Scheda studio

Target panic raccontato dagli arcieri: Prior 2019

Archers’ experiences of target panic: an interpretative phenomenological analysis

Erin E. Prior, Janine K. Coates2019

Citazione

Prior, E. E., & Coates, J. K. (2019; fascicolo 2020). Archers’ experiences of target panic: an interpretative phenomenological analysis. Qualitative Research in Sport, Exercise and Health, 12(2), 224-241. https://doi.org/10.1080/2159676x.2019.1599061

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APA

Prior, E. E., & Coates, J. K. (2019; fascicolo 2020). Archers’ experiences of target panic: an interpretative phenomenological analysis. Qualitative Research in Sport, Exercise and Health, 12(2), 224-241. https://doi.org/10.1080/2159676x.2019.1599061

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Scheda tecnica

Disegno
Studio qualitativo
Popolazione
Arcieri
Livello
Livelli diversi
Disciplina
Più discipline
Numero di soggetti
7
Tipo
Articolo in rivista
Lingua
Inglese
Revisione tra pari
Sì
Sede
Qualitative Research in Sport, Exercise and Health

Cosa ha misurato e cosa ha trovato

Sette arcieri inglesi che avevano o avevano avuto il target panic (3 uomini e 4 donne, da 3 a 18 anni di pratica, dal livello di club a quello nazionale) hanno raccontato la loro esperienza in un'intervista lunga. Le autrici hanno letto le trascrizioni cercando i temi comuni e li hanno ordinati in una sequenza in tre tempi.

Il primo tempo è l'attenzione che si sposta sul risultato della freccia: tutti collegavano l'inizio del problema al momento in cui contava il punteggio, per le aspettative proprie (un record personale, una classificazione) o altrui (compagni di club, familiari, la squadra nazionale). Da lì nasce il bisogno di controllare ogni dettaglio del tiro, soprattutto la mira. Il secondo tempo è la perdita di controllo: chi non riusciva a sganciare, chi a passare il clicker, chi ad arrivare all'ancoraggio, chi mirava fuori dal centro senza accorgersene. Diversi arcieri legavano questa perdita a episodi precedenti, come un incidente con l'arco che aveva provocato una ferita al viso, e la descrivevano come un conflitto tra voler tirare e qualcosa dentro che lo impediva.

Il terzo tempo sono i tentativi di uscirne. Il tiro sul paglione senza visuale, il più usato, funzionava finché il bersaglio restava vuoto e il problema tornava appena ricompariva la visuale; lo stesso valeva per il tiro a occhi chiusi. L'unica strategia descritta come efficace è l'ipnosi, riferita da una sola arciera.

Come è stato misurato

Lo studio usa l'analisi fenomenologica interpretativa, un metodo qualitativo che cerca di capire come le persone danno senso a un'esperienza vissuta, su pochi casi esaminati a fondo. I partecipanti, tutti maggiorenni e in attività agonistica, sono stati trovati con un annuncio su un sito di tiro con l'arco e poi con il passaparola tra arcieri. Le interviste semistrutturate, guidate da dieci domande (come definisci il target panic, come è cominciato, che effetto ha sul tiro, cosa hai provato per affrontarlo), sono durate tra 33 e 65 minuti e sono state trascritte parola per parola.

La prima autrice, arciera agonista da oltre dieci anni che ha avuto il target panic, ha condotto le interviste e l'analisi; la seconda, ricercatrice qualitativa senza esperienza di tiro, ha controllato che le domande non orientassero le risposte e ha rivisto la codifica e i temi. Le autrici dichiarano di aver discusso apertamente in che modo l'esperienza personale della prima potesse influenzare l'interpretazione. Gli archi erano diversi: nelle citazioni compaiono il longbow, il ricurvo e il compound.

Il metodo, spiegato: Interviste e studi qualitativi

Limiti

Sette persone, scelte perché avevano il problema e trovate attraverso un annuncio e il passaparola, raccontano a posteriori come lo ricordano: è il metodo giusto per descrivere un'esperienza, non per stabilirne le cause. La sequenza dall'attenzione al risultato fino alla perdita di controllo è la lettura che le autrici danno dei racconti, e anche il legame con gli episodi passati è un'attribuzione dei singoli arcieri. Mancano un gruppo di confronto senza target panic e qualunque misura del tiro.

Il giudizio sul tiro senza visuale si basa sui racconti di chi non ne aveva tratto un beneficio duraturo, e l'articolo non dice quanti dei sette avessero superato il problema, né se qualcuno ne fosse uscito anche grazie a quel metodo. L'ipnosi è un caso singolo. L'articolo parla di arcieri anche di livello internazionale, ma la tabella dei partecipanti arriva al livello nazionale. Infine il campione mescola longbow, ricurvo e compound, che hanno modi di sgancio molto diversi.

Cosa vuol dire per chi tira

Per chi ha il target panic questo lavoro non offre una soluzione, ma descrive con parole precise cose che molti arcieri conoscono: il problema compare quando conta il punteggio, prende forme diverse da persona a persona (sgancio bloccato, clicker che non passa, ancoraggio che non arriva, mira che scivola fuori dal centro) e spesso si accompagna a un forte giudizio su se stessi. Sapere che queste forme stanno dentro la stessa esperienza aiuta a riconoscerla.

Il dato più concreto riguarda il tiro sul paglione senza visuale: per questi arcieri toglieva il sintomo solo finché la visuale restava assente. Non basta per dire che il metodo non serve, perché sono sette racconti e non si sa se qualcuno ne sia uscito anche grazie a quel lavoro, ma basta per non considerarlo una cura certa. Nella mia lettura il target panic ha a che fare con un gesto che perde il suo automatismo; è un'ipotesi mia. Anche le autrici scrivono che il bisogno di controllo riduceva i riflessi automatici del tiro, e questi racconti sono compatibili con quell'ipotesi senza metterla alla prova.

Nel registro

Le affermazioni in cui questo studio è un'evidenza, con la sua posizione e lo stato attuale.

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Campagna, M. (2026). Scheda studio: Archers’ experiences of target panic: an interpretative phenomenological analysis. In Registro delle evidenze. matteocampagna.com. Consultato il 16 ottobre 2026, da https://matteocampagna.com/evidence/prior-2019-target-panic

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