Il target panic è il nome che gli arcieri danno a un cedimento del tiro che arriva fra la mira e il rilascio: la freccia parte prima del tempo, oppure la mano non lascia la corda, oppure la mira non riesce a fermarsi sul centro. Non è un problema raro. Nell'unico sondaggio che l'ha contato, fra arcieri agonisti britannici, quasi uno su due dice di averlo avuto, e chi lo racconta descrive tremori, attacchi di panico e un'attenzione eccessiva al proprio corpo, al respiro, al battito, ai movimenti.
Sul come uscirne la ricerca ha poco, e quel poco conviene conoscerlo con la forza che ha. Una sequenza di tiro sempre uguale, un cambio permanente nell'attrezzatura ed esercizi specifici uniti alla visualizzazione hanno qualche studio a favore, ma ciascuno si regge su pochi arcieri. Il rimedio classico, il paglione bianco, nei racconti degli arcieri toglie i sintomi, che però per diversi di loro tornano appena si rimette la visuale: anche per questo la prescrizione classica vuole un ritorno al bersaglio per gradi. In ogni caso è un lavoro che si conta in settimane e poi in mesi.
Cosa è esattamente il target panic
È la versione arcieristica di quello che nel golf si chiama yips, e che nel kyudo ha nomi diversi a seconda di come si presenta: un gesto che prima veniva senza pensarci smette di rispondere proprio nel momento in cui conta. I racconti di sette arcieri britannici, dal livello di club alla nazionale, ruotano tutti attorno a una perdita di controllo: il bisogno di governare ogni dettaglio del tiro, la mira soprattutto, finisce per bloccarlo, e c'è chi non riesce ad arrivare all'ancoraggio, chi non passa il clicker, chi mira fuori dal centro. In un club universitario inglese gli arcieri aggiungono i tremori, il panico e un corpo che diventa invadente, con il respiro e il battito che occupano tutta l'attenzione.
Quanto sia diffuso lo dice un solo sondaggio: fra sessantanove arcieri agonisti britannici, dal livello di contea in su, il 43,5% riferisce di aver avuto il target panic. È un ordine di grandezza più che una misura, perché ciascuno ha deciso da sé se riconoscersi nell'etichetta e un questionario sul target panic attira soprattutto chi ci ha avuto a che fare. Basta comunque a dire che chi lo vive non è un caso isolato.
Sulla natura del disturbo, invece, la ricerca non ha una risposta unica. Nello stesso sondaggio, contando insieme arcieri e golfisti, la forma più comune mette insieme sintomi fisici e ansia da prestazione, 47 casi su 61. Nel kyudo il blocco al rilascio ha alcuni tratti di una distonia focale legata al gesto, cioè di un disturbo del movimento: è stereotipato, compare solo in posizione di tiro e in un caso l'elettromiografia mostra i muscoli dell'avambraccio che si contraggono insieme. Il rilascio anticipato, misurato nello stesso modo, non mostra nessuno di questi segni. Sono pochi casi e tutti nel kyudo, quindi la domanda resta aperta, e chi presenta il target panic come un meccanismo già spiegato sta semplificando.
La mia lettura è che il rilascio perda il suo automatismo e torni sotto un controllo cosciente troppo lento per governarlo. Nel registro questa idea è un'ipotesi del Laboratorio in attesa di esito, con sette previsioni da mettere alla prova, perché nessuno ha ancora misurato che cosa succede al rilascio di chi ne soffre.
Le tre forme principali di target panic
Sul campo se ne distinguono tre forme, che corrispondono a tre punti in cui il tiro si inceppa fra la mira e il rilascio. Una rassegna di psicologia dello sport ne elenca quattro: tiene a parte lo scatto involontario del braccio e lo strappo della mano che rilascia, e mette in una sola forma il blocco che non lascia portare il mirino sul centro e quello che non lascia rilasciare. Con l'uno o con l'altro schema, riconoscere la propria forma aiuta a capire che cosa sta succedendo e a spiegarlo al tecnico.
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Forma 01
Snap shooting (scatto anticipato)
La freccia parte appena la mira si avvicina al centro, prima che la sequenza sia finita, e chi lo vive fatica a dire se l'abbia lasciata partire lui. Nel kyudo, i praticanti più esperti di una squadra di liceali giapponesi raccontano che anche quando provano a tenere, la freccia parte da sola.
Si vede in un tempo di mira molto più corto del proprio: in quella squadra di kyudo, due secondi di kai o meno, contro i cinque che chiede l'istruttore.
- Come si vede
- Rilascio molto anticipato
- Come si racconta
- «La freccia parte da sola»
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Forma 02
Freezing (blocco al rilascio)
È l'opposto: la mira è sul centro e la sequenza è finita, ma la mano non lascia la corda. Si resta in trazione per secondi, finché non si forza il rilascio o si decoccia; in alcuni arcieri il blocco arriva prima, e non si riesce a passare il clicker o nemmeno a raggiungere l'ancoraggio.
Si vede in un tempo di mira molto più lungo del solito. Nel kyudo questo blocco ha un nome suo, motare, ed è la forma che in pochi casi ha mostrato alcuni tratti di un disturbo del movimento.
- Come si vede
- Rilascio molto ritardato
- Come si racconta
- «Non riesco a lasciare»
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Forma 03
Drifting (deriva della mira)
La mira non riesce a fermarsi sul centro: il mirino scivola via dal giallo e si stabilizza solo fuori, per cui si rilascia da una posizione peggiore o si decoccia per riprovare. Alcuni arcieri lo descrivono come un evitamento, perché il mirino sull'oro proprio non ci va.
Si vede in un'oscillazione laterale o verticale che si calma solo lontano dal centro, e in frecce che finiscono fuori dal giallo anche quando il resto del tiro è in ordine.
- Come si vede
- Mira fuori centro sistematica
- Come si racconta
- «Non riesco a mirare al giallo»
Le forme non restano sempre separate. Sul campo capita di vedere un arciere passare dall'una all'altra, e nel kyudo, l'unico ambito in cui l'ordine di comparsa è stato contato, il sobbalzo in mira arriva quasi sempre dopo il rilascio anticipato: gli autori pensano che nasca proprio dallo sforzo di trattenerlo. Lo racconto più a fondo nell'articolo sullo sgancio anticipato e gli yips.
Come comincia, nei racconti di chi lo ha avuto
Che cosa provochi il target panic non l'ha misurato nessuno. Ci sono i racconti di chi lo ha avuto, che dicono come l'arciere spiega il proprio disturbo e non che cosa lo abbia causato, e qualche dato dal kyudo. Letti insieme, dicono qualcosa su quando e come comincia.
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L'attenzione sul punteggio
Sette arcieri britannici con target panic, intervistati uno per uno, ne fanno risalire tutti l'inizio al momento in cui hanno cominciato a pensare al punteggio di ogni freccia, spinti dalle aspettative proprie o altrui: da lì è nato il bisogno di controllare il tiro fin nei dettagli. Nello stesso gruppo i più esperti lo avevano soprattutto nelle fasi finali della gara, mentre i meno esperti anche in allenamento e sulle prime frecce.
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Un episodio preciso
Nelle stesse interviste un'arciera lega l'esordio a un guasto dell'arco che l'ha ferita al volto, un arciere ai rumori improvvisi sul campo e a esperienze di famiglia che con il tiro non c'entrano. In un club universitario inglese ogni arciere individua un innesco concreto, un pezzo di attrezzatura, un passaggio della sequenza o qualcosa dell'ambiente, e prova a toglierlo.
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Un cambio nel tiro
Nel kyudo, in due dei tre casi di rilascio anticipato esaminati con l'elettromiografia, il disturbo era comparso dopo un cambio nel modo di trazionare o dopo una serie di centri; in uno dei tre casi di blocco, dopo un aumento del libbraggio.
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Gli anni di tiro, più dell'arco
Fra gli studenti universitari di kyudo chi ha avuto gli yips pratica da più anni, in media cinque contro due e mezzo, ma più anni vogliono dire anche più tempo per averli avuti. L'idea che dietro ci sia un arco troppo duro, invece, nell'unico studio che l'ha guardata va nel verso opposto: in rapporto alla percentuale di centri, l'arco di chi ha avuto gli yips era meno sproporzionato di quello degli altri.
Che cosa aiuta, e con quale forza
Un protocollo messo alla prova contro un altro non c'è. Ci sono alcuni rimedi che gli arcieri raccontano o che un piccolo studio ha seguito, e ognuno vale quanto gli studi che lo sostengono, cioè pochi e piccoli. Accanto a ciascuno trovi lo stato che ha nel registro e su chi si regge.
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Rimedio 01
Esercizi specifici e visualizzazione
Dodici para-arcieri indonesiani, dai principianti all'élite, hanno fatto per cinque settimane venti sedute di esercizi fisici specifici con l'arco uniti alla visualizzazione. All'inizio solo tre su dodici controllavano i sintomi sotto pressione, secondo una scheda compilata da un osservatore; dopo due settimane erano cinque, alla fine dieci.
È un segnale incoraggiante, e va letto con cautela. Mancava un gruppo che continuasse l'allenamento abituale, quindi non si separa il metodo dal tempo e dall'attenzione ricevuta; il giudizio era a vista, non una misura del rilascio; e un arciere ha chiuso sotto il punto di partenza, mentre due sono rimasti sotto la soglia.
- Nel registro
- Riportato
- Su chi
- 12 para-arcieri, prima e dopo
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Rimedio 02
Una sequenza di tiro sempre uguale
In un club universitario inglese, seguito per un anno da un ricercatore che era socio e aveva il target panic, gli arcieri che ne soffrivano si appoggiavano a una sequenza fissa, anche di sole tre parole: un'arciera ripeteva prima di ogni freccia i richiami della sua allenatrice, gomito davanti, gomito dietro, ancoraggio. Secondo l'autore conta più la costanza della sequenza che il suo contenuto, perché porta l'attenzione lontano dal battito e dal respiro.
Lo stesso studio avverte che non sempre basta, e che un passo della sequenza può diventare proprio il punto in cui il problema si riaccende. Come costruirla lo spiego nell'articolo sulla routine pre-tiro.
- Nel registro
- Riportato
- Su chi
- Un club universitario, racconti
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Rimedio 03
Un cambio permanente nell'attrezzatura
Fra sette arcieri britannici, per diversi il target panic colpiva più un tipo di arco dell'altro, e uno di livello nazionale lo gestiva meglio con il compound, perché gli toglieva la possibilità di controllare il tiro nei minimi dettagli. In un club universitario un arciere ha visto calmarsi la mira quando l'allenatore gli ha tolto dal mirino il pallino in fibra ottica, e secondo l'autore dello studio i cambiamenti permanenti funzionavano, mentre quelli temporanei davano un sollievo temporaneo.
Il rovescio lo racconta lo stesso autore: con un cambio di attrezzatura i suoi sintomi si sono attenuati, ma il modo di tirare che ne usciva non gli piaceva più, e ha smesso. Il sollievo dal sintomo e la voglia di continuare a tirare non sono la stessa cosa.
- Nel registro
- Riportato
- Su chi
- Due studi qualitativi, pochi arcieri
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Rimedio 04
Paglione bianco e ritorno graduale
È il rimedio classico, molto usato dagli allenatori. Nei testi tecnici la ricetta è di centinaia di frecce per settimane davanti a un paglione senza visuale, poi altre settimane di ritorno graduale, dai bersagli grandi e dalle distanze corte fino alla visuale e alla distanza di gara, senza contare i punti e tornando al passo precedente se il sintomo ricompare.
Gli arcieri che l'hanno provato raccontano che al paglione bianco i sintomi spariscono, ma per diversi di loro tornano appena si rimette la visuale, e un'arciera aggiunge che dopo un allenamento fatto solo a paglione bianco la gara le fa più paura. Per questo l'idea che il paglione bianco risolva il target panic nel registro è contraddetta. Non vuol dire che sia inutile: quei racconti non dicono se il ritorno alla visuale sia stato graduale, e il paglione resta un buon posto per lavorare sulla tecnica. Lo stesso limite vale per le tenute senza rilasciare: un'arciera con lo sgancio meccanico apre cinque frecce senza premere e sente l'ansia salire sulla sesta, quella da tirare.
- Nel registro
- Contraddetto, come cura
- Su chi
- 7 arcieri britannici, racconti
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Rimedio 05
Il clicker come segnale da non aspettare
Per chi tira con il ricurvo, diversi tecnici propongono di usare il clicker come segnale a sorpresa: l'arciere smette di decidere il momento del rilascio e continua a espandere finché il clic arriva, così la mira non fa più da grilletto. Va spiegato bene, però. Negli arcieri esperti il rilascio non è una reazione allo scatto del clicker: in nove arcieri delle nazionali tedesche l'intervallo fra il clic e la partenza della corda era più breve del loro tempo di reazione a un suono, almeno nel confronto con il compito più simile al tiro.
Se quel risultato regge, il clic accompagna un movimento già avviato e non è un segnale a cui rispondere. Sul target panic questo uso del clicker è una scelta tecnica da fare con un allenatore, senza studi alle spalle, e per qualcuno il blocco arriva proprio al clicker.
- Nel registro
- Riportato, sul rilascio esperto
- Su chi
- 9 arcieri di livello nazionale
Che cosa tende a peggiorarlo
Due reazioni vengono d'istinto e, nei racconti di chi ha avuto il target panic, peggiorano le cose. A queste si aggiunge un'abitudine che non aiuta a uscirne.
La prima è cercare di controllare di più. Fra gli arcieri britannici intervistati è proprio il tentativo di governare ogni dettaglio, la mira soprattutto, a far crescere il blocco, e per i più il disturbo si aggrava quando provano a controllare i movimenti per mirare meglio.
La seconda è inseguire il sintomo con l'attenzione. Nel club universitario inglese un arciere racconta che il tiro senza mira spariva finché non ci pensava, e tornava appena qualcuno gli faceva notare che non lo faceva più. Per questo, con chi ne sta uscendo, compagni di linea e tecnico fanno bene a non commentare i progressi a ogni freccia.
L'abitudine è tenerselo per sé. L'autore dello stesso studio segnala che del target panic si parla poco, quasi fosse un tabù, eppure nel sondaggio britannico quasi un agonista su due dice di averlo avuto. Chi lo tiene per sé lo affronta da solo, mentre un tecnico esperto o uno psicologo dello sport lo hanno già visto e possono lavorarci con lui.
Quando rivolgersi a un professionista
Un caso lieve, preso presto, si può cominciare a lavorare da soli, meglio se con un compagno attento che guarda il tiro. Quando il disturbo è radicato, un aiuto esterno cambia il modo di lavorare.
Un tecnico esperto di target panic può guardare il tuo tiro al rallentatore, riconoscere la forma e costruire con te il ritorno graduale alla visuale. Non tutti i tecnici hanno questa esperienza, e vale la pena cercarne uno che l'abbia.
Uno psicologo dello sport serve quando il target panic si porta dietro un'ansia più ampia: insonnia prima delle gare, pensieri che girano a vuoto, la tendenza a evitare le competizioni. In quei casi il problema va oltre il tiro, e serve chi ha gli strumenti per affrontarlo.
Se il problema non risponde al lavoro tecnico per molti mesi, o se il blocco si presenta sempre identico, con il braccio o l'avambraccio che si irrigidiscono da soli in posizione di tiro, conviene parlarne anche con un medico, che può valutare se ci sia un disturbo del movimento. Nel kyudo il blocco al rilascio ha mostrato alcuni tratti di una distonia focale, in pochi casi e senza una diagnosi.
Quanto ci vuole per uscirne
Un calendario misurato non c'è, perché nessuno ha seguito nel tempo un gruppo di arcieri con il target panic. Il dato più vicino viene dal kyudo: fra trentacinque studenti universitari che avevano avuto il rilascio anticipato, dodici dicono di averlo superato e ventitré no, quindi due su tre lo avevano ancora quando hanno risposto al questionario. È una fotografia, e chi aveva cominciato da poco non aveva avuto il tempo di uscirne; la maggior parte racconta comunque che il disturbo si attenua quando la pressione cala o quando l'allenatore insiste a non rilasciare presto.
Nella pratica i tempi si contano in settimane e poi in mesi. La prescrizione classica prevede settimane di paglione bianco e altre settimane di ritorno graduale alla visuale, e nello studio indonesiano, secondo l'osservatore, dieci para-arcieri su dodici controllavano i sintomi dopo cinque settimane. Durante il ritorno al bersaglio, come vuole la stessa prescrizione, i punti non si contano.