Il quiet eye è l'ultima fissazione stabile dello sguardo prima del rilascio: nel tiro con l'arco, il tratto in cui l'occhio resta fermo sul punto che si mira, di solito il centro del bersaglio, finché la freccia non parte. Il termine viene dagli studi sullo sguardo in altri sport di precisione, dove è diventato uno degli indicatori più studiati, mentre sugli arcieri le misure sono poche e vengono da pochi gruppi di ricerca.
Lo studio che mette il quiet eye accanto alla precisione degli arcieri è uno solo, britannico, del 2017: negli arcieri di livello olimpico la fissazione durava quasi due secondi, in quelli di club meno di uno, e mettendo insieme i due gruppi le durate più lunghe andavano con errori più piccoli. Nel registro l'affermazione che un quiet eye più lungo migliora la precisione è quindi riportata, con un limite preciso: il confronto è fra livelli, non fra le frecce dello stesso arciere. Gli altri dati sugli arcieri aggiungono tre cose: la durata cambia moltissimo da un arciere all'altro, tanto che non esiste un valore di riferimento da inseguire; in un compito al computer, quando la mira si fa difficile, solo gli esperti la allungano; e dal 2025 la si può estrarre in automatico dal segnale elettrico degli occhi. Un allenamento del quiet eye, invece, sugli arcieri non è ancora stato messo alla prova.
Che cos'è il quiet eye
La parola "stabile" ha un senso tecnico, perché l'occhio non sta mai del tutto fermo: anche mentre fissa compie piccoli movimenti continui. Per la ricerca una fissazione è stabile quando lo sguardo resta dentro una finestra stretta per almeno 100 millisecondi. Nello studio britannico la finestra era di un grado, mezzo per parte attorno al centro del bersaglio; negli studi turchi del 2025 era di tre gradi. Per avere un'idea delle proporzioni, a 30 metri il bersaglio da 80 centimetri occupa circa un grado e mezzo.
Il dettaglio più utile per chi tira è dove sta la differenza fra esperti e meno esperti. Nello studio britannico la fine della fissazione non cambiava fra i due gruppi, mentre l'inizio arrivava prima negli arcieri di livello olimpico, nei quali il quiet eye occupava il 29,4% del tempo di tiro contro il 18,1% degli arcieri di club. L'esperto, in altre parole, arriva prima a uno sguardo fermo e lo tiene per tutta la parte finale della mira, fino al rilascio.
Il legame con la precisione
Nello studio del 2017 dieci arcieri di livello olimpico della squadra britannica e dieci arcieri di un club universitario, con circa due anni di tiro alle spalle, hanno tirato 24 frecce a 30 metri con gli elettrodi attorno agli occhi. Il quiet eye durava in media 1,96 secondi nei primi e 0,76 nei secondi, e calcolando il legame su tutti e venti gli arcieri le durate più lunghe andavano con errori più piccoli. Gli arcieri di livello olimpico, però, erano anche i più precisi, per cui quella correlazione dice in buona parte la stessa cosa del livello: chi tira da anni ha lo sguardo più fermo e mette anche le frecce più vicino al centro. Se, dentro lo stesso arciere, le frecce con il quiet eye più lungo vadano più al centro, negli studi sugli arcieri non è ancora stato controllato.
Lo stesso studio aggiunge un dato che invita alla cautela. In un compito di mira al computer, con un joystick, i due gruppi di arcieri sbagliavano meno di chi non aveva mai tirato, ma fra loro la precisione era la stessa, anche se con il disturbo più forte gli arcieri di livello olimpico tenevano lo sguardo fermo più a lungo: nel registro, che chi tira con l'arco mira meglio anche senza arco è riportato proprio su questo studio. Fra i due gruppi di arcieri, almeno in quel compito, lo sguardo più lungo degli esperti non si traduceva in una mira più precisa; mettendo insieme tutti e trenta i partecipanti, non arcieri compresi, le durate più lunghe andavano invece ancora con errori più piccoli, cioè lo stesso intreccio fra sguardo e livello visto in campo.
Quanto deve durare: un numero di riferimento non c'è
È la domanda che fanno tutti, e gli studi sugli arcieri un valore giusto non lo danno. In uno studio turco del 2025, diciotto giovani arcieri, nove ragazze e nove ragazzi di circa 17 anni con almeno due anni di pratica, hanno tirato 18 frecce ciascuno fra i 30 e i 50 metri, con il quiet eye misurato dall'elettrooculografia. Sul canale orizzontale la media era di 0,81 secondi, ma fra il più breve e il più lungo si andava da 0,22 a 1,94, quasi nove volte tanto. Nei modelli con cui gli autori hanno cercato di prevederlo il sesso è stato scartato, insieme al peso o all'altezza a seconda della misura: nel registro, che la durata cambia molto da arciere ad arciere e non la spiegano sesso, peso e altezza è riportato. Il risultato è fragile, perché si regge su diciotto persone e quattordici variabili, con i dati ampliati da copie sintetiche, ma la dispersione delle durate è un dato descrittivo e da sola basta a dire quanto un numero medio dica poco del singolo arciere.
C'è anche un secondo motivo per non fissarsi su un numero. Le due ricerche hanno usato finestre diverse, un grado quella britannica e tre quella turca, e una finestra più larga conta come fermo uno sguardo che una più stretta scarterebbe: gli 1,96 secondi degli arcieri olimpici britannici e gli 0,81 dei giovani turchi non si possono mettere sulla stessa riga, anche lasciando da parte il livello. Una durata letta in un articolo o sentita in campo, quindi, non è un obiettivo. Ha senso confrontare un arciere con sé stesso, misurato sempre nello stesso modo.
Nel mio lavoro, accanto alla durata media, guardo anche quanto cambia da una freccia all'altra, perché una fissazione lunga su una freccia e corta su quella dopo di solito mi racconta qualcosa sulla routine pre-tiro. È una scelta di metodo mia: gli studi hanno misurato la durata media, e quanto la regolarità del quiet eye pesi sul punteggio negli arcieri non è stato studiato.
Quando la mira si fa difficile
Lo studio britannico del 2017 ha anche provato a rendere la mira più difficile. Dieci arcieri di livello olimpico, dieci di club e dieci persone che non avevano mai tirato hanno mirato con un joystick a un bersaglio sullo schermo, con un disturbo casuale aggiunto al mirino in due intensità. Con il disturbo forte gli esperti hanno allungato il quiet eye da 2,6 a 3,3 secondi in media, cominciandolo prima; gli arcieri di club sono andati anzi nel senso opposto, da 2,3 a 2,0, e chi non tirava è rimasto a 1,2 in entrambe le condizioni. Nell'insieme dei tre gruppi il disturbo ha peggiorato la precisione e allungato il tempo prima del tiro, quindi lo sguardo più lungo degli esperti non è soltanto il riflesso di una mira più lenta. Nel registro, che quando mirare diventa più difficile solo gli arcieri esperti allungano il quiet eye è riportato, con limiti che pesano: il compito non è un tiro con l'arco, si mirava con il mento appoggiato e la risposta arrivava dopo 16-20 secondi, circa tre volte i 6,3 secondi che gli stessi esperti impiegavano in campo dal pieno allungo al rilascio.
Uno studio coreano del 2019 ha osservato lo sguardo sotto distrazione: sette arcieri della nazionale e sette universitari guardavano un filmato del tiro girato dal punto di vista dell'arciere. Quando durante la mira compariva un distrattore, un bip o dei cerchi colorati attorno al mirino, i nazionali tenevano fissazioni più lunghe, circa 2,4 secondi contro 1,8, mentre gli universitari facevano più fissazioni e più saccadi. Nel registro, che gli arcieri esperti tengono lo sguardo più fermo dei meno esperti, anche quando vengono distratti è riportato, ma anche qui gli arcieri erano seduti davanti a uno schermo, senza arco, e nella prova con i distrattori mancava una mira senza distrattore con cui confrontarla: lo studio mostra che sotto distrazione lo sguardo dei nazionali è più fermo, non che la distrazione lo cambi. L'idea che lo sguardo dell'esperto si adatti alla difficoltà, quindi, poggia sul solo compito britannico, e già quello è un motivo per non inseguire una durata fissa.
Perché lo sguardo fermo potrebbe aiutare
Che il quiet eye esista non è in discussione, perché si misura. Resta da capire se sia una causa della buona mira o soltanto il segno di chi tira da anni, e su questo gli studi sugli arcieri non bastano a decidere. Le spiegazioni proposte negli sport di precisione sono soprattutto tre, e vanno lette come ipotesi.
La prima è che durante la fissazione finale il sistema nervoso prepari il gesto del rilascio, e che più tempo ha, più il gesto riesca uguale. Gli studi EEG sull'arco vanno in parte in questa direzione: durante la mira il cervello degli arcieri d'élite lavora in modo più coordinato di quello degli arcieri di livello più basso, un risultato riportato, mentre se l'attività del cervello sia diversa prima delle frecce migliori è contestato, perché gli studi vanno in direzioni opposte. Nessuno degli studi sugli arcieri citati qui, però, ha registrato insieme l'EEG e il quiet eye.
La seconda è che uno sguardo fermo su un punto rilevante aiuti a tenere fuori gli stimoli che distraggono, dal rumore del pubblico al vento. Il dato più vicino è quello coreano sui distrattori, che però misura lo sguardo davanti a un filmato e non lo lega al punteggio. La terza è che uno sguardo fermo vada insieme a una testa e a un tronco più stabili: è plausibile, ma sugli arcieri non è stata misurata.
Come si misura lo sguardo di un arciere
Tutti i numeri sul quiet eye degli arcieri che compaiono in questo articolo vengono dall'elettrooculografia, che legge il potenziale elettrico dell'occhio con degli elettrodi sulla pelle attorno agli occhi. Il gruppo britannico l'aveva scelta perché, nelle prove con un eye tracker portatile, alcuni arcieri chiudevano o stringevano un occhio e i dati andavano persi, un problema che chiunque abbia visto tirare con un occhio socchiuso capisce al volo.
Fino a poco fa, però, inizio e fine del quiet eye sul tracciato li segnava a mano un esperto, un lavoro lungo e soggettivo. Nel 2025 un gruppo dell'università di Mersin ha registrato dieci arcieri di club, sei frecce ciascuno, e ha addestrato delle reti neurali a riprodurre le annotazioni dell'esperto sui sessanta tratti di segnale: le due migliori ci riescono con un'accuratezza di circa il 93 e il 92%, e nelle condizioni migliori sbagliano l'inizio della fissazione di 7-9 millesimi di secondo. Il risultato dipende dalla pulizia del segnale, perché sul tracciato grezzo la rete migliore scende all'84%. Nel registro, che il quiet eye si può misurare in automatico dal segnale elettrico degli occhi è riportato: è un solo studio di metodo, su dieci arcieri di un solo club, di cui l'articolo non dà né la disciplina né il livello, e il riferimento è l'annotazione di un esperto, non la misura video. Per chi allena è comunque una notizia pratica, perché l'elettrooculografia costa molto meno di un eye tracker.
Senza strumenti si misura un'altra cosa. Con una ripresa video o un cronometro si conta il tempo dal pieno allungo al rilascio, cioè il tempo di mira, ed è un dato utile per vedere quanto la sequenza si ripete da una freccia all'altra. Il quiet eye, però, si gioca in una finestra di uno o tre gradi, e se l'occhio resti dentro quella finestra una telecamera puntata sul viso non lo dice. Nel lavoro tengo le due cose separate: il tempo di mira lo cronometro sempre, il quiet eye lo misuro solo quando c'è lo strumento.
Il resto della vista
Il lavoro visivo, nel tiro con l'arco, comprende molto più del quiet eye, e qui gli studi sugli arcieri vanno in una direzione meno ovvia di quanto si pensi. In un grande studio americano del 1986 su 102 arcieri del ricurvo, dal principiante al campione olimpico, nessuna delle undici misure di acuità, forie e visione dei colori era legata al punteggio: nel registro, che l'acuità visiva non è legata al punteggio dell'arciere è riportato, e l'unica misura visiva legata al punteggio, in quello studio, era la percezione della profondità, che è un'altra capacità. Nel 2010, in Sudafrica, 28 arcieri di tre stili sono stati confrontati con le norme di atleti d'élite di altri sport, e su acuità, sensibilità al contrasto e stereopsi stavano più in basso: anche che gli arcieri non abbiano abilità visive migliori degli altri atleti è riportato. Quanto all'acuità, fra arcieri che vedono normalmente una vista fuori dal comune non sembra ciò che distingue chi tira meglio.
Vedere bene, però, conta. Su 57 arcieri di ricurvo e compound esaminati in un ospedale oftalmico, circa il 13%, uno su otto, aveva un difetto di vista non corretto (l'affermazione è riportata), e a 30 metri il centro del bersaglio è un dettaglio piccolo. Per questo, prima di lavorare sullo sguardo, ha senso far controllare la vista da un oculista o da un optometrista: se il centro si vede sfocato, il problema sta prima della fissazione.
Sulla dominanza oculare i dati cambiano segno a seconda di chi tira. Fra principianti al primo contatto con l'arco, senza mirino, chi aveva occhio e mano dominanti dallo stesso lato faceva più punti; fra arcieri già formati il vantaggio non si vede, e gli autori pensano che il mirino annulli lo svantaggio. Nel registro, che la dominanza crociata peggiori la precisione è contestato, come lo è che mirare con un occhio chiuso dia gruppi più stretti: dei due soli studi, il più solido, su quattordici arcieri, non trova differenze di punteggio fra le due condizioni. Anche la capacità di anticipare l'arrivo di uno stimolo in movimento, misurata con un apparecchio di laboratorio nello stesso studio americano del 1986, non ha mostrato un legame chiaro con il punteggio (l'affermazione è riportata), e gli autori lo spiegano con il fatto che nel tiro con l'arco il bersaglio sta fermo. Gli esercizi per la convergenza, la vista dinamica o le saccadi, infine, sugli arcieri non sono stati messi alla prova.
Come lavoro sullo sguardo
Visto che sugli arcieri un allenamento del quiet eye non è stato messo alla prova, quello che segue è il mio modo di lavorare, non un protocollo validato. Procede per fasi, e conta più l'ordine che la durata di ciascuna.
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Vista e punto di partenza
Prima un controllo della vista, poi una serie di misure su un buon numero di frecce senza cambiare nulla: il quiet eye se c'è lo strumento, altrimenti almeno il tempo di mira, e quanto cambiano da una freccia all'altra.
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Lavoro dentro il tiro
Si cerca una fissazione ferma sul centro del bersaglio nella parte finale della mira, fino al rilascio, con l'attenzione rivolta all'esterno, in sessioni brevi e frequenti. Non c'è una durata da raggiungere: il riferimento è il punto di partenza dell'arciere.
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Ritorno al tiro normale
Si torna alle sessioni di sempre continuando a misurare, per vedere se quello che è cambiato regge quando l'attenzione va altrove.
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Nuova misura
Si ripetono le misure della prima fase, con lo stesso strumento e le stesse regole, e si confronta l'arciere con sé stesso prima di decidere se continuare o cambiare.
Gli errori che vedo più spesso stanno tutti fuori da questa sequenza. Il primo è fare gli esercizi per gli occhi a casa, davanti a uno schermo, staccati dal tiro: nessuno ha mostrato su arcieri che si trasferiscano alla linea di tiro, e il quiet eye degli studi si misura sul bersaglio. Il secondo è guardare solo la media, che può restare uguale mentre le singole frecce cambiano molto. Il terzo è saltare il controllo della vista e accorgersi dopo mesi che il problema era lì.
Oltre il quiet eye
Il lavoro sullo sguardo, poi, non agisce da solo. Un quiet eye lungo su un corpo che oscilla dà comunque una mira che si muove, perché gli occhi restano fermi ma il tronco no, e la postura va guardata prima; con un braccio che trema dà comunque tremore nel mirino; senza una routine costante la sequenza dei tempi cambia da una freccia all'altra, e con lei anche lo sguardo.
Per questo il quiet eye, nel mio lavoro, è uno dei punti che guardo una volta che postura e tecnica sono solide, e lo tratto come una misura dell'arciere più che come un traguardo: dice quando lo sguardo si ferma e per quanto, e il confronto che conta è con le sue frecce di prima.