«Quanto devo tenere la mira?» è una delle domande che mi fanno più spesso, e chi la fa di solito si aspetta un numero. La ricerca un numero non lo dà. Le mire misurate durano pochi secondi: nel campione più grande, sedici giovani arcieri del ricurvo cronometrati su 576 frecce a 70 metri, la media era di 3,32 secondi, con frecce partite dopo poco più di mezzo secondo e altre dopo dieci. Che una mira lunga faccia perdere punti, invece, gli studi non lo dicono in modo concorde: alcuni trovano le frecce peggiori dopo le mire più lunghe, altri il contrario, e negli arcieri d'élite il legame cambia verso da una persona all'altra.

Su altre cose i dati vanno almeno nella stessa direzione, anche se poggiano su pochi studi. Negli ultimi secondi prima del rilascio la mira si stringe, e nell'ultimo è al minimo; i due campioni del mondo del 2007 avevano una mira che il turno di gara non allungava e non accorciava, anche se lui mirava tre o quattro secondi e lei uno; e il tempo concesso in gara, nell'unico studio che l'ha guardato, è bastato a tutti gli arcieri esperti. Da qui si ricava una regola di lavoro più utile di qualunque finestra ideale: conoscere la propria durata e cercare di ripeterla, invece di inseguire quella di qualcun altro.

Quanto dura la mira, misurata

Per tempo di mira si intende di solito l'intervallo fra l'ancoraggio e il rilascio, ma ogni studio lo taglia a modo suo: c'è chi parte dall'ancoraggio, chi dalla piena trazione, chi conta solo il tempo in cui il mirino sta sul bersaglio. Per questo le durate si confrontano bene dentro lo stesso studio e male da uno studio all'altro. Le misure, comunque, stanno tutte nell'ordine dei secondi. Nei sedici giovani ricurvisti a 70 metri la mira era la fase più lunga del tiro, 3,32 secondi in media su un ciclo di poco più di dieci, e in quattro arciere d'élite turche il mirino restava sul bersaglio 3,6 o 3,7 secondi, qualunque punteggio facesse poi la freccia. La ripartizione che si sente spesso, un secondo per caricare e uno o due per mirare, la conferma un arciere solo, mentre gli studi con più arcieri trovano mire più lunghe, e per questo l'affermazione che le fasi del tiro durano pochi secondi, il caricamento circa uno e la mira uno o due è contestata. La scomposizione completa, fase per fase, è nell'articolo su quanto dura un tiro.

Il confronto più istruttivo viene dai Mondiali del 2007, dove sono stati cronometrati tutti gli incontri dei due vincitori individuali del ricurvo, dai sessantaquattresimi alla finale, insieme a quelli dei loro avversari. Il campione mirava in media fra 2,65 e 4,37 secondi a seconda dell'incontro; la campionessa fra 0,61 e 1,24, meno di ogni sua avversaria in ogni incontro. La media di lui non è mai scesa sotto i 2,65 secondi e quella di lei non ha mai superato 1,24, per cui da questo studio una durata di mira comune ai vincenti non si ricava.

FIG · 01 Quanto miravano i due campioni del mondo Mondiali 2007, ricurvo · tempo medio di mira in ogni incontro, in secondi 0 1 2 3 4 5 6 7 secondi Campione I suoi avversari Campionessa Le sue avversarie
Fig. 01 Ogni punto è il tempo medio di mira in un incontro, su dodici frecce: sette incontri per ciascun campione, dai sessantaquattresimi alla finale, e per gli avversari un punto per avversario. I punti pieni sono i due campioni, quelli vuoti gli avversari. Dati dallo studio sui Mondiali di Lipsia 2007.

Se tieni la mira più a lungo

L'idea della finestra ottimale si regge su questo: oltre un certo punto il braccio dell'arco cede, il tremore cresce e il tiro scade. Gli studi su arcieri, dal primo nel 1971, vanno in direzioni opposte. A favore ci sono dodici arcieri italiani in cui chi mirava più a lungo aveva il punteggio FITA più basso, e otto arcieri brasiliani di livello nazionale in cui la freccia peggiore arrivava dopo una mira di 3,55 secondi contro i 2,07 della migliore. C'è anche l'unico esperimento con i numeri, una tesi di master britannica: otto arcieri d'élite hanno tirato a 70 metri con il loro tempo abituale, poi al doppio e al triplo, e al triplo il punteggio medio per freccia è sceso da 8,60 a 7,75. Le condizioni però arrivavano sempre nello stesso ordine, per cui la fatica accumulata non si separa dalla durata della mira.

Dall'altra parte c'è il campione più ampio. Nei sedici giovani ricurvisti a 70 metri gli otto più bravi miravano più a lungo degli altri, 3,38 secondi contro 2,72, e freccia per freccia la durata della mira non diceva niente sul punteggio, su tutte le 576 frecce. In otto arcieri francesi d'élite la mira non distingueva le frecce buone dalle cattive guardando il gruppo, mentre nei singoli il legame andava in versi opposti: uno faceva i suoi dieci tenendo di più, 3,7 secondi contro i 2,0 delle frecce da otto o meno, un altro mirava più a lungo nelle frecce da otto o meno che in quelle da nove. È il risultato che spiega gli altri, perché la media di un gruppo somma comportamenti contrari e li azzera. Una revisione sistematica, nel 2022, concludeva che su questo legame non c'è accordo, e l'affermazione che tenere la mira troppo a lungo peggiora il tiro resta contestata. Lo stesso vale per il tempo dell'intero tiro: che il tempo delle fasi del tiro non predice il punteggio della freccia è contestato, perché nel campione più grande né la durata totale né quella della mira si legano al punteggio, mentre la trazione e la fase finale, rilascio e follow-through, mostrano legami piccoli in qualche studio.

La fatica c'entra, ma su scale diverse da quella di una mira. In sette arcieri universitari tenuti in posizione di tiro fino all'esaurimento il tremore muscolare si ritrovava nell'oscillazione del flettente, e in dodici arcieri italiani un protocollo di sessanta tenute da venti secondi a pieno allungo ha fatto crescere l'oscillazione laterale dell'arco in tutti, in media del 20 per cento. Per questo è riportato che la fatica muscolare aumenta l'oscillazione dell'arco in mira, su due studi piccoli. Sono però protocolli che portano il braccio al limite, non i due secondi in più di una mira lunga, e negli studi che hanno letto il punteggio di una gara metà per metà, quasi tutte simulate, è riportato che la seconda metà non cala, anche quando l'arciere si sente più stanco.

Chi allena teme anche un'altra cosa, cioè che l'abitudine a tenere oltre il necessario apra la strada al freezing, la forma del target panic in cui il mirino non riesce a entrare nel centro o il tiro non parte. Nelle interviste ad arcieri che ne soffrono il bisogno di controllare ogni tiro, la mira in particolare, finisce proprio per bloccarlo, e c'è chi non passa il clicker o mira fuori dal centro. Sono racconti di quindici persone in tutto: il registro ne ricava che chi ha il target panic descrive tremori, attacchi di panico e un'attenzione eccessiva al proprio corpo, non che una mira lunga lo provochi.

Che cosa succede negli ultimi secondi

Se la durata dice poco, il modo in cui la mira si assesta dice di più. La misura migliore viene da sette juniores di livello internazionale, tutti in gara ai Mondiali giovanili, che hanno tirato 66 frecce ciascuno a 30 metri al chiuso con un sistema ottico fissato al riser, capace di seguire dove punta l'arco sul bersaglio. Per ogni secondo gli autori hanno calcolato l'area in cui si muoveva la mira, e l'area si restringe secondo dopo secondo: fra 0,85 e 1,79 punti quadrati da tre a due secondi prima del tiro, fra 0,47 e 0,77 nel secondo successivo, fra 0,30 e 0,59 nell'ultimo. In tutti e sette l'ultimo secondo era il più fermo, e dentro ogni arciere era più fermo ancora nelle frecce da dieci che in quelle da otto o meno. Che in mira l'arco si muove sempre meno man mano che si avvicina il rilascio è riportato, su questo studio solo e a una distanza sola.

FIG · 02 Quanto si muove la mira prima del tiro Sette juniores di livello internazionale, 30 m · area media della mira, in punti quadrati 0,0 0,5 1,0 1,5 2,0 da 3 a 2 s prima da 2 a 1 s prima ultimo secondo
Fig. 02 Ogni linea è un arciere. L'area è quella di un rettangolo che descrive l'ampiezza orizzontale e verticale del movimento della mira sul bersaglio in quel secondo, calcolata dalla sua deviazione standard e misurata in punti quadrati, cioè con la larghezza di una zona del bersaglio come unità; è la media di tutte le frecce dell'arciere. I punti dorati sono l'ultimo secondo prima del tiro. Dati dallo studio sulle traiettorie della mira in sette juniores, 66 frecce a 30 metri.

Due dettagli dello stesso studio servono in campo. Fra un arciere e l'altro la grandezza media dell'area non diceva chi tirava meglio, quindi un mirino che si muove più di quello del compagno non vuol dire, da solo, tirare peggio, mentre dentro lo stesso arciere un ultimo secondo più fermo andava con la freccia migliore. E il percorso con cui ognuno entrava nel centro era personale e riconoscibile, uno per esempio partiva sempre dal basso a sinistra, mentre negli ultimi due secondi i tracciati non seguivano più nessuno schema, nemmeno nello stesso arciere. Uno studio su due arcieri universitari a 70 metri, con un accelerometro su ogni braccio, vede lo stesso assestamento dal lato del corpo: all'ancoraggio il braccio dell'arco scende e quello della corda sale in modo marcato, e solo dopo si stabilizzano entrambi.

Nello stesso intervallo cambiano anche lo sguardo, il cervello e il cuore, ma su questi le misure sono poche. Sullo sguardo durante il tiro esiste una sola misura, ed è sul kyudo: in quattro studenti esperti con un eye tracker lo sguardo era sul bersaglio prima della trazione e poi scendeva in basso a destra, nel momento in cui il corpo prende il carico dell'arco, mentre nel principiante restava sul bersaglio fino alla fine. È una comunicazione a congresso di due pagine, senza numeri, e il registro riporta su quella sola che negli arcieri esperti di kyudo lo sguardo in trazione non resta fisso sul bersaglio; gli autori pensano a una mira affidata alla visione periferica e la chiamano loro stessi una congettura. Nel ricurvo l'unico confronto fra arcieri della nazionale coreana e universitari è stato fatto davanti a un filmato del tiro, non tirando, e in trazione i due gruppi guardavano entrambi bersaglio e mirino.

Sul cervello c'è un solo studio, su undici adulti che non avevano mai tirato e che in tre giorni hanno scoccato cento frecce al giorno a otto metri, con un elettroencefalogramma a sessantaquattro canali. Già fra 1,2 e 0,7 secondi prima che la freccia arrivasse al bersaglio l'attività elettrica era diversa da quella a riposo, con le onde theta e beta più basse e le alfa più alte, per cui è riportato che già un secondo prima che la freccia arrivi al bersaglio l'attività elettrica del cervello è diversa da quella a riposo. Il confronto però è con l'arco abbassato, quindi la differenza comprende anche lo sforzo di tenerlo in trazione, e nessuna finestra dello studio va più indietro di 1,2 secondi, per cui non si sa quando quello stato cominci.

Sul battito i dati si dividono. In quattro arcieri d'élite il ciclo cardiaco si allungava a partire da almeno sei battiti prima del rilascio delle frecce buone, mentre in ventotto arcieri d'élite negli ultimi 3-4 secondi il battito accelerava, da 100,7 a 104,2 battiti al minuto. Le misure più recenti, di uno stesso gruppo indiano, vedono la discesa, ma in trentadue arcieri il punto più basso cade due o tre secondi dopo il rilascio, a freccia partita, dove potrebbe essere la fine dello sforzo di trazione più che una preparazione dell'attenzione. Che il cuore dell'arciere rallenti nei secondi che precedono il rilascio resta contestato.

Il clicker e il momento del rilascio

Nel ricurvo il clicker lega la fine della mira all'allungo: scatta quando la punta della freccia supera la lamina e, per come lo si usa di solito, dà il segnale per rilasciare. Si insegna che il rilascio sia una risposta al click, ma in nove arcieri delle squadre nazionali tedesche l'intervallo fra lo scatto e il rilascio era più breve del loro tempo di reazione a un suono, come se il gesto fosse già avviato quando il click arrivava. Per questo è riportato che negli arcieri esperti il rilascio non è una reazione allo scatto del clicker, su questo studio solo e con un risultato netto soltanto nel compito di reazione più simile al tiro.

Quanto duri quell'intervallo pesa poco fra arcieri già forti. In trentanove arcieri d'élite misurati in Coppa del Mondo una reazione al clicker più rapida andava con punteggi più alti, ma fra il più rapido e il più lento il divario valeva mezzo punto. Sembra contare di più che resti uguale: in sette arcieri delle nazionali tedesche chi aveva il tempo di rilascio più costante faceva punteggi più alti, con il limite che su sette persone una relazione anche forte può nascere dal caso. E c'è un risultato che va contro la lettura comune: nell'unico studio su arcieri che ha confrontato le due cose, con nove arciere d'élite a 8 metri, senza clicker e rilasciando quando decidevano da sé la mira al momento del rilascio era più raccolta. Per questo è riportato che rilasciare quando si decide da sé raggruppa meglio che rilasciare su un segnale esterno, anche se la precisione era calcolata dall'orientamento dell'arco e non dagli impatti sul bersaglio.

La costanza del tempo di mira

Se una durata giusta per tutti non risulta, resta la costanza, che nel registro ha un po' più di sostegno della durata. Nello studio sui Mondiali del 2007 il campione aveva la mira più costante del suo avversario in sei incontri su sette, e in due arcieri universitari, fra le frecce medie e quelle alte, la durata della mira era quasi uguale e cambiava solo quanto variava da una freccia all'altra. Lo stesso studio sui Mondiali, però, dice anche il contrario, perché la campionessa aveva la mira meno costante delle sue avversarie in tutti e sette gli incontri. Quello che i due ori avevano in comune è che la mira era l'unica fase del tiro che il turno di gara non spostava, mentre l'attesa prima di alzare l'arco e la trazione si allungavano e si accorciavano da un incontro all'altro. L'affermazione che i campioni hanno tempi di mira più costanti dei loro avversari è riportata, e poggia quasi tutta su quel lavoro.

Come ci lavoro in allenamento

Il primo passo è misurare. Basta farsi riprendere per qualche volée e cronometrare il tempo fra ancoraggio e rilascio: nella mia esperienza viene fuori quasi sempre più variabile di quanto l'arciere pensi. Non c'è un valore a cui portarlo, visto che fra i due campioni del mondo uno mirava oltre tre secondi e l'altra intorno a uno; il numero serve a sapere qual è il proprio e quanto si sposta da una freccia all'altra.

Poi si lavora sulla regolarità, e lo strumento è una routine pre-tiro costruita in modo che la sequenza, e con lei il ritmo, sia la stessa a ogni freccia. Se la mira si allunga perché il braccio dell'arco cede verso la fine delle volée, il discorso passa alla forza specifica e al libbraggio, perché il legame riportato è fra la fatica e l'oscillazione dell'arco, mentre quello fra durata e punteggio è contestato. Anche il tiro che parte appena il mirino tocca il centro va guardato con la stessa logica: in uno studio sui Mondiali del 2013 gli autori hanno descritto proprio così il rilascio dei compound d'élite che arrivavano alle fasi finali con vento forte, quindi non è un difetto in sé, e lo diventa quando parte prima che la sequenza sia finita.

La regola che uso è semplice: se il tiro non arriva nel tempo che conosci come tuo, abbassa l'arco e ricomincia. Non perché una mira lunga costi punti a tutti, cosa che i dati non dicono, ma perché un rilascio forzato rompe proprio la sequenza che si sta cercando di ripetere.

Il limite di tempo in gara

Chi tiene a lungo si chiede spesso se ce la farà nel tempo concesso in gara. Il dato diretto è uno solo. In Giappone trentasei arcieri con esperienza, fra liceali, universitari e adulti, hanno tirato a 50 metri prove da sei frecce con quaranta secondi per freccia, il tempo che il regolamento federale giapponese di allora assegnava a ogni tiro, e altri dodici universitari hanno ripetuto la prova: tutti e quarantotto hanno chiuso ogni tiro dentro il limite, e ad alcuni avanzava tempo. Del resto il ciclo intero, nei sedici giovani ricurvisti a 70 metri, durava in media poco più di dieci secondi contro i circa quaranta concessi. Che il tempo di tiro non mette in difficoltà l'arciere esperto è riportato, con un limite che conta: lo studio ha misurato prove brevi sul campo di allenamento, non l'arciere che fatica a passare il clicker o che sotto pressione allunga i tempi.