«In gara mi agito e sbaglio.» È una frase che sento spesso, e quasi sempre arriva con una conclusione già pronta: se in allenamento i punti ci sono e in gara spariscono, la colpa è dell'ansia. Sul campo lo si dà per scontato, e su questa idea si costruisce gran parte del lavoro mentale proposto agli arcieri. La ricerca la prende sul serio dalla metà degli anni Ottanta, e la risposta che dà è meno ordinata di quella che ci si aspetta: dipende da come si misura l'ansia, da quando la si misura e da chi la dichiara.
Dentro la domanda, poi, ce ne sono tre: se il giorno della gara si arrivi più tesi che in allenamento, in quale momento della gara la tensione si faccia sentire e quanti punti costi. Le tratto in quest'ordine, dicendo ogni volta quanto è solido quello che gli studi hanno trovato, perché su questo tema i campioni piccoli e le riviste poco affidabili sono tanti.
Che cosa si misura quando si misura l'ansia
Prima dei risultati serve una distinzione, perché spiega buona parte dei disaccordi. L'ansia di stato è quella che senti in un momento preciso, per esempio tre minuti prima della prima volée; l'ansia di tratto è la tendenza generale a sentirti in ansia, quella che ti porti dietro anche lontano dal campo di tiro. Si misurano con questionari diversi, e confonderle fa sembrare in contrasto risultati che parlano di cose diverse.
Negli studi sugli arcieri lo strumento più usato è un questionario di ansia competitiva compilato poco prima di tirare, e quasi tutti distinguono due componenti: la preoccupazione, che sta nei pensieri, e l'ansia somatica, quella che senti nel corpo, nelle mani, nel respiro. Prima della gara gli arcieri dichiarano un po' più della prima. In 44 arcieri malesi del ricurvo, mezz'ora prima di una prova di selezione, la preoccupazione stava a 12,6 su 20 e l'ansia somatica a 10,3, e in 207 arcieri dei giochi nazionali e universitari l'ordine era lo stesso. Il registro tiene l'affermazione che prima della gara pesi più la preoccupazione come riportata, e con cautela: la differenza è piccola, nessuno l'ha messa alla prova con un test, e le due ansie viaggiano quasi sempre insieme.
Accanto ai questionari ci sono le misure del corpo: il battito e, da una decina d'anni, la saliva, dove si cercano l'alfa-amilasi, che segue l'attivazione immediata, e il cortisolo, che arriva più tardi. Non dipendono da quello che l'arciere è disposto ad ammettere, ma si muovono anche per ragioni che con la gara non c'entrano. Come si raccolgono e come si leggono è un discorso di metodo a parte; qui servono i risultati.
Allenamento e gara: due studi, due risposte
Gli studi che hanno misurato gli stessi arcieri in allenamento e in gara sono soltanto due, e vanno in direzioni opposte. Al campionato brasiliano quaranta arcieri, interrogati mezz'ora prima di tirare, erano molto più in ansia il primo giorno di qualifica che il giorno di prova libera sullo stesso campo, e il cortisolo nella saliva cresceva della stessa misura. Diciotto arcieri d'élite della nazionale turca, invece, hanno dato le stesse risposte prima di un allenamento e mezz'ora prima del campionato nazionale indoor: ansia cognitiva 19,22 e 19,27, ansia somatica 16,55 e 16,27. Il loro cuore però non era d'accordo, perché prima della gara la frequenza media da seduti passava da 67,72 a 75,77 battiti al minuto.
Per questo l'affermazione sul giorno di gara più teso dell'allenamento è contestata: le differenze fra i due studi, dal questionario al livello degli arcieri, non permettono di dire quale risultato valga per chi tira, né se nell'élite turca a restare ferma fosse la tensione o soltanto la voglia di dichiararla. Il battito, almeno, dà un segnale costante: tutti gli studi che l'hanno misurato trovano la frequenza cardiaca in gara sopra i valori di riposo. Di quanto sopra, però, è meno chiaro. In undici arcieri del ricurvo, durante una gara simulata, il battito passava da circa 82 battiti al minuto da seduti a circa 95, mentre in un altro gruppo passare da distesi a in piedi ne aggiungeva in media una ventina: una parte dell'aumento che si attribuisce alla tensione può dipendere dalla postura.
In che momento della gara arriva
In uno studio coreano su diciotto arciere universitarie, alle selezioni nazionali, l'ansia è stata misurata su una scala da 1 a 10 mezz'ora prima della gara, tre minuti prima e mezz'ora dopo la fine. In entrambi i gruppi il picco cadeva nei tre minuti prima del via, ma le nove arciere che avevano chiuso fra il primo e il decimo posto dichiaravano meno ansia in tutti e tre i momenti, 4,88 contro 6,14 a ridosso della partenza. La differenza più netta arrivava dopo: nelle prime dieci l'ansia scendeva sotto il livello di mezz'ora prima, mentre in chi si era piazzata fra il ventesimo e il trentesimo posto restava quasi dov'era.
Il secondo dato riguarda le fasi di un campionato ufficiale. Ai Campionati asiatici del 2011 cinquantasette arcieri del ricurvo delle squadre nazionali hanno segnato su una griglia da 1 a 9, cinque o dieci minuti prima di ogni fase, quanto erano preoccupati: 3,67 prima della qualifica, 5,21 prima degli scontri individuali e 5,05 prima della gara a squadre, che gli autori si aspettavano più leggera perché la pressione è divisa per tre. È un solo studio, e le due affermazioni che ne derivano, sull'ansia che cresce dalla qualifica agli scontri e sulla pressione degli scontri diretti, sono riportate: una gara sola, una domanda per dimensione, una qualifica che decideva solo il tabellone, perché tutti passavano agli scontri, e che veniva comunque per prima, per cui la fase si confonde con il momento del torneo.
Dentro la gara, invece, la tensione non sembra accumularsi. In una gara indoor simulata, sessanta frecce a 18 metri, dieci arcieri brasiliani hanno compilato una scala dell'umore prima, a metà e alla fine: la tensione è rimasta bassa e ferma, da 3,1 alla partenza a 2,2 alla fine, mentre la stanchezza saliva da 2,3 a 5,1. Il risultato è riportato con i limiti di una gara ricostruita, dieci persone e nessuna classifica che contasse.
Quanto costa in punti
Resta la domanda da cui si parte di solito, e qui il registro è chiaro su un punto: l'affermazione che gli arcieri più ansiosi in gara fanno punteggi più bassi è contestata, cioè gli studi su arcieri vanno in direzioni opposte. La figura mette in fila dieci campioni che riportano una correlazione semplice fra l'ansia dichiarata e il punteggio di una gara o di una prova di tiro.
Per anni la spaccatura è stata ordinata. Dove l'ansia si misura poco prima di tirare, con una scala di ansia competitiva, il legame compare: −0,55 nei 207 arcieri malesi, che sono il campione più ampio, −0,45 in altri 44 malesi, −0,7 in 37 brasiliani misurati il giorno del campionato. Dove si misura l'ansia come tratto, lontano dalla gara, non compare niente: nel primo studio della serie, 188 arcieri statunitensi dal principiante al medagliato olimpico, nessuna scala superava 0,17 nei circa 120 che avevano compilato i questionari. Le due correlazioni più alte, −0,84 e −0,86, vengono dallo stesso laboratorio coreano e da due gruppi di arciere universitarie, 19 e 18, per cui valgono come una sola linea di evidenza; e nel 2016 la peggiore di loro aveva fatto 341 su 360 e la migliore 355, quindi la correlazione descrive differenze dentro quattordici punti.
Negli ultimi anni anche quella linea si è incrinata. Ottanta juniores indiani misurati prima di un campionato nazionale non mostrano nessun legame, mentre quarantacinque arcieri iraniani misurati un'ora prima della qualifica lo confermano, a −0,61, e tutti e due gli studi stanno in riviste con criteri editoriali dubbi. Una spiegazione parziale dei risultati nulli viene dagli arcieri d'élite turchi che dichiaravano la stessa ansia in allenamento e in gara: se l'ansia dichiarata non cambia da una situazione all'altra, non ha modo di mostrarsi nel punteggio, che invece cambia.
C'è poi un limite che vale anche quando il legame c'è. Una correlazione dice che chi è più in ansia tende a fare meno punti, non quanti ne perde, e nemmeno quale delle due cose venga prima: nello studio coreano del 2018 le arciere che avevano tirato peggio erano più in ansia anche mezz'ora dopo la fine. Gli unici due tentativi di tradurre l'ansia in punti non reggono il peso. Uno stima circa quindici punti su 1440 per ogni gradino di intensità delle emozioni spiacevoli vissute come dannose, ma su quattro arcieri; l'altro, su 189 giovani indonesiani, trova da 9,58 a 14,47 punti di qualifica in meno per ogni unità di ansia, ma pubblica coefficienti standardizzati matematicamente impossibili, per cui se ne può tenere la direzione e non la grandezza.
Lo stesso vale per la saliva. Nelle arciere coreane del 2016 l'alfa-amilasi raddoppiava nei minuti prima del via, da 43,8 a 87,4 unità per millilitro, e più amilasi andava con punteggi più bassi; nel gruppo del 2018 la differenza fra le prime dieci e le altre compariva a tre minuti dal via e non mezz'ora prima. L'affermazione sui marcatori di stress nella saliva è riportata: sono associazioni su campioni da 8 a 40 arcieri, di due soli gruppi di ricerca, e non dicono se il marcatore alto peggiori il tiro o se sia la gara che va male ad alzarlo.
Chi ne risente di più
Se l'ansia pesa in certi campioni e non in altri, una possibilità è che pesi su certe persone e non su altre. Due studi turchi danno qualche indizio. Nel primo, trentanove principianti hanno tirato dieci frecce a 18 metri dopo un questionario di ansia da gara e uno di personalità: sull'intero gruppo l'ansia non si legava al risultato, ma nella metà più incline a preoccuparsi l'ansia cognitiva andava con una prestazione peggiore, con una correlazione di −0,62. L'affermazione che nei principianti l'ansia pesi solo su chi è più incline a preoccuparsi è riportata con molta cautela: poggia su sottogruppi di diciannove e venti persone, su una prestazione che lo studio descrive in due modi diversi e su una rivista con criteri editoriali dubbi.
Il secondo ha messo ventidue arcieri fra gli 11 e i 14 anni davanti alla parte aritmetica di un test di stress sociale per bambini, prima di altre dieci frecce. Il punteggio non è cambiato, ma non è cambiata neppure la frequenza cardiaca, 104,6 battiti al minuto prima e 105,6 dopo, e gli autori scrivono di non essere riusciti a produrre lo stress che cercavano: per questo, nel registro, la domanda se uno stress acuto poco prima di tirare cambi il punteggio resta non studiata: il risultato nullo dice che quel compito non ha mosso niente, non che lo stress prima del tiro non conti. Il dato più interessante è un altro: chi temeva di più che gli altri notassero la sua ansia tirava peggio, con una correlazione di −0,63 dopo il compito e di −0,45 già prima, mentre la paura dei sintomi fisici non si legava a niente. L'idea che pesi più il timore del giudizio altrui di quello che si sente nelle mani è plausibile, ma viene da ventidue ragazzi e nessuno studio l'ha ancora messa alla prova con un disegno adatto.
Che cosa è stato provato per abbassarla
Sui modi per abbassarla gli studi su arcieri sono pochi e piccoli, e nei tre dati che seguono nessuno ha un punteggio di tiro confrontato con un gruppo di controllo. Il campione più grande riguarda la rivalutazione, cioè l'abitudine di rileggere le proprie emozioni, per esempio vivendo l'agitazione come carica invece che come minaccia. In sessantuno atleti della nazionale cinese, misurati con un questionario una settimana prima di una gara, l'effetto complessivo sulla prestazione, un indice che somma la qualifica, i punti set degli scontri e la categoria tecnica dell'atleta, era praticamente zero, −0,007, perché due strade si annullavano: chi rivaluta più spesso ha più fiducia, e passando dalla fiducia il legame diventa positivo, 0,20; a parità di fiducia, invece, va un po' peggio, −0,27. L'affermazione che ne deriva, che rileggere le emozioni non si accompagna a una prestazione migliore, è riportata, e che la fiducia vada con il punteggio lo trovano quasi tutti gli studi, sempre nella forma debole di una correlazione.
Gli altri due dati vengono da direzioni inattese. In sette praticanti di kyudo, seduti a riposo con un sensore al dito, immaginare una scena distensiva restringeva i piccoli vasi delle dita invece di dilatarli, fino al 77,6% del valore di riposo. Sono sette persone, senza misure sul tiro, e a restringere i vasi potrebbe essere lo sforzo di immaginare più che il contenuto dell'immagine: per questo l'affermazione che un'immagine distensiva non produce una reazione di rilassamento vale come avvertimento, non come regola. A Leopoli, infine, sedici arcieri ucraini divisi a sorte hanno fatto per due mesi dieci-dodici minuti al giorno di autotraining oppure il solo allenamento abituale: in gara chi faceva autotraining aveva nelle urine il 9,7% di lattato in meno, in allenamento no. Nessun punteggio è stato pubblicato e il lattato urinario dipende anche da quanto si è bevuto, per cui l'affermazione sull'autotraining e il lattato in gara è riportata per quello che misura. Anche sull'allenamento mentale in generale gli studi con un gruppo di confronto vanno due a favore e due contro, e l'affermazione che migliori il punteggio è contestata.
Cosa ne ricavo per la linea di tiro
Messi insieme, gli studi non dicono che l'ansia non conti, e non dicono quanti punti costi. Dicono che il legame compare soprattutto quando l'ansia si misura vicino al tiro, che prima della gara gli arcieri dichiarano più preoccupazione che ansia del corpo, senza che si sappia quale delle due pesi sul punteggio, e che in molti campioni il legame sparisce. Per il lavoro sul campo ne ricavo tre cose, e nessuna è stata messa alla prova con un esperimento sul punteggio.
La prima è misurare la propria ansia invece di darla per scontata. La domanda che gli studi non hanno ancora affrontato è proprio quella che interessa a chi tira: non se gli ansiosi vadano peggio degli altri, ma se io vada peggio nelle giornate in cui sono più teso. Un voto da 1 a 10 segnato sul quaderno qualche minuto prima della prima volée, in gara e in qualche allenamento, con accanto il punteggio della giornata, dopo una stagione dà una risposta personale che nessuno studio può dare. Se il voto resta lo stesso in allenamento e in gara, come negli arcieri d'élite turchi, i punti persi in gara vanno cercati anche altrove.
La seconda riguarda il momento. Nei pochi studi che l'hanno seguita, la tensione si concentra prima di cominciare e prima degli scontri, più che durante le volée, e in chi aveva tirato peggio restava alta anche dopo. Conviene quindi preparare quei momenti in modo specifico, dalla routine prima della prima freccia all'attesa del primo scontro, senza dare per scontato che la gara a squadre pesi meno di quella individuale.
La terza è guardare con prudenza alle tecniche che promettono calma immediata. L'unico dato su un'immagine distensiva va nella direzione opposta, nell'unico studio sulla rivalutazione l'effetto complessivo è nullo, e l'autotraining ha mosso un valore nelle urine senza mostrare un punteggio. Un lavoro mentale costruito con un tecnico e verificato su più gare, con il quaderno di cui sopra, dice di più di una tecnica imparata la settimana prima.
Che cosa manca
Manca soprattutto la misura che servirebbe all'arciere: la stessa persona seguita in molte gare ufficiali, con l'ansia raccolta poco prima di tirare e messa accanto al punteggio di quella gara. Mancano campioni ampi, di livelli diversi, misurati con la stessa scala in più paesi, perché oggi le correlazioni più forti vengono da un solo laboratorio e i risultati nulli usano misure differenti. E manca un esperimento con un gruppo di controllo che abbassi l'ansia di gara e guardi che cosa succede ai punti. Fino ad allora «in gara mi agito e sbaglio» resta un'ipotesi da verificare sul proprio quaderno, con i propri numeri.