Quando dico che il tiro con l'arco è uno sport da sovraccarico, all'inizio quasi nessuno mi crede: non c'è contatto, non si corre, non si salta. Eppure chi tira da qualche anno conosce bene la spalla che la sera tira e il gomito che si fa sentire dopo le sessioni lunghe, soprattutto quando il volume sale. Gli studi sugli arcieri raccontano proprio questo: gli infortuni gravi sono pochi, i disturbi che tornano sono tanti, e dire se lo sport sia a rischio basso o alto dipende da quale delle due cose si conta.
Il quadro cambia anche con le persone che si guardano. Negli archivi di pronto soccorso, dove finisce chiunque si sia fatto male con arco e frecce, dominano i tagli alle dita; negli agonisti domina il sovraccarico della spalla, e nello studio che le ha contate le poche ferite acute nascevano quasi tutte da un pezzo di attrezzatura che si rompe. Qui metto in fila dove ci si fa male, quali fattori di rischio sono stati misurati sugli arcieri e che cosa si può fare, con lo stato di ciascuna affermazione nel registro. Una premessa che ripeto sempre: un articolo non sostituisce il medico o il fisioterapista, che restano il riferimento per un dolore che non passa.
Quanto è rischioso il tiro con l'arco
L'idea dello sport sicuro ha una fonte precisa. Uno studio del 2018 su 62 arcieri agonisti tedeschi ed europei trova infortuni lievi, nessuno grave secondo gli autori, e calcola un tasso per ora di tiro che colloca fra i più bassi mai misurati; una rassegna del 2021 su trentatré sport olimpici lo riprende e mette l'arco all'ultimo posto fra le dodici discipline con dati per mille ore. Quel tasso però poggia su 10.818.080 ore di esposizione calcolate dagli autori, cioè oltre 170.000 ore per arciere, un monte ore che non torna con i volumi riportati dallo stesso studio, e la rassegna non ha altri dati sull'arco da cui partire.
Se invece si conta quanto spesso i disturbi compaiono, il quadro si rovescia. Nello stesso studio del 2018 il 59% degli arcieri aveva avuto almeno un infortunio da sovraccarico in carriera; fra 239 arcieri della Florida quasi metà ne riferisce almeno uno dovuto al tiro; fra 156 agonisti indiani visitati alle spalle più di metà ha male il giorno dell'indagine e più di quattro su cinque lo hanno avuto almeno una volta. Nemmeno i dati di pronto soccorso statunitensi, circa 43.000 accessi in dieci anni, tutti medicati e dimessi secondo gli autori, diventano un tasso, perché nessuno sa quante ore abbiano tirato quelle persone.
Per questo nel registro l'affermazione che il tiro con l'arco sia uno sport a basso rischio di infortuni è contestata: la gravità è bassa, la frequenza dei disturbi è alta, e le due misure non si incontrano. La scheda racconta anno per anno come il quadro è cambiato, dal primo conteggio ortopedico nel kyudo del 1971 agli archivi clinici del 2025. In pratica, chi tira si fa male in modo serio di rado, ma fra gli agonisti convivere con un fastidio alla spalla o alla schiena è frequente, ed è su quello che si lavora.
Dove ci si fa male
La sede dipende da chi si conta. Nei pronto soccorso degli Stati Uniti, dal 2013 al 2022, negli uomini il dito è la sede nel 66,2% degli accessi e la mano nel 17,1%, e la lesione più comune è il taglio. Quell'archivio raccoglie però chiunque si sia fatto male con arco e frecce, a casa come in una fattoria o a scuola, senza dire se tirava in gara. Fra gli agonisti il quadro è diverso: in tutta la carriera di 62 arcieri i casi acuti sono sei, e quasi tutti i problemi sono sovraccarichi, con la spalla in testa.
-
Spalla
Sei campioni indipendenti, dal kyudo giapponese agli Europei giovanili, mettono la spalla al primo posto fra i sovraccarichi, dal 51% dei praticanti di kyudo al 70,3% degli arcieri infortunati della Florida. Colpisce più spesso il lato della corda, nel 64,7% dei sovraccarichi alla spalla degli agonisti tedeschi ed europei e nell'80,5% dei coreani con dolore, e fa male soprattutto in trazione. Un piccolo studio su 13 ragazzi turchi mette davanti la schiena, e per questo lo stato è riportato e non corroborato. Quanti arcieri hanno male, quanto dura e che cosa si trova in chi ce l'ha è il tema dell'articolo sulla spalla che fa male quando si tira.
-
Gomito
Quando il gomito fa male, il punto più colpito è il lato esterno, dove nascono gli estensori dell'avambraccio: nel kyudo del 1971 il dolore all'epicondilo laterale compare in 12 casi contro i 6 del mediale, e negli agonisti del 2018 il braccio è la seconda sede dei sovraccarichi, il 23,5%, per due terzi dal lato dell'arco, con epicondiliti laterali che gli autori citano senza contarle. Un'ecografia su 12 arcieri d'élite, ancora in preprint, trova invece che rispetto agli atleti di altri sport negli arcieri è più spesso il tendine del lato interno, non quello esterno: il carico del tiro arriva anche lì.
-
Zona lombare
Nel kyudo e nei giovani viene subito dopo la spalla: 59 praticanti di kyudo su 122 riferiscono lombalgie, e agli Europei giovanili è la seconda sede di dolore. Fra gli arcieri della Florida la schiena riguarda il 31,7% degli infortunati, mentre negli agonisti adulti del 2018 scende al 5,9% dei sovraccarichi. L'unico gruppo che ha stimato il carico, su tredici studenti con archi nudi da 20 a 32 libbre, trova compressioni lombari ben sotto le soglie di rischio, più alte in chi flette il busto in avanti.
-
Dita e mano
Sono la sede degli infortuni acuti nei dati di pronto soccorso, quasi sempre tagli. Negli agonisti, invece, i sei casi acuti del 2018 colpivano soprattutto il braccio, con quattro ematomi e un solo taglio alla mano da una freccia rotta. Per questo l'affermazione che gli infortuni acuti colpiscano soprattutto dita e mano è contestata, e la differenza sembra stare nelle persone contate più che nel gesto.
-
Collo
Compare quasi ovunque, con pesi molto diversi da un campione all'altro: nel kyudo del 1971 riferiscono disturbi al collo 44 praticanti su 122, negli agonisti del 2018 è il 5,9% dei sovraccarichi, lo indica come sede di dolore il 22,4% di 58 agonisti coreani, e il 15% di 75 arcieri tedeschi adulti ha una storia di disturbi al collo.
I casi rari
Accanto ai disturbi frequenti, la letteratura descrive alcuni casi singoli. Un caso dice che una cosa può succedere, non quanto spesso, e va letto così; serve però a riconoscere un segnale che altrimenti verrebbe attribuito alla solita spalla.
Il primo riguarda la costola. Una ragazza giapponese di 15 anni, che aveva cominciato il kyudo al liceo con due o tre ore di pratica al giorno, dopo circa sette mesi sente male alla scapola e al dorso dal lato sinistro; qualche settimana dopo, tendendo l'arco, avverte un rumore secco e il dolore aumenta di colpo. La radiografia trova una frattura da stress della prima costola dal lato dell'arco. Con il riposo il dolore sparisce in un mese, ma a un anno l'osso non è ancora consolidato. Gli autori la attribuiscono alla testa rivolta verso il bersaglio, con gli scaleni in tensione mentre il braccio regge l'arco, senza averlo misurato.
Il secondo riguarda il collo, ed è ancora nel kyudo. Un liceale di sedici anni, due mesi dopo aver cominciato, perde forza in deltoide, bicipite e brachioradiale da entrambi i lati, mentre i muscoli della mano restano normali. Le immagini con il collo ruotato a sinistra, come nella postura di tiro, mostrano il midollo spinto in avanti e compresso su tre livelli, e le radiografie trovano una cifosi cervicale: è il caso su cui il registro scrive che la testa ruotata può comprimere il midollo cervicale in chi è predisposto. Sospeso il tiro e limitati flessione e rotazione del collo, il quadro si risolve del tutto in diciotto mesi. Il ragazzo studiava anche con il collo flesso sui libri, e gli autori parlano del kyudo come fattore di peggioramento, non come causa unica. Per chi allena, il dettaglio da ricordare è che la debolezza era di spalla e braccio, cioè proprio quella che sul campo si attribuirebbe alla spalla.
Il terzo è un arciere d'élite di 28 anni con i vasi e i nervi della spalla compressi in piena trazione, che si presentava con debolezza, presa ridotta e sensibilità alterata lungo il nervo ulnare; dopo l'intervento è tornato a tirare a quattro mesi e in gara a otto.
Infine gli occhi. In dieci anni di traumi oculari pediatrici raccolti in due ospedali di Indianapolis l'arco compare fra gli sport minori, molto dietro baseball, basket e calcio, e solo in bambini fra i 3 e gli 11 anni. Nei due casi da arco in cui la vista è stata misurata, però, la perdita iniziale era seria, in media 20/63, prima di tornare a 20/15 ai controlli. La scheda sul rischio tiene questo dato come contesto: ferite poche, ma non lievi quando l'occhio viene colpito.
Quando a rompersi è l'attrezzatura
Fra gli agonisti del 2018 l'infortunio acuto era quasi sempre una questione di attrezzatura: dei sei casi raccolti, cinque, cioè l'83,3%, nascevano dalla rottura di arco, freccia o corda durante il tiro e il sesto da un colpo di corda sul braccio dell'arco, e tutti erano lievi.
Sulla freccia c'è anche una prova di laboratorio. Due tipi di asta in duralluminio da kyudo, compresse di punta come quando la punta rientra dietro l'arco al rilascio e la freccia resta schiacciata fra corda e arco, cedono a circa 50 e 65 newton e si spezzano esattamente a metà, lasciando bordi metallici taglienti, in circa due decimi di secondo nella prova rapida. A cedere non è il materiale, che arriva a circa 30 megapascal contro i circa 500 della lega, ma la stabilità dell'asta, e gli autori avvertono che i frammenti volano proprio davanti al viso di chi tira. La prova riguarda solo l'alluminio da kyudo: le aste in carbonio da tiro alla targa non sono state provate. Una stima su un compound con aste di spine 500 mette il carico di picco intorno ai 60 newton, contro un carico critico di circa 100, e oltre lo spine 800 l'autore si aspetta che l'asta ceda. È una stima, in un preprint, ma ricorda che uno spine adatto al libbraggio conta anche per la sicurezza, non solo per il volo.
I fattori di rischio misurati sugli arcieri
Sui fattori di rischio la preparazione fisica in generale ha regole precise, ma sugli arcieri i dati sono pochi e a volte vanno nella direzione opposta a quella che ci si aspetta. I tre su cui la ricerca ha lavorato di più sono il volume, l'asimmetria del gesto e la fatica.
Volume e livello
Che più frecce significhino più infortuni è l'idea più diffusa, e gli studi su arcieri non la confermano. L'unico dato a favore è una correlazione debole fra 239 arcieri della Florida, con r fra 0,15 e 0,17 per i giorni di allenamento a settimana; fra 156 agonisti indiani, invece, chi ha male alla spalla tira le stesse frecce al giorno di chi non ne ha, 145 contro 143, e il dolore si lega soprattutto a un dolore precedente. Per questo nel registro il legame fra giorni di allenamento e infortuni da sovraccarico è contestato, e la regola di aumentare le frecce al massimo del 10% alla volta, che circola nella preparazione fisica, sul tiro con l'arco non è stata studiata.
Il dato più sorprendente viene dal confronto fra livelli. Fra 62 arcieri del ricurvo, chi gareggiava al campionato europeo aveva avuto almeno un infortunio da sovraccarico nel 36,4% dei casi, contro il 71,8% di chi gareggiava al campionato tedesco, pur tirando 696,5 frecce a settimana contro 273,7 e con più libbre, 42,9 contro 38,5; e chi era inserito in una squadra nazionale o regionale ne riportava meno. Che gli arcieri di livello più alto e inseriti in una squadra riportino meno infortuni da sovraccarico è quindi riportato, su un solo studio. Gli autori lo leggono come l'effetto di una guida tecnica migliore, ma ammettono che la direzione può essere rovesciata: chi non si infortuna ha più probabilità di arrivare in alto e di restarci. Aumentare le frecce per gradi resta una scelta prudente, ma nessuno studio su arcieri ha seguito il carico mentre cresceva.
L'asimmetria
La preoccupazione che sento più spesso è che un gesto tutto da un lato finisca per sbilanciare il corpo. Che il carico sia asimmetrico lo mostra l'elettromiografia: in trazione il braccio della corda usa più gran dorsale e bicipite, quello dell'arco più deltoide laterale e tricipite. Se questo lasci un corpo asimmetrico dipende dalla zona, e gli studi su arcieri vanno in direzioni opposte. Su braccia e mani l'asimmetria si trova: in 13 giovani arcieri turchi il lato che traziona è più forte, di poco nei grandi movimenti di spalla e gomito e di molto nelle prese con le dita, e ha i rotatori esterni della spalla più accorciati. Sul tronco e sulla colonna no: nessuna scoliosi nei 30 praticanti di kyudo visitati e radiografati nel 1971, lo stesso spessore dei muscoli profondi del tronco sui due lati in 15 giovani arcieri d'élite. Nessuno ha seguito gli stessi arcieri nel tempo, e nei destrimani una differenza fra le due mani c'è anche senza arco.
I rimedi studiati sono due. Il primo è tirare anche dall'altro lato: fra 75 agonisti tedeschi, i 25 che si allenavano da entrambi i lati non mostravano le asimmetrie di rotazione della spalla e della scapola presenti nei 50 che tiravano da un lato solo. Su questo confronto, fatto in un solo momento, il registro riporta che allenare entrambi i lati riduce le asimmetrie, e nello stesso studio la storia di disturbi alla spalla era la stessa nei due gruppi, 42% e 44%. Il secondo è il lavoro sul trapezio inferiore: in 14 arcieri universitari taiwanesi dodici settimane di esercizi hanno dimezzato il rapporto fra trapezio superiore e inferiore sul lato che traziona, da 2,2 a 1,1, perché la parte alta lavorava meno. Anche che gli esercizi per il trapezio inferiore riequilibrino i trapezi è riportato, con sette arcieri per gruppo, scelti per preferenza, e una misura poco affidabile. Nessuno dei due studi ha contato gli infortuni, per cui che correggere l'asimmetria protegga la spalla resta da dimostrare.
La fatica e le cento frecce
La fatica è il passaggio che dovrebbe legare il volume al sovraccarico, e per la spalla la soglia che la ricerca ha messo alla prova è quella delle cento frecce. In 20 arcieri tradizionali di club polacchi, fra le 50 e le 100 frecce l'infraspinato del braccio della corda cala in ampiezza e in frequenza del segnale e il trapezio inferiore produce un picco più basso, mentre deltoidi e trapezio superiore alzano l'attivazione: più che un cedimento, il lavoro si sposta verso altri muscoli. Nello stesso campione, però, dopo cento frecce tono, rigidità ed elasticità di sei muscoli non cambiano, e per questi arcieri cento frecce sono la seduta normale, 111 in media. Per questo l'affermazione che oltre le 100 frecce per sessione i muscoli della spalla vadano in fatica è contestata. Che cosa cambia nel corpo e nell'arco dopo molte frecce è il tema dell'articolo sulla fatica.
Che cosa si può fare
La prevenzione, qui, va presa per quello che è: un insieme di abitudini ragionevoli, più che di risultati misurati sugli infortuni degli arcieri.
La prima è il riscaldamento, che oggi gli agonisti fanno quasi tutti: lo dichiara l'86% di 156 arcieri indiani e l'88% di 200 giovani d'élite, per circa un quarto d'ora. Il dato del 1971, quando nel kyudo si riscaldava o faceva esercizi complementari un praticante su quattro, non descrive più chi gareggia oggi, e infatti l'affermazione che pochi arcieri facciano riscaldamento o esercizi complementari è contestata. Regge invece la seconda metà: l'85% degli arcieri indiani non fa nessun lavoro in palestra per la spalla, e fra 75 agonisti tedeschi solo il 22% aggiunge allenamento di forza legato al tiro. Anche il defaticamento resta poco praticato, lo fa meno della metà di quei giovani europei.
La seconda è il rinforzo della spalla: rotazioni esterne con l'elastico, scaption controllata, lavoro sui muscoli profondi e sul trapezio inferiore. È la base che di solito si consiglia a chi tira molte frecce, ma che il rinforzo della cuffia dei rotatori prevenga gli infortuni negli arcieri non è stato studiato: una revisione sistematica dei quindici studi di esercizio sugli arcieri pubblicati fra il 2015 e il 2025 non trova in nessuno l'incidenza degli infortuni, la loro gravità o i giorni persi. Costa poco tempo e lavora anche sull'infraspinato, uno dei due muscoli che a cento frecce mostrano un segnale in calo, per cui resta una scelta sensata, purché la si chiami per quello che è.
La terza è la mobilità toracica: l'idea che circola è che una colonna toracica che ruota bene tolga lavoro alla spalla in trazione, ma è un ragionamento biomeccanico, e sugli arcieri nessuno ha misurato né la mobilità né l'effetto di un programma. La quarta è la gestione del carico, aumentando le frecce per gradi e inserendo giorni più leggeri. Più di ogni regola conta un segnale: un dolore che torna sempre nello stesso punto è un dato da portare al medico o al fisioterapista, anche perché fra gli agonisti indiani il dolore alla spalla si legava soprattutto a un dolore già avuto.
Un capitolo a parte: gli adolescenti
Il numero più solido sui giovani viene dagli Europei giovanili: fra 200 arcieri dai 13 ai 20 anni, con il questionario somministrato da fisioterapisti, il 50,5% riferisce un dolore legato all'allenamento che dura da più di tre mesi, solo il 32% tira senza alcun fastidio, il 45% fatica a eseguire la tecnica corretta proprio per il dolore e quasi un terzo ha dovuto sospendere gli allenamenti. È una fotografia del vertice europeo, non dei ragazzi di club, ma basta per dire che metà dei giovani arcieri d'élite tira con un dolore che dura da mesi.
Sul carico c'è un solo caso, del 1999. Un ragazzo di undici anni che gareggiava quasi ogni domenica d'estate con un arco da 28 libbre, fino a 144 frecce in una giornata, sente uno scatto alla spalla del braccio non dominante mentre tira in gara: è una lesione da sovraccarico della cartilagine di accrescimento alla base del processo coracoideo. Le prime radiografie erano state lette come normali, e dieci mesi prima un episodio più lieve era passato con pochi giorni di riposo. Dopo quattro mesi di stop è tornato a tirare con un arco da 24 libbre, che gli autori giudicano più adatto alla sua età. Un caso solo non dice da quale carico in su il rischio cresca, ma per genitori e tecnici basta a consigliare prudenza: libbraggi e volumi adatti all'età, e attenzione ai dolori che i ragazzi tendono a minimizzare per non saltare gli allenamenti.