Il rilascio dura troppo poco per essere guidato. La misura più precisa viene da sedici arcieri del ricurvo di livello mondiale filmati a 4.000 fotogrammi al secondo: la corda resta sulle dita in media 1,9 millesimi di secondo e la cocca si stacca dalla corda dopo 14,6. Una misura più vecchia, fatta con un accelerometro sull'arco, dà il doppio, e la differenza può dipendere da dove si fa partire il cronometro; in ogni caso si parla di un centesimo di secondo o poco più, circa un decimo del tempo che separa lo scatto del clicker dalla partenza della corda.
Le misure hanno cambiato soprattutto il modo di guardare le dita. Per decenni il rilascio è stato insegnato come un rilassamento, con le dita che non si aprono ma si lasciano andare, e oggi nel registro quella regola è smentita: in molti arcieri forti l'estensore delle dita lavora, chi apre e chi rilassa ottiene gli stessi punteggi, e l'unica misura tridimensionale della mano mostra un'apertura che avviene nelle articolazioni fra le falangi. Qui seguo il rilascio nell'ordine in cui succede, dalle dita alla freccia e poi alle braccia, per arrivare a quello che si può allenare, che sta quasi tutto prima e dopo quel centesimo di secondo.
Che cosa succede, millesimo per millesimo
La sequenza meglio documentata viene da quelle riprese, fatte all'evento di prova delle Olimpiadi di Londra nel 2011 su otto uomini e otto donne che tiravano a 70 metri. I tempi sono medie, contati dall'istante in cui l'arciere comincia a rilasciare, e da un arciere all'altro cambiano poco: le deviazioni standard non superano 1,3 millesimi, e fra uomini e donne, con libbraggi e frecce diversi, la differenza resta sotto il millesimo e mezzo.
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Fase 01 · 0-1,9 ms
La corda lascia le dita
La corda scivola via in 1,9 millesimi in media, fra 1,50 e 2,25 nei sedici arcieri. Nel 69% dei casi l'ultimo dito a lasciarla è il medio, nel 75% il primo è l'anulare. In questo tempo cocca e corda si spostano di lato di 4,7 millimetri in media, ed è da questo scorrimento sui polpastrelli che la freccia comincia a flettersi.
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Fase 02 · 1,9-8,6 ms
La freccia si piega e torna dritta
Libera dalle dita, la corda continua a spostarsi verso il corpo e la cocca arriva al punto più vicino a 5,4 millesimi. Il contatto con il bottone finisce fra 5,5 e 8 millesimi, e a 8,6 la freccia è di nuovo dritta. È la flessione del paradosso dell'arciere, ed è quella che permette alla coda di passare l'impugnatura senza toccarla.
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Fase 03 · 8,6-14,6 ms
La cocca si stacca dalla corda
La freccia si flette dall'altra parte, con il massimo a 12,4 millesimi, e lascia la corda a 14,6 ancora piegata. Fino a quel momento, in nessuno dei sedici arcieri l'arco si è spostato di lato di più di un millimetro o ha ruotato di più di un decimo di grado.
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Fase 04 · 14,6-18 ms
La freccia passa l'arco
Nell'arciere mostrato fotogramma per fotogramma, l'asta passa più vicina al bottone a 15,5 millesimi, a circa 150 millimetri dalla cocca, quindi dopo il distacco dalla corda. La cocca supera il bottone a 18 millesimi, con spazio anche per le alette.
Sul numero complessivo, però, il registro tiene la cifra contestata. Nel 1987 un accelerometro montato sull'arco di un arciere della nazionale italiana dava circa trenta millesimi, tre centesimi di secondo, dall'inizio del ritorno dei flettenti al distacco della freccia, e nel 1994 un altro gruppo italiano ha ripreso la stessa cifra senza misurarla. È il doppio delle riprese di Londra, ma l'istante zero era ricavato da clicker e corda usati come interruttori, che potrebbero non coincidere con l'inizio del rilascio, e le due misure non sono mai state confrontate sugli stessi tiri. L'ordine di grandezza, il centesimo di secondo, è lo stesso in tutti gli studi.
Ne viene una conseguenza pratica per chi si riprende con il telefono. A 240 fotogrammi al secondo ogni fotogramma copre poco più di quattro millesimi: la corda lascia le dita dentro un fotogramma solo, e dall'inizio del rilascio al distacco della freccia ne passano tre o quattro. Il video al rallentatore serve quindi a vedere che cosa fanno la mano e il braccio prima e dopo, non come le dita lasciano la corda.
Le dita: si aprono, e dove
La regola del rilascio passivo dice che le dita non si aprono: si rilassano, e la corda se ne va da sola. Guardata da fuori, regge. Nei video di gara di trenta arcieri d'élite, ventotto lasciano la corda con le dita che restano flesse, e nelle riprese di Londra le dita non si distendono. La forma visibile della mano, però, non dice quali muscoli stanno lavorando, e sotto la pelle il quadro è un altro.
Lo studio che pesa di più è del 1990: quindici arcieri di alto livello, quasi tutti della nazionale statunitense, con gli elettrodi sul flessore e sull'estensore delle dita. Otto lasciavano calare l'attività di entrambi i muscoli, sette avevano un breve picco degli estensori nei 200 millesimi prima del rilascio, e ciascuno ripeteva sempre il proprio schema; il punteggio medio dell'anno era praticamente lo stesso, 1.209 per chi rilassava e 1.213 per chi apriva, su 1.440. In un laboratorio di Ankara, su dieci élite della nazionale turca, dieci principianti e dieci persone che non avevano mai tirato, l'estensore si contraeva dopo lo scatto del clicker in tutti e tre i gruppi mentre il flessore cedeva in modo graduale, e una sola arciera, fra le prime dieci al mondo, mostrava il calo dell'estensore che la regola prescriverebbe. Per questo la regola non descrive la meccanica di tutti, e soprattutto non separa chi tira meglio: le dita che restano flesse sono un effetto del rilascio, non l'istruzione che lo produce.
Dove si aprano, le dita, l'ha misurato un solo studio, con otto telecamere a infrarossi a 500 fotogrammi al secondo su un arciere della squadra B austriaca, 56 frecce a 18 metri. Le nocche si muovono appena, fra 6 e 9 gradi, e quasi tutta l'apertura sta nelle articolazioni intermedie e terminali: 81 gradi in tutto per l'indice, 58 per il medio, 48 per l'anulare. È anche il motivo per cui da fuori la mano sembra restare chiusa, perché la base delle dita resta quasi ferma. Negli stessi tiri la velocità con cui si apre il medio non distingueva le frecce nella X da quelle da 8 o meno, quindi aprire più in fretta non portava la freccia più vicino al centro. Rileggendo le stesse frecce, gli autori hanno trovato una differenza nella regolarità: nelle frecce scarse la curva dell'articolazione alla base del medio si scostava di più dalla media del gruppo. È un arciere solo, e vale come indicazione su che cosa guardare, la costanza più della velocità.
Prima del rilascio la domanda cambia: nelle frecce migliori la mano della corda è più rilassata già in mira? Le risposte sono due, e vanno in direzioni opposte. In quattro arciere turche d'élite, a 18 metri al chiuso, il flessore delle dita nel secondo prima del clicker stava all'80,0% della contrazione massima nelle frecce da 10 e all'85,6% in quelle da 8; in otto arcieri francesi di alto livello, su 549 frecce a 70 metri, flessore ed estensore erano invece più attivi nelle frecce da 10. Distanza, livello e finestra di tempo sono diversi, e nessuno dei due studi basta a liquidare l'altro: una mano «morbida» in mira resta una scelta tecnica, non un risultato misurato.
Un dettaglio viene da un gruppo giapponese del 1987. Nel gruppo più bravo di dodici arcieri, a 8 metri, il deltoide taceva per un istante nel 70-100% dei tiri, circa sessanta millesimi prima del rilascio, e proprio in quel momento cominciava a lavorare l'estensore delle dita; in un arciere ripreso a 200 fotogrammi al secondo le dita cominciavano ad aprirsi 25 millesimi prima che la corda partisse. Negli altri gruppi il silenzio compariva meno spesso. È un solo gruppo di ricerca, senza statistica fra i livelli e senza un legame con il punteggio della singola freccia, ma va nella stessa direzione degli studi con gli elettrodi sulle dita: negli arcieri più abili l'estensore entra in gioco proprio al rilascio.
Che cosa fa la freccia, e perché le dita contano
La flessione della freccia nasce dal modo in cui la corda lascia le dita. Quando la presa cede, la corda scorre sui polpastrelli di lato, verso il corpo, e in avanti: 4,7 millimetri di lato in media nelle riprese di Londra, e nell'ordine di 9 o 10 in avanti. Con uno sgancio meccanico quello scorrimento manca, e la differenza si vede: in un esperimento giapponese con le stesse frecce da gara, l'ampiezza media della flessione appena fuori dall'arco era 1,22 millimetri con uno sgancio montato su un robot con un ricurvo e 6,86 nei tiri di due arcieri di livello nazionale, più di cinque volte tanto. La frequenza della vibrazione restava intorno agli 86 hertz, per cui cambia quanto la freccia si piega e non il modo in cui vibra.
Verrebbe da concludere che meno flessione voglia dire tiri migliori, e qui le misure dicono una cosa meno ovvia. Nello stesso esperimento la resistenza dell'aria era più costante da un tiro all'altro proprio nelle frecce tirate dagli arcieri: deviazione standard del coefficiente di resistenza 0,073, contro 0,103 con un meccanismo che imitava le dita, 0,119 con lo sgancio e 0,267 con un lanciatore ad aria compressa che non fa flettere la freccia. Gli autori ne deducono che una flessione dell'ampiezza giusta rende turbolento lo strato d'aria attorno all'asta, e con esso più ripetibile il volo. È un esperimento solo, con pochi lanci per condizione, e il legame con un gruppo più stretto sul bersaglio non è stato misurato; basta però a dire che la flessione data dalle dita non è soltanto un difetto da ridurre.
Nemmeno la velocità delle dita fa quello che ci si aspetterebbe. Un robot da tiro con dita motorizzate, costruito in Giappone nel 2015, ha aperto la presa a tre velocità diverse, e la flessione massima della freccia è stata di 7,07, 7,44 e 7,23 millimetri: non cresceva con la velocità, e il picco stava a quella intermedia. Le differenze sono di pochi decimi di millimetro, su una macchina e senza test statistici, ma vanno nella stessa direzione dell'arciere austriaco: nessuno dei due dati indica nella velocità di apertura delle dita qualcosa su cui lavorare.
Resta il passaggio sull'arco. L'idea diffusa è che il punto critico sia la coda, con le alette che sfiorano il bottone; nelle riprese di Londra, invece, il punto in cui l'asta passa più vicina all'arco è a circa 150 millimetri dalla cocca, e il passaggio avviene quando la freccia ha già lasciato la corda. Quando la coda arriva al bottone la freccia ha appena cominciato a ruotare sul proprio asse, quindi le alette passano orientate come erano in trazione. La luce con cui la coda supera il bottone, poi, cambia molto da un arciere all'altro, da circa 2 a 25 millimetri, e gli autori la collegano al modo in cui la mano dell'arco torce l'impugnatura: nel tuning il passaggio delle alette va controllato sul proprio tiro, non dedotto da quello di un altro.
Le braccia e la mano dopo il rilascio
Finché la freccia è sulla corda, negli arcieri di alto livello l'arco resta fermo: nei sedici arcieri di Londra non si spostava di lato di più di un millimetro, che è la risoluzione della telecamera. Un lavoro coreano del 2007, a mille fotogrammi al secondo, trova lo stesso nell'allora numero due del mondo, con uno spostamento nullo, mentre l'arco di un arciere universitario si muoveva di uno o due decimi di millimetro. Il movimento ampio dell'arco arriva dopo che la freccia è partita.
Dopo il rilascio le braccia si separano. L'unico studio che l'ha misurato, con un accelerometro su ciascun braccio di due arcieri universitari del ricurvo a 70 metri, trova che le due braccia si allontanano in direzioni opposte. In verticale il braccio dell'arco scende e quello della corda sale di quantità simili, intorno ai 2-3 centimetri; lungo la linea di tiro, invece, l'arco va avanti molto più di quanto la mano vada indietro, 6,8 contro 1,2 centimetri nelle frecce dal punteggio basso e 9,2 contro 1,6 in quelle alte. Sono due arcieri, senza test statistici: la forma del gesto si vede, il legame con il punteggio no.
La mano della corda scorre indietro invece di restare ferma. Nel 1976 un gruppo giapponese lo fotografò in quattro arcieri esperti, mentre nei sei principianti assoluti la mano restava dov'era; nel 2007 la telecamera a mille fotogrammi misurò, nei pochi millesimi fra il rilascio e l'uscita della freccia, uno spostamento avanti-indietro di 1,24 millimetri nell'arciere numero due del mondo e di 0,70 nell'arciere universitario. In tutti e due i confronti il movimento è più netto nell'arciere migliore. Quanto la mano debba arretrare nei decimi di secondo successivi, e se questo cambi il punteggio, non è stato misurato su più arcieri dello stesso livello.
Quello che la mano fa dopo è il follow-through, e anche qui conviene separare ciò che si vede da ciò che si sa. Negli arcieri migliori i muscoli di spalla e schiena restano accesi dopo il rilascio, e in due arcieri di livello mondiale l'attività durava circa un secondo e mezzo; che le frecce tirate con quei muscoli accesi vadano più al centro, però, è contestato, perché accanto a uno studio a favore su dieci arcieri di club ce ne sono due sulla singola freccia che vanno nell'altro senso. Sul campo una mano che torna in avanti verso l'arco viene letta come il segno di una trazione che si è fermata prima del rilascio, e una mano che si apre di lato, lontano dal collo, come un rilascio tirato via con il braccio: sono letture da allenatore, non misure, ma sono quelle che il follow-through permette di fare a occhio.
Che cosa separa gli esperti dagli altri
Messe in fila, le misure che confrontano livelli diversi parlano tutte di ripetibilità e di distribuzione del lavoro, non di un rilascio più veloce o più «morbido».
| Che cosa | Esperti | Meno esperti | Campione |
|---|---|---|---|
| Schema muscolare, tiro dopo tiro | identico nel 92% dei tiri (olimpici) | 41% nei nazionali, nessuno nei principianti | 15 arcieri, tre livelli |
| Braccio della corda in mira | meno bicipite e tricipite, trapezio inferiore al 54% del massimo | trapezio inferiore al 39% e al 34% | 30 arcieri, tre livelli |
| Tempo fra clicker e rilascio | circa 112 ms negli élite | 140 ms negli intermedi, 167 nei principianti | 27 arcieri, tre livelli; fra élite e intermedi altri studi non trovano differenze |
| Mano della corda al rilascio | scorre indietro, 1,24 mm nei primi millesimi | resta ferma (principianti), 0,70 mm (universitario) | 4 contro 6; 1 contro 1 |
| Arco con la freccia sulla corda | fermo, entro 1 mm | uno o due decimi di millimetro (universitario) | 16 di livello mondiale; 1 contro 1 |
Che cosa si allena, se il rilascio non si guida
Se in quel centesimo di secondo non si corregge niente, il lavoro va su come si arriva al rilascio e su come se ne esce. Le condizioni su cui si ha voce in capitolo sono quattro.
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Un ancoraggio identico
L'ancoraggio è il punto da cui la corda parte: se cambia da una freccia all'altra, cambia l'inizio di tutto quello che succede nei millesimi successivi.
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L'espansione con la schiena
Negli arcieri migliori, in mira, il lavoro si sposta dalle braccia alle scapole. In trenta arcieri giapponesi gli élite usavano, sul braccio della corda, meno bicipite degli altri due gruppi, meno tricipite dei principianti e più trapezio inferiore, il 54% della contrazione massima contro il 39 e il 34 dei due gruppi meno forti. L'idea che gli élite attivino meno tutti i muscoli è contestata; quella che regge meglio è lo spostamento del lavoro verso la scapola.
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Uno sguardo stabile
In uno studio su arcieri britannici, quelli di livello olimpico tenevano lo sguardo fermo sul bersaglio quasi due secondi prima del rilascio, contro meno di uno dei principianti, e la fissazione cominciava prima. Che un quiet eye più lungo migliori la precisione si regge per ora su quel solo confronto fra livelli.
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Il clicker, e il tempo che lo segue
Fra lo scatto del clicker e la partenza della corda passano fra un decimo e mezzo e due decimi di secondo, e fra arcieri d'élite sembra contare di più che quel tempo resti uguale. In sette arcieri delle nazionali tedesche chi lo teneva più costante aveva la media più alta, mentre nel campione più grande, trentanove élite, una reazione più rapida spiegava appena mezzo punto di differenza. Se il rilascio sia una reazione al clic o un gesto già avviato quando il clic arriva, l'unico confronto diretto, su nove arcieri delle nazionali tedesche, fa pendere la bilancia verso la seconda lettura.
Su quest'ultimo punto c'è un dato in più. Nove arciere d'élite del ricurvo, a 8 metri, hanno tirato metà delle frecce con il clicker e metà senza, rilasciando quando decidevano da sé, e senza clicker la mira al momento del rilascio era più raccolta; in laboratorio, otto persone senza esperienza con un arco simulato raggruppavano meglio i colpi quando sceglievano il momento che quando aspettavano un segnale visivo, e aspettando il segnale la caviglia si irrigidiva. Non è un invito a togliere il clicker, perché la precisione delle arciere era calcolata dall'orientamento dell'arco e non dagli impatti, e il punteggio delle frecce non è stato misurato. Dice però che reagire a un segnale esterno non è per forza il modo più stabile di far partire il tiro.
Tre esercizi per un rilascio ripetibile
Gli esercizi che seguono vengono dalla pratica di allenamento, non da studi che ne abbiano misurato l'effetto: servono a isolare le condizioni viste sopra, una alla volta.
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Esercizio 01
Paglione a occhi chiusi
A pochi metri, su un paglione senza visuale, si tirano serie brevi a occhi chiusi dopo aver controllato l'ancoraggio. Togliere la mira lascia l'attenzione sulle sensazioni della trazione e del rilascio, la presa che resta uguale e la mano che arretra lungo il collo. Serve a costruire il gesto, quindi conta la qualità di ogni freccia più del numero.
- Si toglie
- La mira
- Si allena
- La sensazione del rilascio
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Esercizio 02
Trazione tenuta senza tirare
Si arriva all'ancoraggio, si continua a espandere qualche secondo oltre il tempo normale di mira e si scarica l'arco senza tirare. Lavora sulla tenuta delle scapole, e separa la mira dal momento del rilascio, cosa utile a chi sente di dover tirare entro un certo tempo.
- Si allena
- L'espansione
- Attenzione
- Libbraggio che si regge bene
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Esercizio 03
Clicker con la trazione che continua
Con il ricurvo, l'esercizio è far scattare il clicker con l'espansione della schiena, non tirando con il braccio, e lasciare che il rilascio arrivi senza una pausa fra scatto e corda. Il tempo fra le due cose si può leggere anche dal suono, registrato con il telefono, e la cosa da guardare è quanto cambia da una freccia all'altra, più che quanto sia breve. Con il compound vale lo stesso principio per lo sgancio: il colpo parte mentre la trazione continua contro il muro, non con un gesto separato del dito.
- Si allena
- La continuità
- Si misura
- La costanza del tempo
Ricurvo e compound
Nel ricurvo e nell'arco nudo il rilascio è delle dita, con tutto quello che si è visto: la corda che scorre di lato sui polpastrelli, la freccia che si flette, la luce sull'arco che dipende anche dal tiro di ciascuno. Nel compound la corda è trattenuta da uno sgancio, a grilletto, a pulsante o a tensione, e la freccia si flette molto meno: con uno sgancio montato su un ricurvo l'esperimento giapponese trovava circa un quinto della flessione data dagli arcieri, e per un compound un modello dà intorno ai 2 millimetri. Dalla parte dell'arciere la questione resta la stessa. Con lo sgancio il difetto da cui ci si guarda è far partire il colpo con un gesto a sé, uno strappo del grilletto o un sussulto che lo anticipa: è l'equivalente di un rilascio strappato con le dita nel ricurvo.
Quando il rilascio sfugge
Il rilascio è automatico nel senso che nessuno lo guida millesimo per millesimo, e imparando a tirare il gesto cambia anche nel cervello. Gli studi con la risonanza magnetica trovano nei principianti un cervello più acceso, soprattutto nelle aree frontali, e un corso di sette settimane seguito con elettroencefalogramma ed elettromiografia mostra alla fine meno flusso di informazione dalla corteccia verso i muscoli; fra arcieri già formati, però, l'unico confronto va nel verso opposto, con le arciere d'élite che attivano di più alcune aree motorie degli arcieri universitari. Per questo l'idea che il gesto passi sotto meno controllo della corteccia è contestata: regge per il primo passo dell'apprendimento, e oltre quel passo non ha conferme.
Quando il controllo si rompe, il rilascio può partire prima del tempo, e chi ha lo sgancio anticipato lo racconta così: la freccia parte da sola, anche quando si prova a trattenerla. Il racconto viene da pochissime persone, quasi tutte praticanti di kyudo, e «contro la volontà» regge solo in parte: dei tre praticanti con rilascio anticipato esaminati in una serie di casi giapponese, uno riusciva in parte a trattenerlo, e in nessuno il disturbo si presentava sempre allo stesso modo. Fuori dal kyudo il racconto più vicino è quello di un arciere di club inglese, che non sapeva dire se le dita lasciassero la corda per scelta o perché cedevano.
È il territorio del target panic. Sulla sua origine il registro ha definizioni e racconti, non misure. Io ho proposto un'ipotesi, che il disturbo nasca quando il rilascio perde il suo automatismo, e l'ho scritta nel Laboratorio con sette previsioni verificabili: è un'ipotesi in attesa di esito, non un risultato.
Sull'attenzione resta un'avvertenza. L'idea che convenga tenere l'attenzione fuori dal corpo invece che sul movimento viene soprattutto da altri sport, e sugli arcieri l'unica prova che ha confrontato i due modi, lo sguardo sul mirino contro le sensazioni del corpo, non ha trovato differenze di punteggio, con sei frecce per condizione, troppo poche per vedere un effetto piccolo. Su un gesto che dura un centesimo di secondo, comunque, pensare alle dita mentre si tira ha poco spazio: il lavoro sulle dita si fa negli esercizi, e in gara l'attenzione va dove la indica il focus che ognuno ha costruito.
Il rilascio come conseguenza
Messo insieme, il quadro è abbastanza netto. Il rilascio dura un centesimo di secondo o poco più, troppo poco per essere guidato, e le dita si aprono nelle articolazioni fra le falangi, con punteggi uguali per chi rilassa e per chi apre. La freccia si flette per come la corda lascia le dita, e quella flessione ha anche un lato utile. Quello che separa i livelli, nelle misure, è la ripetibilità del gesto e il lavoro che passa dalle braccia alle scapole.
Per chi vuole migliorare il proprio rilascio, l'ordine che consiglio è quello delle condizioni: prima l'ancoraggio e l'espansione, finché arrivare al clicker diventa un gesto uguale ogni volta, poi gli esercizi sul rilascio, e solo alla fine il lavoro di gara. Copiare con gli occhi il rilascio di un campione serve a poco, perché la forma esterna, le dita che restano flesse e la mano che scorre indietro, è il risultato di tutto quello che viene prima.