Con la mira già sul centro, la freccia continua a scorrere all'indietro sotto il clicker ancora per qualche millimetro. In un gruppo di juniores di livello internazionale, misurati con un sensore incollato alla lamina del clicker, il più forte la tirava indietro di circa 5 millimetri negli ultimi tre secondi, e a un altro ne bastavano circa 2,5 nell'ultimo secondo; nello studio fatto tredici anni prima con un altro strumento, la mano della corda arretrava di circa 5 millimetri negli ultimi cinque secondi, a una velocità scesa attorno al millimetro al secondo. È la trazione finale, e nel registro l'affermazione che dura due o tre secondi e aggiunge solo pochi millimetri di allungo è riportata: gli studi che l'hanno seguita millimetro per millimetro sull'arco olimpico sono due, entrambi piccoli.

Sul campo se ne parla molto, di solito con una regola sola: una volta in mira non ci si ferma, si continua ad aprire finché il clicker scatta. Le misure vanno nella direzione della regola, ma dicono con più precisione che cosa voglia dire non fermarsi, e quanto la trazione possa cambiare da un arciere all'altro senza che il punteggio ne soffra. Il quadro poggia su campioni piccoli, e lo ricorderò ogni volta che il numero degli arcieri cambia il peso di un risultato.

Che cos'è la trazione finale

Quando l'arciere del ricurvo arriva all'ancoraggio, la lamina del clicker appoggia sulla punta della freccia, a pochi millimetri dalla sua estremità. Da lì comincia la fase più delicata del tiro: l'arciere mira e intanto continua a spingere l'arco e a tirare la corda, finché la punta esce da sotto la lamina e il clicker scatta contro il riser. La letteratura in inglese la chiama final pull, oppure push-pull per ricordare che le due braccia lavorano insieme; in italiano si dice trazione finale, o espansione.

Dal punto di vista meccanico è un lavoro quasi isometrico, con muscoli in tensione che cambiano lunghezza di pochissimo. La difficoltà sta altrove: in quegli stessi secondi l'arciere deve tenere la mira sul centro, controllare lo scorrimento della freccia e tenere fermo l'arco. Lo hanno messo per iscritto i ricercatori tedeschi che alla trazione finale hanno dedicato due pubblicazioni, e nessuno dei tre compiti si può rimandare, perché il clicker scatta quando la punta passa e non quando l'arciere è pronto.

Come si misurano pochi millimetri

Un movimento di un millimetro al secondo non si vede a occhio nudo, e quasi non si vede in un video normale. Il primo studio che l'ha misurato, uscito all'inizio degli anni Novanta da un laboratorio di biomeccanica di Parigi, ha fissato all'impugnatura un sensore di spostamento con un piccolo cilindro di ferro collegato al flettente inferiore: più l'arciere apre, più il flettente si piega e più il cilindro scorre dentro le bobine del sensore, e con un fattore di scala calcolato arco per arco lo spostamento del flettente diventa lo spostamento della mano che tira. Il segnale veniva registrato settanta volte al secondo e analizzato nel secondo e mezzo che precedeva lo scatto, segnato da un contatto elettrico che il clicker chiudeva cadendo.

Era un apparecchio complicato da montare, e secondo i ricercatori che hanno ripreso la questione tredici anni dopo potrebbe essere il motivo per cui fino ad allora quello restava l'unico studio sull'allungo nella trazione finale. La loro soluzione è più semplice: un estensimetro incollato sulla lamina del clicker. La punta è affusolata, per cui ogni volta che la freccia arretra o torna avanti la lamina si piega in modo diverso e l'estensimetro registra la differenza; conoscendo la forma della punta, dalla flessione si ricava di quanto è cambiato l'allungo. Il tracciato è pronto appena la freccia è partita, e gli autori riferiscono che il sistema veniva usato spesso negli allenamenti della nazionale juniores tedesca. Gli altri modi di strumentare il clicker, con i limiti di ciascuno, sono raccolti nella sezione «Come si misura» in fondo alla pagina.

Quanto dura e quanti millimetri copre

I due strumenti raccontano la stessa forma. La mano arriva in posizione con un tratto veloce, attorno al mezzo metro al secondo, poi rallenta di colpo. Nel primo studio, negli ultimi cinque secondi arretrava di circa 5 millimetri, a una velocità vicina al millimetro al secondo, e nel secondo e mezzo prima dello scatto una retta ne descriveva bene l'andamento in ogni tiro. Negli juniores tedeschi l'arciere con la media più alta, nei tre tiri riportati, era sempre a circa 5 millimetri dallo scatto tre secondi prima del tiro, mentre al secondo del gruppo, nell'ultimo secondo, bastavano circa 2,5 millimetri per far scattare la lamina.

Stabilire quando cominci la trazione finale, invece, non è semplice. Gli autori tedeschi lo ammettono senza giri di parole: nei tre tiri del loro arciere migliore l'inizio cadeva fra 2,1 e 1,9 secondi prima del tiro nel primo, fra 3,0 e 2,8 nel secondo e fra 2,6 e 2,4 nel terzo, e in alcune frecce le piccole oscillazioni dell'allungo durante la mira si confondevano con l'avvio della trazione, fino a un'incertezza di 0,6 secondi. Per questo non hanno calcolato una durata media. La scala comunque tiene: due o tre secondi nell'arciere migliore del gruppo tedesco, fra 2,0 e 2,5 secondi in dieci arcieri esperti di tiro tradizionale turco, che non usano il clicker, mentre nel primo studio il tratto lento occupava quasi tutta la mira, con la mano che rallentava già cinque secondi prima dello scatto. L'arciere governa questi pochi millimetri quasi solo con le informazioni che arrivano dai muscoli e dalle articolazioni, come notavano già gli autori del primo studio.

Le frecce migliori hanno una trazione più regolare

Per capire se la forma della trazione conti, il primo studio ha usato una misura semplice. Per ogni tiro tracciava la retta che descriveva meglio lo spostamento della mano e calcolava di quanto, in media, i punti registrati se ne allontanavano: più il numero è piccolo, più la mano arretra a velocità costante, senza scatti, soste o ritorni. Gli arcieri erano otto, tutti uomini, cinque d'élite fra i 20 e i 25 anni e tre di livello universitario, e ognuno ha tirato 36 frecce a 90 metri in volée da tre, con i tempi di gara.

Il primo risultato riguarda il livello: gli élite avevano una trazione finale più regolare degli universitari. Il secondo è più utile a chi allena, perché guarda dentro lo stesso arciere. Gli autori hanno diviso le frecce di ciascuno in due gruppi, quelle con un punteggio di oltre una deviazione standard sopra la sua media e quelle di oltre una deviazione standard sotto; per il primo arciere, che aveva una media di 7,25, voleva dire confrontare i 9 e i 10 con i 5 o meno. In tutti e otto gli arcieri le frecce migliori avevano una trazione più regolare delle peggiori, e la differenza era statisticamente significativa per ciascuno.

FIG · 01 Le frecce migliori avevano la trazione più regolare Scostamento medio della mano da un movimento regolare · 8 arcieri, 36 frecce a 90 m frecce migliori (oltre 1 DS sopra la media) frecce peggiori (oltre 1 DS sotto) 0 1 2 3 Arciere 1 Arciere 2 Arciere 3 Arciere 4 Arciere 5 Arciere 6 Arciere 7 Arciere 8 ← più regolare meno regolare →
Fig. 01 Ogni riga è un arciere. Il punto pieno è la trazione delle sue frecce migliori, il cerchio vuoto quella delle peggiori; più a sinistra vuol dire un movimento della mano più vicino a una retta, cioè più regolare. Gli arcieri 6, 7 e 8 hanno valori più alti in assoluto, ma lo schema è lo stesso in tutti e otto. Dati ridisegnati dalla tabella dello studio.

I limiti sono quelli di un esperimento di quegli anni. Gli arcieri sono otto, le frecce sono confrontate solo agli estremi, senza le tante che stanno nel mezzo, e la misura è indiretta, ricavata dal flettente e non dalla mano. Lo studio, poi, mostra un'associazione e non dice se sia la trazione irregolare a spostare la freccia o se l'irregolarità accompagni un tiro che stava già andando storto per altri motivi. Gli autori indicano due strade possibili: una trazione irregolare può cambiare la posizione della mano al momento del rilascio, e può disturbare la mira.

Pause e cedimenti nelle frecce peggiori

Lo studio con il clicker strumentato ha misurato sette juniores, due ragazzi e cinque ragazze fra i 16 e i 19 anni, che avevano partecipato ai Mondiali giovanili e ai campionati nazionali tedeschi. Ognuno ha tirato 66 frecce a 30 metri al chiuso, in volée da sei e senza limite di tempo, con il proprio arco. La differenza di livello fra loro era piccola: le medie per freccia andavano da 9,31 a 8,72.

Arciere, media per freccia (intervallo)Come appariva la trazione finale
S1
9,31 (8-10)
regolare: niente pause né cedimenti, solo irregolarità minime; a circa 5 mm dallo scatto 3 secondi prima del tiro
S2
9,26 (8-10)
in due tempi in tutte le frecce: un tratto veloce, poi uno lento e continuo; circa 2,5 mm nell'ultimo secondo
S3
9,24 (7-10)
simile a S1, con piccole irregolarità
S4
9,18 (6-10)
simile a S1, con piccole irregolarità
S5
8,97 (7-10)
simile a S1, con piccole irregolarità
S6
8,85 (6-10)
meno regolare; nelle tre frecce peggiori (5, 6 e 6) l'allungo cedeva poco prima dello scatto
S7
8,72 (5-10)
meno regolare; nelle tre frecce peggiori (tutte da 6), in due una breve pausa con l'allungo fermo

Nella tabella c'è un'incongruenza che viene dagli originali: in entrambe le pubblicazioni i punteggi vanno da 6 a 10 per S6 e da 5 a 10 per S7, ma le didascalie dei tracciati danno a S6 un 5 fra le tre frecce peggiori e a S7 tre frecce da 6. La riporto com'è, perché dai dati pubblicati non si capisce quale dei due numeri sia quello giusto.

Fra arcieri così vicini, avvertono gli autori, le differenze nette viste nel primo studio non si sono ripetute, e l'analisi della trazione finale è solo descrittiva: nessun test statistico, la lettura dei tracciati di alcune frecce scelte. Anche i due arcieri meno forti, nelle frecce da 9 e da 10 mostrate dagli autori, avevano irregolarità che questi definiscono non straordinarie. Dentro questi limiti, però, il quadro torna. L'arciere con la media più alta tirava la freccia attraverso il clicker in modo regolare, e i tracciati delle sue frecce si somigliavano anche quando non erano identici; i due con le medie più basse erano i più irregolari, e proprio nelle loro frecce peggiori comparivano due comportamenti precisi.

Il primo è il cedimento. Nelle tre frecce peggiori dell'arciere S6 la trazione si interrompeva quando la punta era quasi fuori dalla lamina: l'arciere smetteva di tirare, la tensione calava e l'allungo diminuiva, cioè la freccia tornava un po' in avanti, finché dopo un attimo la trazione ripartiva. Gli autori lo descrivono come un fenomeno ben noto agli arcieri, che in inglese si chiama shrinking, e lo hanno visto con questa chiarezza solo in quell'arciere. Il secondo è la pausa: in due delle tre frecce peggiori dell'arciere S7 la trazione si fermava poco prima dello scatto e l'allungo restava fermo per un momento, senza calare, prima di ripartire.

Il secondo arciere del gruppo mostra però che regolare non vuol dire uniforme. In tutte le sue 66 frecce divideva la trazione finale in due tempi, un tratto veloce e poi uno lento e continuo, che di solito durava meno di due secondi e in almeno una freccia più di tre. Visto da fuori, il tratto lento potrebbe sembrare una pausa; gli autori lo leggono invece come il suo modo personale e allenato di arrivare al clic, e la sua media era la seconda del gruppo. In questi dati, quindi, una trazione lenta o in due tempi non bastava a fare una freccia peggiore: nelle frecce basse dei due arcieri meno forti compariva invece un allungo che si fermava o calava poco prima dello scatto.

FIG · 02 Quattro modi di arrivare al clic Allungo negli ultimi tre secondi · schema qualitativo, non in scala Regolare trazione continua fino al clic −3 s clic arciere con la media più alta In due tempi tratto veloce, poi lento e continuo −3 s clic secondo arciere del gruppo Pausa l'allungo resta fermo, poi riparte −3 s clic frecce peggiori dell'arciere S7 Cedimento l'allungo diminuisce, poi riparte −3 s clic frecce peggiori dell'arciere S6
Fig. 02 Le quattro forme descritte nello studio sui sette juniores, ricostruite dalle descrizioni degli autori e non dai loro tracciati: la scala è indicativa. Le prime due appartenevano ai due arcieri con le medie più alte, la pausa e il cedimento comparivano nelle frecce peggiori dei due con le medie più basse.

Con due studi piccoli che vanno nella stessa direzione, nel registro è riportata l'affermazione che una trazione finale continua fino al clicker dà frecce migliori. Sono associazioni, e nello studio sugli juniores la parte sulla trazione è una descrizione di tracciati scelti, non un confronto statistico.

Mentre la freccia scorre, la mira si stringe

Sull'arco degli juniores c'era un secondo strumento: un sistema ottico nato per il tiro a segno, montato sul riser al posto dello stabilizzatore basso, che registra cento volte al secondo dove punta l'arco sul bersaglio. Da quel tracciato gli autori ricavavano la hold box, un rettangolo che misura quanto si muove la mira in orizzontale e in verticale, espresso in punti di bersaglio al quadrato. L'hanno calcolata in tre finestre: da tre a due secondi prima del tiro, da due a uno, e nell'ultimo secondo.

Ci si potrebbe aspettare una mira più mossa proprio nell'ultimo secondo, quando all'arciere tocca mirare, completare la trazione e tenere fermo l'arco nello stesso momento. Succedeva il contrario: in tutti e sette gli arcieri il movimento della mira nell'ultimo secondo era più piccolo, in modo significativo, che nei due secondi precedenti. Dentro ciascun arciere la mira dell'ultimo secondo era anche più ferma nei 10 che nelle frecce da 8 o meno. Fra un arciere e l'altro, invece, la mira media non diceva niente sulla media dei punti, e il più fermo del gruppo non era il più bravo. Su questo studio poggia l'affermazione che in mira l'arco si muove sempre meno man mano che si avvicina il rilascio, che nel registro è riportata.

FIG · 03 Nell'ultimo secondo la mira si stringe Hold box media per arciere, in punti al quadrato · 7 juniores, 66 frecce a 30 m 0 0,5 1 1,5 2 da 3 a 2 s prima da 2 a 1 s prima ultimo secondo S1 · media 9,31 S6 · media 8,85
Fig. 03 In tutti e sette gli arcieri la mira si muove di meno nell'ultimo secondo, anche se in quel secondo la freccia sta ancora scorrendo sotto il clicker. In oro l'arciere con la media più alta, tratteggiato quello con i cedimenti, in grigio gli altri cinque. Dati ridisegnati dalle tabelle dello studio.

Gli autori non hanno calcolato la hold box dentro la sola trazione finale, perché non ne conoscevano l'inizio con abbastanza precisione; notano però che in molte frecce la trazione partiva meno di due secondi prima del tiro, e la mira si stringeva lo stesso. Il legame più diretto si vede nell'arciere dei cedimenti. Le tre frecce in cui la sua trazione si interrompeva erano anche quelle con la mira più mossa nell'ultimo secondo, e togliendo dal conto le frecce con una trazione irregolare la sua hold box media scendeva da circa 0,59 a circa 0,45. Per l'arciere delle pause il conto non tornava allo stesso modo. Gli autori ne ricavano che una trazione regolare aiuta a tenere la mira sul centro; con un arciere solo a sostenerla, è un'indicazione più che una prova.

Un ultimo dettaglio vale per tutti e sette: nell'ultimo secondo la mira si muoveva più in orizzontale che in verticale. Lo trovano anche altri due gruppi, per cui nel registro è riportata anche l'affermazione che in mira l'arco oscilla più in orizzontale che in verticale, con l'avvertenza che il rapporto fra le due direzioni cambia da un arciere all'altro.

Che cosa fanno i muscoli attorno allo scatto

Allo scatto l'attività dei muscoli sale quasi tutta insieme. In dieci arcieri del ricurvo della nazionale brasiliana, 72 frecce a 70 metri ciascuno con l'elettromiografia su dodici muscoli di braccia e tronco, undici muscoli su dodici erano più attivi fra cinquanta millesimi prima e cinquanta dopo lo scatto che in qualunque finestra del mezzo secondo precedente, e i loro tracciati si muovevano quasi all'unisono, con correlazioni fra 0,72 e 0,99, nella grande maggioranza sopra 0,90. Faceva eccezione il multifido lombare, fermo fra il 2 e il 4 per cento della contrazione massima. È una tesi di master, con le misure di un solo laboratorio, e confronta lo scatto solo con i momenti che lo precedono: in alcuni muscoli, come il gran dorsale, il trapezio superiore e il deltoide posteriore, la media era ancora più alta nel decimo di secondo successivo. L'affermazione che allo scatto del clicker quasi tutti i muscoli di braccia e tronco sono più attivi che nel mezzo secondo prima, e si muovono insieme nel registro è riportata, e non dice che lo scatto coincida con il massimo di ciascun muscolo.

Quanto lavori il braccio della corda è meno chiaro. In quattro arcieri della nazionale turca a 18 metri, con l'elettromiografia sul braccio della corda, una pedana di forza, un sistema per tracciare la mira e un cronometro collegato al clicker, nel secondo prima dello scatto il deltoide posteriore e i flessori e gli estensori delle dita stavano fra l'82 e l'85 per cento della contrazione massima, il trapezio al 72; nel secondo dopo deltoide e flessori scendevano attorno al 30 per cento, gli estensori al 58, mentre il trapezio restava dov'era. Uno studio giapponese del 1987, su due arcieri di livello mondiale, aveva visto invece il deltoide, misurato su un altro capo, tacere solo per un istante al rilascio e poi riprendere a lavorare forte insieme alla schiena. Con un esperimento a favore e uno contro, entrambi piccoli, l'affermazione che in mira i muscoli del braccio della corda lavorano oltre l'80 per cento del massimo, e al rilascio si spengono quasi tutti tranne il trapezio nel registro è contestata, anche perché percentuali così alte dipendono molto da come si misura la contrazione massima.

Lo stesso studio turco ha confrontato le frecce da 10 con quelle da 8, e ha trovato due differenze che riguardano la trazione. Nell'ultimo secondo prima del clicker i flessori delle dita, i muscoli che tengono la corda, lavoravano un po' meno, all'80,0 per cento della contrazione massima contro l'85,6; e il tempo totale di trazione, dalla prima attivazione del trapezio allo scatto, era più breve, 4,8 secondi contro 5,6. Gli arcieri però sono quattro, le frecce sono analizzate tutte insieme, e lo stesso esperimento è uscito in due pubblicazioni che descrivono il campione una volta come femminile e una volta come maschile: sono dati da leggere con prudenza.

Nessuno dei due risultati regge da solo. Sulla mano della corda, in otto arcieri francesi di alto livello a 70 metri, i flessori delle dita erano al contrario più attivi nelle frecce da 10 che in quelle da 8 o meno, e per questo l'affermazione che nelle frecce migliori i flessori delle dita lavorano meno prima dello scatto del clicker nel registro è contestata. Sul tempo, il dato turco confronta frecce, messe insieme per i quattro arcieri, e non arcieri fra loro, e misura tutta la trazione, non solo quella finale. Quando si mettono a confronto gli arcieri fra loro, la differenza che alcuni studi vedono fra esperti e principianti sparisce fra agonisti già competenti: in sedici giovani ricurvisti malesi gli otto migliori impiegavano 1,46 secondi per arrivare all'ancoraggio e gli altri 1,36, senza una differenza significativa. Per questo nel registro è contestato che gli arcieri di livello più alto completino la trazione più in fretta.

Dal clic al rilascio

Uno studio tedesco propone un altro modo di pensare allo scatto. Nove arcieri delle nazionali tedesche hanno tirato 35 frecce normali e cinque tiri allungati, nei quali dopo il clic dovevano aspettare più di un secondo prima di rilasciare, con l'elettromiografia su otto muscoli. Gli schemi di attivazione dei due tipi di tiro erano simili. L'intervallo fra clic e rilascio, poi, era più breve del tempo di reazione semplice a un suono in sette arcieri su nove, e più breve del tempo di reazione misurato mentre tenevano un punto laser sul giallo in tutti e nove. Gli autori ne deducono che il programma motorio del rilascio parte prima del clic, e che il suono serve più come conferma di un allungo costante, da usare nei tiri successivi, che come segnale di partenza; il paragone che propongono è il rumore della palla sulla racchetta, che il tennista sente quando il colpo è già fatto. In tutti e nove, poco prima del rilascio, cresceva l'attività del grande pettorale dal lato dell'arco.

Se quella lettura regge, la trazione finale e il rilascio formano un unico movimento che il clicker non avvia ma certifica, e la cosa è coerente con le misure dell'allungo, dove nelle frecce peggiori dei due juniores meno forti il movimento si spezzava prima dello scatto. Lo studio però è uno solo, un contributo breve a un congresso, e con il compito di reazione più semplice due arcieri su nove non risultavano più rapidi: l'affermazione che negli arcieri esperti il rilascio non è una reazione allo scatto del clicker nel registro è riportata e niente di più.

Su quanto duri quell'intervallo, invece, i laboratori concordano. Dal 1987 a oggi sei gruppi indipendenti, con strumenti diversi e a distanze da 8 a 90 metri, lo trovano attorno ai 180 millesimi di secondo nelle misure fino agli anni Novanta e fra 140 e 165 in quelle successive al 2010, e l'affermazione che fra lo scatto del clicker e la partenza della freccia passano fra un decimo e mezzo e due decimi di secondo nel registro è corroborata. Quel tempo, però, non è fisso nemmeno negli arcieri d'élite. In sette arcieri delle squadre nazionale e juniores tedesche, trenta frecce a 18 metri registrate con un microfono, l'intervallo cambiava da una freccia all'altra con un coefficiente di variazione fra il 3,94 e il 7,25 per cento, cioè di circa 6-12 millesimi in più o in meno, e nessuno dei sette ripeteva lo stesso tempo a ogni freccia. Lo studio è piccolo, e nel registro è riportata l'affermazione che anche negli arcieri d'élite il tempo fra lo scatto del clicker e il rilascio cambia da una freccia all'altra; nello stesso gruppo era proprio quella variazione, e non il tempo medio, ad andare con il punteggio medio, perché chi variava meno segnava di più.

Quanto alla rapidità, il suo peso sul punteggio è piccolo. Nei quattro arcieri turchi il tempo era lo stesso nelle frecce da 10, da 9 e da 8, fra 142 e 143 millesimi, anche se il riassunto dell'articolo sostiene che fosse più breve nei tiri migliori; in 39 arcieri d'élite misurati prima di una tappa di Coppa del Mondo un tempo più breve andava con frecce un po' migliori, per un effetto che, dal più rapido al più lento del gruppo, valeva circa mezzo punto. L'affermazione che più la reazione al clicker è rapida, migliore è il tiro nel registro è riportata con questo peso piccolo, e gli autori dello studio di Coppa del Mondo avvertono che tempi ancora più brevi potrebbero voler dire che l'arciere anticipa il clic invece di reagire. Il clicker, i suoi tempi e i suoi problemi hanno un articolo a sé.

Resta che cosa succede all'allungo quando il clicker non c'è. In nove arciere coreane d'élite del ricurvo, venti frecce con il clicker e venti senza, in ordine casuale e a 8 metri, la lunghezza di trazione misurata un attimo prima del rilascio non cambiava; senza clicker la trazione si chiudeva prima e la mira era più raccolta. È una sola seduta, al chiuso e da vicino, con arciere che usano il clicker da anni, ma per ora l'affermazione che senza il clicker si perde allungo nel registro è contraddetta.

Tenere a lungo costa: tremore e fatica

Lo studio francese conteneva anche un secondo esperimento, utile per capire perché la trazione finale non può durare a lungo. Sette arcieri di livello universitario dovevano mantenere la posizione di spinta e trazione fino all'esaurimento, con uno sforzo che secondo gli autori valeva il 40-50% della loro forza massima, e resistevano in media 52 secondi. Nel deltoide posteriore il segnale elettrico scivolava verso frequenze più basse, in media dello 0,72% al secondo, che è il segno classico della fatica, e compariva un tremore fra gli 8 e i 12 hertz. Su questo solo campione nel registro è riportata l'affermazione che tenere la posizione di tiro chiede fra il quaranta e il cinquanta per cento della forza massima, e a quel livello il muscolo cede in meno di un minuto; e una tenuta fino all'esaurimento dice quanta riserva c'è, non che cosa succede a ogni freccia.

Lo stesso tremore si ritrovava nel movimento del flettente, e i due segnali erano strettamente legati, con valori di coerenza fra 0,81 e 0,96 in quella banda: il tremore del muscolo arrivava all'arco. Un anno dopo, in dodici arcieri italiani, un protocollo di tenute ripetute ha fatto crescere l'oscillazione laterale dell'arco in tutti e dodici, e l'affermazione che la fatica muscolare aumenta l'oscillazione dell'arco in mira nel registro è riportata. Il movimento del flettente aveva poi una seconda componente, più lenta, sotto i 5 hertz, che la fatica non cambiava e che gli autori francesi attribuiscono al controllo stesso della trazione. Da qui le loro quattro proposte, nessuna delle quali è stata verificata nello studio: un arco meno potente, che però si scontra con la distanza da coprire; più forza massima, così che lo stesso arco chieda una quota minore della propria forza; uno smorzatore pensato contro il tremore; e una trazione in un solo movimento, come quella degli arcieri d'élite di allora, che accorcia il tempo sotto tensione.

Da dove partire: una trazione finale corta

Quanto debba essere lunga la trazione finale l'ha chiesto in modo diretto un solo studio, e non sul ricurvo olimpico. Dieci arcieri esperti di tiro tradizionale turco hanno tirato da circa un metro e mezzo, con accelerometri sulle due mani e sull'arco, fermandosi prima a distanze imposte, al 98, 96, 94 e 92% dell'allungo massimo, e completando poi con la trazione finale; in più hanno tirato senza trazione finale, allineando direttamente ad allungo pieno. Con la sosta al 98 o al 96%, cioè con trazioni finali medie di circa 1,6 e 3,2 centimetri, gli scatti dell'arco e della mano dell'arco erano i più bassi; tenere ad allungo pieno ne dava di più nella mano dell'arco, e le trazioni più lunghe, fino a circa 6 centimetri, ne davano di più in entrambe le mani. L'affermazione che fermarsi al 96-98% dell'allungo prima della trazione finale riduce i micro-scatti in mira nel registro è riportata.

I limiti pesano: archi tradizionali senza clicker, tre tiri per condizione, le distanze provate sempre nello stesso ordine, una rivista regionale e nessuna misura di dove andassero le frecce. Un arco tradizionale a un metro e mezzo è lontano da un ricurvo olimpico a 70 metri, e la sosta imposta dal protocollo è un'altra cosa rispetto alle pause involontarie che negli juniores tedeschi comparivano dentro la trazione finale delle frecce peggiori.

L'unico tentativo di allenarla

Lo studio francese ha provato anche a correggere la trazione. Un computer seguiva il segnale dell'allungo e, quando la mano cedeva in avanti oltre una soglia, faceva sentire un suono finché l'allungo non tornava al valore di partenza; la soglia era fissata arciere per arciere, in modo da segnalare solo i cedimenti più ampi. Sei arcieri hanno tirato due serie da 36 frecce in giorni diversi, una in condizioni normali e una con il suono. Con il segnale la trazione è diventata più regolare in cinque di loro, mentre nel sesto è peggiorata nettamente. Il punteggio non è migliorato in modo significativo, e gli autori ipotizzano che l'informazione in più da elaborare abbia disturbato altri aspetti importanti del tiro.

C'è anche un problema di disegno: la soglia si tarava sulla prima serie, per cui la serie con il suono veniva sempre per seconda, e una parte del miglioramento può essere semplice pratica. Per questo l'affermazione che un segnale sonoro che avvisa dei cedimenti della trazione rende la trazione più regolare nel registro è contestata. Che allenare la regolarità della trazione finale faccia salire il punteggio, con un gruppo di controllo, non è stato messo alla prova.

Cosa ne ricavo per il campo

Messi insieme, questi studi dicono che nelle frecce migliori lo scorrimento sotto il clicker è più regolare, e che nelle peggiori può fermarsi o cedere. Per il lavoro sul campo ne ricavo tre cose da guardare, sapendo che nessuna è stata messa alla prova con un esperimento sul punteggio.

La prima è la strada che il clicker chiede all'ancoraggio. Gli autori tedeschi indicano pochi millimetri fra la lamina e l'estremità della punta, e nei due arcieri di cui riportano la misura bastavano circa 5 millimetri negli ultimi tre secondi, o 2,5 nell'ultimo. Un clicker che chiede più strada allunga la trazione e il tempo sotto tensione; lo studio sul tiro tradizionale trovava meno micro-scatti con una trazione finale fra uno e mezzo e tre centimetri che con una più lunga, e le misure sulla fatica trovano più tremore quando la tenuta si allunga, anche se il primo dato viene da archi tradizionali tirati da vicino e il secondo da tenute portate fino all'esaurimento. Per questo, prima di lavorare sulla tecnica, conviene controllare dove arriva la punta all'ancoraggio e, se serve, spostare il clicker.

La seconda è la forma della trazione, più della sua velocità. Il secondo arciere del gruppo tedesco arrivava al clic in due tempi in tutte le 66 frecce e aveva la seconda media; quello che compariva nelle frecce peggiori erano le soste e i cedimenti. Senza un clicker strumentato li si può cercare guardando la punta da vicino o riprendendola di lato con il telefono: una sosta o un ritorno in avanti di qualche millimetro, poco prima dello scatto, si coglie meglio al rallentatore che dal vivo.

La terza riguarda il clic. Che il rilascio parta prima dello scatto lo dice un solo studio, che una trazione più rapida distingua gli arcieri migliori nel registro è contestato, e fra arcieri forti il tempo fra clic e rilascio sembra pesare sul punteggio più per la sua costanza che per la sua brevità. Per quello che dicono questi dati, quindi, merita più attenzione la continuità del movimento che porta al suono che la rapidità con cui si reagisce.