere è contestata: su quel «più» lo stesso studio va nei due versi, e fra le due sedute c'era un allenamento che ha alzato il punteggio. Quello che si può dire è che il punteggio di un giro intero si muove molto meno di una traccia elettromiografica, e che già nel 1969, in un corso per studentesse principianti, due giri tirati in due giorni consecutivi correlavano fra 0,78 e 0,80.
Quanto cambia da un giorno all'altro
Chi ha fatto trenta punti in meno di ieri vuole sapere se è normale. L'unica misura diretta viene dal kyudo: quindici arcieri universitari giapponesi hanno tirato venti frecce a 28 metri al mattino, in due o tre giorni della stessa settimana. Nessuno ha fatto la stessa percentuale di centri in tutte le prove, e fra il giorno migliore e il peggiore la media passava dall'83,7 al 61,7 per cento, ventidue punti. Una parte di quella distanza la produce il caso, perché venti frecce sono poche e il giorno migliore e il peggiore si scelgono dopo, fra due o tre; lo studio non la separa, e l'affermazione che la precisione dell'arciere cambia molto da un giorno all'altro è riportata, con un solo studio e sul kyudo, dove si conta il bersaglio colpito o mancato e non un punteggio su dieci.
Nello stesso gruppo c'è il dato più utile per chi gareggia, anche se viene da una stima degli arcieri stessi e non da un conteggio. Chi aveva piazzamenti nazionali non dichiarava una precisione più alta nelle giornate buone, 89,3 per cento contro 85,0, ma la dichiarava più alta in quelle cattive, 64,3 contro 48,8. Va nella stessa direzione di quello che si è visto sul livello: in quelle stime, a distinguere chi tira meglio non è tanto il giorno migliore, quanto il peggiore.
Quanto pesi il caso su un punteggio lo racconto in un altro articolo, su quanti punti servono per dire che un arciere è più bravo: due arcieri identici, sulle stesse 72 frecce, finiscono separati da qualche punto per puro caso. Prima di cercare una causa ai trenta punti persi, quindi, guardo quante frecce ci sono dietro il confronto.
La seconda domanda è se in gara la precisione cali. Al campo lo si dà per scontato, ma i pochi dati che mettono a confronto le due cose non lo trovano. In cinque kyudoka universitari, seguiti nei giorni prima della gara e in gara, la probabilità di centrare non scendeva; l'unico dato contrario riguarda tre arciere coreane candidate alla nazionale, sotto il livello dell'allenamento alla prima gara della stagione e sopra nei due tornei successivi. L'affermazione che in gara la precisione non cala rispetto all'allenamento è riportata, su campioni fra tre e sei persone. Anche la tensione, nell'unico studio che l'ha seguita dentro una gara, dieci arcieri brasiliani in una gara indoor simulata di 60 frecce, restava bassa e ferma, 3,1 alla partenza e 2,2 alla fine, mentre la stanchezza dichiarata cresceva; e le due metà della gara davano medie vicine, 218,8 e 216,0 punti. Nel registro la tensione che gli arcieri riferiscono non cresce nel corso di una gara e nella seconda metà di una gara il punteggio non cala, anche se la stanchezza cresce sono entrambe riportate: gare quasi tutte simulate, campioni piccoli, e confronti fra le due metà letti quasi sempre senza un test.
Dopo una freccia fuori
Dentro la gara la domanda cambia, e diventa che cosa succede dopo una freccia andata male. Il dato più grande viene dagli scontri diretti del ricurvo d'élite: 19.122 frecce, in 6.374 volée da tre, fra le Olimpiadi di Londra, Rio e Tokyo, i Mondiali del 2021 e un Grand Prix europeo. Dopo due frecce fuori dal dieci la terza valeva il 12,2 per cento in meno che dopo due dieci, e bastava una sola freccia fuori fra le prime due per farla calare un po'. Lo stesso archivio dice che in quella situazione la terza freccia degli uomini valeva il 3,5 per cento in più di quella delle donne, mentre in generale l'ultima freccia della volée non distingue i sessi, e che il divario cresce del 2,4 per cento quando la volée va vinta per non essere eliminati. L'affermazione che dopo due frecce fuori dal 10 le arciere d'élite recuperano meno degli uomini sulla freccia successiva è riportata: è un'analisi osservativa mai replicata, e dice che negli archivi di gara succede, non perché.
Se una serie buona ne porti un'altra è una domanda diversa, e qui i due dati non si accordano. Contando le serie di un'intera stagione in tre arcieri brasiliani di vertice, una serie nel terzo migliore delle loro non era seguita da un'altra altrettanto buona nel 67-74 per cento dei casi, più o meno quanto ci si aspetta se la serie prima non contasse niente; sulle frecce degli scontri diretti, invece, una scia c'è, ma si vede soprattutto dal lato degli errori. Il primo dato è su tre persone, il secondo sta dentro un set di tre frecce in cui chi tira sa come sta andando il match, e l'affermazione che dopo una buona serie è più facile farne un'altra buona è contestata.
Su che cosa fare dopo l'errore la ricerca descrive più di quanto misuri. In un vecchio studio su quasi duecento arcieri statunitensi il pensiero che torna sugli errori già fatti era, fra le voci mentali del questionario, quella più legata al punteggio medio della stagione; era però una fotografia scattata una volta sola, e chi tira male ha semplicemente più errori su cui tornare. In cinquanta giovani arcieri malesi, poi, la preoccupazione di sbagliare era l'unica abilità mentale a non distinguere chi tirava meglio, per cui l'affermazione che gli arcieri che rimuginano sugli errori passati fanno punteggi più bassi è contestata. Quanto alle reazioni, uno studio francese del 2001 ha seguito un allenatore e quattro arcieri della nazionale in due gare: dopo una serie deludente una delle sequenze tipiche era cercare da soli la soluzione, provando a rilassarsi, ripassando mentalmente il tiro e parlandosi, mentre dopo una serie riuscita non cambiavano niente. In altre sequenze gli stessi arcieri andavano dall'allenatore, e quattro arcieri descritti senza misure non dicono quale strada funzioni meglio: dopo una serie andata male, una delle risposte dell'arciere d'élite è cercare la soluzione da solo è riportata. In pratica, fra una volée e l'altra lavoro con gli atleti sulla routine, che è la parte del tiro che si può ripetere uguale anche dopo un sette.
Che cosa fa scendere la costanza
Quando la dispersione cresce nel corso di una sessione, il primo sospetto è la fatica, e qui le misure ci sono. In sette arcieri universitari tenuti in posizione di tiro fino all'esaurimento, il tremore nato nel deltoide posteriore si ritrovava nell'oscillazione del flettente; in dodici arcieri italiani, dopo sei serie da dieci tenute di 20 secondi a pieno allungo, l'oscillazione laterale dell'arco era cresciuta in tutti, dal 6 al 39 per cento, e meno nei più forti, con una correlazione di meno 0,65 fra l'aumento e il punteggio FITA. In quello stesso studio il punteggio non è cambiato in nessuno. Nel registro la fatica muscolare aumenta l'oscillazione dell'arco in mira e gli arcieri di livello più alto resistono meglio alla fatica del tiro sono entrambe riportate; per la seconda conta anche un confronto lungo 72 frecce a 70 metri, in cui un principiante perdeva il 10,8 per cento di forza di presa mentre un arciere della nazionale brasiliana restava stabile, ma sono due persone.
A fine seduta lo dicono anche gli arcieri: su 59 universitari di kyudo il 58 per cento risponde che a fine allenamento potrebbe ancora tirare, ma non con una buona forma. È un questionario, e viene dal solo kyudo, per cui l'affermazione che alla fine di una seduta l'arciere può ancora tirare, ma non con una buona forma è riportata. In gara, come si è visto, il punteggio della seconda metà non cala: la fatica si sente e si misura sull'arco, ma nei pochi studi che l'hanno cercata non arriva fino al foglio dei punti.
Il momento in cui la dispersione cresce aiuta comunque a capire da che parte guardare, ed è la lettura che uso con i miei atleti. Se cresce solo nelle ultime serie, il primo indiziato è la fatica, e guardo la preparazione fisica; se è alta fin dalle prime frecce, la causa sta più probabilmente nella tecnica di base, in un ancoraggio che cambia di qualche millimetro o in un rilascio che non si ripete; se compare solo in gara, viene da pensare alla testa e alla routine che salta sotto pressione. È una regola da campo, non una misura, e i dati appena visti la rendono più prudente: in media la precisione in gara non cala, quindi quando in gara il gruppo si allarga conto le frecce prima di dare la colpa alla tensione.
Come misurarla sul campo
Per misurare la costanza basta l'abitudine di registrare, sempre alla stessa distanza e sulla stessa visuale. Uso tre metodi, dal più semplice al più fine.
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Ampiezza del gruppo
Su dodici frecce misura la distanza fra le due più lontane fra loro e annotala a ogni sessione. È una misura grezza, perché dipende da due frecce sole, ma se cala nel corso delle settimane, e non in una sessione soltanto, stai diventando più costante.
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Le prime dodici e le ultime dodici
Confronta il gruppo delle prime 12 frecce con quello delle ultime 12 della stessa sessione. La differenza dice quanto la fatica allarga il tuo gruppo, che è cosa diversa da quanto ti costa in punti: in laboratorio la fatica fa oscillare di più l'arco, ma nei pochi studi in gara il punteggio della seconda metà non cala.
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Lo scarto fra le serie
Tieni il punteggio di ogni serie per più sessioni e guarda quanto oscilla attorno alla media: più l'oscillazione è piccola, più il tuo tiro è affidabile. È il dato che uso più spesso, perché si ricava dal foglio dei punti che si compila comunque.
Gli studi sulla misura aggiungono due avvertenze. La prima riguarda il numero di frecce: un punteggio dice molto quando somma molte frecce, mentre su pochi tiri ravvicinati quasi tutto sembra ripetibile, e il confronto fra due giorni va letto sapendo quanto ci mette il caso. La seconda riguarda i test fisici, dove si sente dire che una prova sola non basta. Dipende da che cosa si misura. Per la forza di trazione, già nel 1967 tre prove nella stessa seduta su 49 universitari principianti davano valori molto vicini, con correlazioni fra 0,91 e 0,98 fra la prova migliore e la media delle altre due, quindi una prova sola ordinava gli arcieri quasi come tre. Per l'attività elettrica dei muscoli ripetere aiuta, ma l'unico dato su arcieri esce in una rivista con criteri editoriali dubbi, e lì cinque prove massimali ravvicinate facevano anche calare il segnale. Per questo l'affermazione che una sola prova non basta e le misure di forza e di attività muscolare vanno ripetute è contraddetta: per la forza di trazione una prova fatta bene dice già molto.
Allenare la costanza
Su come si alleni la costanza la ricerca dice meno di quanto vorrei. Nessuno ha allenato la costanza della forza per vedere se il punteggio sale, e l'unico tentativo di allenare la costanza del rilascio, su arcieri di livello medio nel 1998, dichiara un miglioramento senza riportare né i punteggi né il numero di arcieri. Quello che segue, quindi, è il modo in cui lavoro io, appoggiato a quello che le misure dicono ma non dimostrato da un esperimento.
Il primo punto è lavorare sulla parte del gesto che sposta la freccia, non su tutto. Lo studio sui sei arcieri d'élite indica che le frecce migliori non sono quelle con meno movimento, ma quelle in cui il movimento si compensa, e i tracciati del rilascio dicono che ogni arciere ha una firma propria. Per questo non chiedo a un atleta di ripetere una forma ideale, ma i suoi riferimenti e i suoi tempi: l'allungo che arriva al clicker sempre allo stesso modo, una durata simile fra lo scatto e il rilascio, la stessa sequenza della routine.
Il secondo è il paglione senza visuale, a distanza corta, che uso per lavorare sul gesto quando il bersaglio distrae. Lo uso sapendo che cosa può fare e che cosa no: l'unico studio che ha ascoltato arcieri che tiravano a paglione bianco riguarda il target panic, e lì il sollievo c'era davanti al paglione ma per diversi arcieri spariva appena tornava la visuale, tanto che l'affermazione che tirare a paglione bianco risolve il target panic è contraddetta. Il lavoro fatto al paglione, quindi, lo riporto sulla visuale per gradi, ed è lì che misuro il gruppo.
Il terzo è misurare. Un arciere che annota la propria dispersione settimana dopo settimana vede cose che la sensazione di un giorno nasconde, e con la variazione da un giorno all'altro che abbiamo visto conviene decidere sull'andamento di più sessioni, non sull'ultima.