«Quel ragazzo ha talento» è una frase che nei campi di tiro si sente spesso, detta a occhio dopo qualche volée. Gli studi sul tiro con l'arco permettono di dire qualcosa di più preciso su che cosa si può misurare e su quanto ci si può fidare. Il segnale più semplice, il giudizio di un tecnico esperto, si lega al punteggio, ma nell'unico studio che lo ha confrontato con i livelli riconosceva chi era indietro e non ordinava chi era già avanti. I test fisici, quelli di attenzione e i modelli costruiti al computer si legano al punteggio in modo più debole e più discontinuo di quanto si creda, quasi sempre su campioni piccoli.

Tutti questi dati hanno un limite in comune, ed è il punto da tenere a mente quando si deve scegliere: sono fotografie prese in un momento solo. Dicono chi tira meglio oggi, non chi tirerà meglio fra cinque anni, perché nessuno studio ha seguito nel tempo i ragazzi testati per vedere chi è arrivato in alto. Le batterie di valutazione restano strumenti utili per chi lavora con i gruppi, tecnici, società e federazioni, cioè le realtà con cui collaboro, a patto di sapere che cosa misurano davvero.

Che cosa si intende per talento

Nello sport il talento è l'insieme delle predisposizioni che rendono più rapida la crescita e ne alzano il tetto. Nel tiro con l'arco ci entrano componenti fisiche (forza, resistenza, corporatura), di controllo (stabilità posturale e coordinazione fine), visive e mentali, dall'attenzione alla gestione della gara fino alla capacità di apprendere il gesto.

Proprio perché le componenti sono tante, un numero solo non basta a descriverle: un atleta può essere molto forte sul piano fisico e fragile su quello emotivo, o il contrario. Per questo una batteria seria, invece di un voto da uno a dieci, restituisce un profilo come quello della figura, con i punti di forza e le fragilità. Un profilo descrive però l'arciere di oggi, e quanto dica del suo futuro è la domanda a cui gli studi rispondono meno.

FIG · 01 Un profilo, non un voto unico Le dimensioni di una batteria di valutazione · esempio illustrativo, non dati Forza / resistenza Stabilità posturale Funzione visiva Coordinazione fine Gestione emotiva Apprendimento motorio basso alto Il valore sta nel disegno dei punti di forza e delle fragilità, non in un numero solo.
Fig. 01 Un esempio di profilo da cui far partire il lavoro: l'atleta immaginario della figura è forte nella stabilità e nell'apprendimento del gesto e fragile nella gestione emotiva. I valori sono illustrativi.

Il giudizio del tecnico

Prima di qualunque test c'è l'occhio di chi allena. Due studi su arcieri hanno messo la tecnica valutata da esperti accanto al punteggio, e in entrambi il legame c'è: in 62 ricurvisti maschi del campionato nazionale indonesiano la qualità tecnica è, fra i fattori misurati, quello più legato al punteggio nel round FITA, e in 31 arcieri thailandesi con esperienza internazionale una scheda tecnica a dieci voci si lega al punteggio in modo moderato (r intorno a 0,4). Entrambi hanno limiti che pesano: il primo non descrive come la tecnica sia stata valutata, il secondo sta in una rivista con criteri editoriali dubbi, e nessuno dei due descrive un giudizio dato senza conoscere i punteggi degli arcieri.

Il dato più utile per chi deve selezionare viene da uno studio svedese del 1999, nato per tutt'altro scopo. Quattro tecnici federali divisero venti arcieri fra i 13 e i 18 anni in tre livelli, giudicandone l'abilità complessiva e non la sola tecnica, ed erano molto d'accordo fra loro (correlazione multipla di 0,90). Sulle dodici frecce a 18 metri della condizione di controllo il gruppo giudicato meno forte fece 91,3 punti su 120, quello intermedio 105,6 e quello d'élite 105,5: il giudizio dei tecnici separava chi era indietro, mentre fra intermedi ed élite il punteggio era lo stesso.

FIG · 02 Il giudizio dei tecnici separa chi è indietro Punti su 12 frecce a 18 m (massimo 120) · 20 arcieri di 13-18 anni, gruppi formati da 4 tecnici federali Meno forti Intermedi Élite 91,3 105,6 105,5 0 30 60 90 120 Differenza significativa solo fra i meno forti e gli altri due gruppi.
Fig. 02 Nello studio svedese del 1999 i tre gruppi formati dai tecnici: i meno forti fanno circa quattordici punti in meno degli altri, intermedi ed élite tirano allo stesso modo. Erano buoni arcieri di club anche i meno forti, e le frecce sono dodici.

È un indizio su venti ragazzi, con dodici frecce sole e tre tipi di arco mescolati, e i meno forti non erano principianti ma buoni arcieri di club. Va però nella stessa direzione di altri dati che vedremo, a cominciare dal tempo di reazione: diverse misure distinguono bene chi è all'inizio da chi è avanti e molto meno bene gli arcieri già forti fra loro, che per una selezione è proprio la parte che conta.

Test di lancio e tempo di reazione

Fra i principianti si è provato a cercare qualcosa, fuori dal tiro, che anticipi il punteggio. In 17 studenti di scuola media alla fine di un corso base, chi lanciava con più precisione una pallina da tennis contro un bersaglio a muro tirava meglio con l'arco (r = 0,51), ma nello stesso studio nessuna delle altre otto misure, dalla statura alla lunghezza delle braccia al senso di posizione della spalla, si legava al punteggio, e su nove correlazioni una sola sopra la soglia può anche essere un caso. Già nel 1969, in un corso per studentesse principianti, un test di abilità motoria generale si legava al punteggio finale solo debolmente (r = 0,32).

Il tempo di reazione mostra lo stesso andamento del giudizio dei tecnici. Fra lo scatto del clicker e il rilascio gli esperti sono nettamente più rapidi dei principianti: circa 100 millisecondi contro 200 in uno studio con l'elettromiografia, 112 negli élite, 140 negli intermedi e 167 nei principianti in un altro. Fra arcieri già forti la differenza sparisce, perché in sette arcieri delle nazionali tedesche il tempo medio non si legava al punteggio e in quindici arcieri francesi non distingueva gli élite dagli intermedi. Misurata fuori dal tiro, su 127 arcieri statunitensi, la reazione si legava al punteggio solo debolmente, e nel confronto fra gruppi chi superava i 1.200 punti reagiva in 181 millisecondi contro 188. Sulla regolarità di quel tempo gli studi sono divisi: nei sette arcieri tedeschi i più costanti segnavano di più, in quindici giovani arcieri ucraini no. Che gli arcieri migliori abbiano tempi di reazione un po' più brevi e soprattutto più costanti è quindi contestato.

Test fisici e modelli predittivi

I test fisici sono i più facili da somministrare e i più usati nelle batterie per i giovani. Un legame con il livello c'è, ma è più limitato di quanto si pensi e spesso si confonde con la taglia del corpo e con l'età.

La forza di presa ne è l'esempio più chiaro. Nei confronti fra livelli gli arcieri migliori hanno una presa più forte: in dodici giovani ricurvisti malesi divisi a metà per punteggio, i sei migliori stringevano 35,2 contro 23,8 kg con la mano sinistra e 33,8 contro 29,3 kg con la destra, ma erano anche dodici centimetri più alti, e statura e apertura delle braccia si legavano al punteggio più della presa. Dentro un gruppo omogeneo il legame si perde. Sulla forza delle braccia in generale gli studi si contraddicono: la presa al dinamometro non si lega al punteggio in una lunga serie di campioni e in altri sì, e le correlazioni più alte vengono da gruppi piccoli che mescolano principianti ed esperti, dove qualunque misura fisica finisce per separare gli uni dagli altri.

Anche le altre qualità hanno un appoggio limitato. Il salto verticale si è legato al punteggio in un solo studio, su cinquanta giovani malesi, con una prova di sei frecce, e nello stesso studio il salto in lungo da fermo, che misura una qualità molto vicina, restava sotto la soglia. L'equilibrio statico su una gamba non si lega al punteggio in sette campioni su nove, mentre l'oscillazione del corpo in mira, misurata su una pedana di forza, va quasi sempre insieme a tiri migliori; è però una misura presa durante il tiro, non un test separato. Quanto alla tenuta isometrica, i due lavori che più si avvicinano alla domanda non la trovano più importante della forza massima.

Su questi test si sono costruiti anche modelli di machine learning. Una serie di studi malesi della stessa équipe divide i giovani arcieri in alto e basso potenziale con accuratezze fra l'82,5 e il 97,5%, un numero che impressiona finché non si guarda come sono fatti i gruppi: vengono costruiti con le stesse misure e lo stesso punteggio che il modello deve poi riconoscere, quindi l'accuratezza è in buona parte circolare. I lavori poggiano con ogni probabilità su un unico campione di cinquanta arcieri analizzato più volte, i modelli sbagliano soprattutto sui meno forti, e l'unica prova su arcieri tenuti fuori dall'addestramento riguarda dieci ragazzi, uno dei quali classificato male. Che una batteria di test fisici individui i giovani più promettenti resta un risultato riportato, ma l'evidenza riguarda il livello di oggi.

Le batterie costruite con più cura, validate dal giudizio di sette esperti o ripetute a un giorno di distanza, mostrano che lo strumento è coerente e ripetibile, non che scelga i ragazzi giusti. E una batteria usata su quaranta bambini di tre club indonesiani non collocava nessuno sotto la fascia intermedia, cioè non distingueva verso il basso. Un buon risultato nei test fisici descrive quindi il punto di partenza, non quanto un ragazzo crescerà con il metodo e la costanza.

Attenzione, testa e vista

Sulla parte mentale la risposta dipende molto dallo strumento. Quando agli arcieri si chiede quanto si sentono concentrati, come in un lavoro del 1986 su oltre cento arcieri fino al livello mondiale, la concentrazione dichiarata non va con il punteggio (r = 0,16). Quando si usa un test di attenzione da svolgere contro il tempo il segno è quasi sempre lo stesso: in sessantuno arcieri della nazionale cinese un test carta e matita si legava alla prestazione nella gara della settimana dopo (correlazione 0,43), e tre piccoli studi indonesiani del 2026 trovano valori fra 0,62 e 0,79. Il quadro però si incrina, perché in quarantacinque arcieri tradizionali turchi solo due indici del test d2 si legano al punteggio, e in uno degli studi indonesiani il legame sparisce appena si tiene conto della forza del braccio: per questo il legame fra attenzione e punteggio resta contestato.

Quanto pesino in tutto i fattori mentali è stato stimato più volte. Nel 1986, su 79 arcieri statunitensi del ricurvo, sette misure spiegavano il 58% delle differenze di punteggio, e il blocco mentale (rimuginare sugli errori, fiducia, immaginazione visiva) ne valeva il 26%, quasi il doppio di forza e corporatura insieme; allargando il campione a 124 arcieri, però, la quota corretta scendeva dal 53 al 39%. In sessantuno atleti della nazionale cinese i fattori psicologici spiegano circa un terzo della variabilità dei risultati. Sono quote di associazione: dicono che una buona parte delle differenze di punteggio va insieme a misure mentali, non quanti punti si guadagnerebbero cambiandole.

Sulla robustezza mentale di chi vince medaglie c'è un solo confronto diretto, su quaranta arcieri universitari indiani: i venti medagliati dichiaravano molta più robustezza degli altri, con 4,45 punti di debolezza su 24 contro 14,20. Lo studio sta in una rivista con criteri editoriali dubbi, il questionario è stato compilato a medaglie già assegnate, e vincere può rendere più sicuri invece che il contrario. Il registro lo riporta ma non lo usa per decidere lo stato, per cui la domanda sulla robustezza mentale dei medagliati resta non studiata.

La vista, infine, si misura spesso e conta meno di quanto si pensi. Nell'unico studio che ha messo l'acuità visiva accanto al punteggio, su centodue arcieri del ricurvo, nessuna delle undici misure visive si legava al punteggio medio della stagione. Sulla dominanza crociata fra occhio e mano gli studi sono divisi: in 82 studenti di scienze motorie al primo contatto con l'arco, senza mirino, chi aveva occhio e mano dominanti da lati opposti faceva meno punti, mentre fra gli arcieri già formati il vantaggio non si vede.

Anni di pratica, età di inizio e punto di partenza

Un test fatto a un ragazzo misura anche, senza dichiararlo, da quanto tempo tira e quanti anni ha. Gli studi che mettono gli anni di pratica accanto al livello vanno in direzioni opposte: nella nazionale cinese gli atleti di livello internazionale tiravano da dieci-tredici anni e quelli di prima classe da sei-otto, mentre fra 62 arcieri di un campionato tedesco e di un europeo gli anni non separavano in modo chiaro i due livelli (11,8 contro 15,7, p = 0,061) e le frecce tirate in una settimana sì (273,7 contro 696,5). Se gli anni dicano quanto è bravo un arciere è quindi contestato, e lo è anche la lettura opposta, che da soli non dicano il livello. In questi confronti anni ed età crescono insieme, e nessuno conta le frecce tirate in quegli anni.

Sull'età di inizio i dati sono ancora più indiretti. Nessuno studio si è posto la domanda, e i dati vengono dalle descrizioni dei campioni: gli arcieri coreani di alto livello avevano cominciato verso i dieci anni, mentre gli otto maestri internazionali della squadra cinese che preparava Tokyo 2020 avevano 4,9 anni di pratica a 19,6 anni di età, cioè avevano cominciato verso i quindici (il dato cinese viene però da una sede dubbia). L'età di inizio sembra dipendere dal paese più che dal livello, e nessuno ha contato quanti bambini hanno cominciato presto senza arrivare in alto: che chi arriva in alto abbia cominciato da bambino resta un dato riportato, letto su campioni descritti per altri scopi.

C'è poi chi parte più indietro. Nessuno studio su arcieri è stato disegnato per dire se chi parte più in basso guadagni più punti, e i piccoli programmi che lo lasciano intravedere vanno in direzioni diverse: in dodici ragazzi di un club, dopo diciotto sedute di circuito, chi partiva da 204 punti ne guadagnò 77 e chi partiva da 226 ne guadagnò 41, mentre in altri due programmi le distanze fra gli arcieri restavano le stesse o si allargavano. Nessuno di questi studi ha un gruppo di controllo, e chi tira molto male il giorno del primo test tende a tirare meglio la volta dopo anche senza allenarsi.

Messi insieme, questi dati descrivono l'errore più facile in una selezione fatta su un test. Chi è avanti oggi può essere semplicemente più grande, più alto o in pratica da più anni, e un test preso in un momento solo lo premia senza dire niente su dove arriverà chi ha cominciato dopo.

Prevedere il punteggio

Se lo scopo è sapere come tirerà un arciere, i suoi risultati passati sono il punto di partenza naturale, e gli studi lo confermano solo in parte. In un modello di apprendimento automatico costruito su trentadue arcieri indiani, addestrato sulle frecce di una sessione e messo alla prova sulla successiva, l'errore era di circa sei punti su trecento; in cima ai predittori stavano gli anni di pratica, al primo posto, e il punteggio nelle gare precedenti, al terzo, ma al secondo c'era la pressione sistolica a riposo misurata quel giorno. In una gara indoor fra diciassette adolescenti, tempo di tiro e variabilità cardiaca prima di ogni freccia spiegavano l'11,8% del punteggio della singola freccia, mentre la differenza fra principianti ed esperti, da sola, pesava circa il doppio.

In piccoli gruppi la graduatoria interna resta stabile anche quando le condizioni cambiano molto: la correlazione è di 0,898 fra i punteggi di nove giovani arcieri prima e durante la pandemia, cioè in due periodi di allenamento molto diversi, e di 0,985 fra l'inizio e la fine di sei settimane in dieci studenti. Nessuno però ha ancora confrontato un modello con la previsione più semplice, la media delle ultime gare, e i due studi che mettono a confronto dati del momento e risultati passati non danno una risposta netta: che il punteggio si preveda meglio dall'esperienza e dai risultati passati è contestato.

Quante prove servono

Un test vale qualcosa se, ripetuto in condizioni simili, dà un risultato simile. Si sente spesso dire che una sola prova non basta e che le misure sull'arciere vanno sempre ripetute, ma la risposta dipende da che cosa si misura. Per la forza massima di trazione, già nel 1967 tre prove nella stessa seduta su 49 studenti universitari principianti davano valori molto vicini, con una correlazione fra 0,91 e 0,98 fra la prova migliore e la media delle altre due: una prova sola ordinava gli arcieri quasi come tre, e per questo l'idea che una sola prova non basti è contraddetta.

Per l'attività elettrica dei muscoli le cose cambiano. In venti arcieri esperti una misura elettromiografica fatta una volta sola aveva un'affidabilità di 0,745 e la media di cinque prove di 0,936, ma il segnale calava prova dopo prova, da 5,87 a 4,64 mV, e l'angolo dell'anca a cui si misurava pesava quasi quattro volte più delle differenze fra le persone. Lo studio è uscito in una rivista con criteri editoriali dubbi, e riguarda un solo muscolo. Ripetere aiuta quando il segnale è rumoroso, a patto di lasciare il tempo di recuperare e di misurare sempre nella stessa posizione.

Lo stesso ragionamento vale per la prova di tiro che chiude quasi ogni batteria. Il legame fra salto e punteggio poggiava su sei frecce, la differenza fra i gruppi dei tecnici svedesi su dodici, e con così poche frecce due arcieri vicini non si separano. Un protocollo serio fissa in anticipo numero di frecce, distanza e condizioni, ed è questo che permette di confrontare un risultato nel tempo invece di affidarsi a un'impressione.

A che cosa serve, e a che cosa no

Per tutte queste ragioni la valutazione del talento non serve a scartare le persone. I legami che ho descritto sono associazioni raccolte in un momento solo, e giudicare lo sviluppo di un ragazzo su un test a tredici anni vuol dire chiedere a quei dati una cosa che non dicono. Serve invece a capire dove un atleta è forte e dove è fragile, e quindi su che cosa conviene lavorare e come distribuire le risorse, sempre limitate, di una società o di una squadra.

Usata così, una batteria trasforma frasi vaghe come «ha talento» o «non è portato» in un profilo da cui partire, e ripetuta con lo stesso protocollo mostra se il lavoro sta dando frutti.

ARCOS: dai test sparsi a un archivio comune

Tutto quello che ho descritto ha anche un limite pratico: un test fatto bene in una società e uno fatto a modo proprio in un'altra non si possono confrontare, e i numeri restano nel cassetto di chi li ha raccolti. La domanda che conta di più per chi seleziona, cioè se chi va bene a un test a tredici anni arriva poi in alto, si può affrontare solo seguendo gli stessi arcieri per anni con le stesse misure.

È da qui che nasce ARCOS, il sistema a cui sto lavorando. Parte dai risultati di gara che esistono già e li aggancia al numero di tessera, così che ogni arciere abbia il suo storico, e ci affianca il diario di allenamento e le valutazioni raccolte con protocolli uguali per tutti. È un sistema di performance intelligence, non uno strumento medico: legge prestazione e carico nel tempo e propone letture e correzioni tecniche a supporto dei tecnici, senza diagnosi e senza nessuna selezione su base sanitaria.

Adottato a livello federale, uno strumento così permetterebbe cose che il singolo club non può fare. Con i dati di molti arcieri raccolti allo stesso modo si potrebbero seguire gli stessi ragazzi per anni e vedere quali misure prese da giovani vanno insieme al livello raggiunto da adulti, su arcieri italiani; lo storico delle gare darebbe a ciascuno il riferimento più semplice per prevedere la stagione successiva; e la formazione dei tecnici e la preparazione dei gruppi potrebbero partire da numeri confrontabili invece che da impressioni. È un progetto ancora in sviluppo, e va messo alla prova sul campo prima di diventare una promessa.