Il tubo arriva con dodici aste dello stesso modello e con lo stesso numero di spine stampato sull'etichetta. A quel punto le domande che mi fanno gli arcieri sono quasi sempre due: se quello spine è adatto al loro arco, e se le dodici frecce che ne usciranno saranno uguali fra loro. Sono domande pratiche, e la ricerca le ha prese sul serio più di quanto si creda, anche se quasi sempre mettendo una macchina al posto dell'arciere.
Qui metto in fila quello che è stato misurato, dalla scelta dello spine fino al lato rigido dell'asta e alla cocca, e dico ogni volta quanto è solido. Perché la freccia si pieghi uscendo dall'arco l'ho raccontato nell'articolo sul paradosso dell'arciere, e la regolazione dell'arco in quello sul bow tuning; questo articolo parte un passo prima, dalla scatola delle aste.
Lo spine va accordato a libbraggio e lunghezza
Lo spine misura la rigidità dell'asta. Si appoggia l'asta su due supporti distanti 711 millimetri, cioè 28 pollici, si appendono al centro 880 grammi e si legge di quanto si flette, in millesimi di pollice: una 380 cede 9,65 millimetri, cioè 380 millesimi, e più il numero è basso più l'asta è rigida. La regola che tutti conoscono dice che lo spine va scelto in base al libbraggio e alla lunghezza della freccia, perché un arco più potente vuole un'asta più rigida e una freccia più lunga si comporta come una più morbida.
Il registro tiene questa regola come riportata. I modelli matematici che l'hanno studiata dal 1990 in poi ci arrivano tutti, ognuno per la sua strada, e uno di questi calcola anche la finestra: su un ricurvo da gara, passare allo spine vicino chiede circa 11 newton di libbraggio per restare accordati, mentre il libbraggio di un arco si regola entro un intervallo di circa il dieci per cento del nominale, per cui a parità di allungo e di lunghezza della freccia solo uno o due spine si lasciano accordare bene. La parte che riguarda gli arcieri è più sottile: nel 1990 l'attrezzatura di diciotto dei ventidue migliori arcieri polacchi rientrava nella fascia indicata dal modello, e nessuno ha ancora fatto tirare a degli arcieri aste adatte e aste volutamente fuori misura per vedere di quanto cambi il gruppo.
Le tabelle dei produttori
In pratica lo spine si sceglie dalla tabella del produttore, incrociando il libbraggio effettivo, quello che si tiene alle dita al proprio allungo, con la lunghezza della freccia. Che i migliori facciano così è riportato da un'osservazione sola, ma netta: nelle riprese ad alta velocità di sedici arcieri del ricurvo di squadre nazionali, filmati all'evento di prova dei Giochi di Londra, la rigidità delle frecce era in tutti i casi quella prevista dalle tabelle per il loro libbraggio e la loro lunghezza, e quindici su sedici tiravano lo stesso modello di asta. Libbraggi e lunghezze erano quelli dichiarati dagli arcieri, e con ogni probabilità le aste erano state scelte proprio sulle tabelle, quindi il dato dice che i migliori le seguono, non che le tabelle indichino l'asta migliore.
Su questo secondo punto c'è soltanto un modello numerico del 2025, non ancora verificato con tiri. Nel complesso ricostruisce le tabelle commerciali, ma agli estremi le trova troppo rigide, fino a quattro misure, per le frecce lunghe e per i libbraggi bassi; nota anche che le tabelle avanzano a passi di quattro-sei libbre e di un pollice, mentre in molte righe basta mezzo pollice di freccia per cambiare l'asta consigliata. Per chi tira un libbraggio basso o una freccia lunga, quindi, la tabella resta il punto di partenza, e la conferma va cercata nella messa a punto.
Il numero sulla scatola e la freccia al tiro
Il valore di spine nasce da una prova statica, mentre al tiro la freccia viene spinta da dietro dalla corda e si comprime e flette mentre accelera. Che la misura da fermo non basti a prevedere il comportamento al tiro è un'affermazione trasferita: la sostengono tre modelli in venticinque anni, ma nessuna prova ha ancora tirato le stesse aste per confrontare le due graduatorie. In uno di questi modelli un'X10 550, più rigida del 4 per cento di una ProTour 570, chiede meno libbraggio per uscire pulita, 175,5 newton contro 180, perché le due aste distribuiscono rigidità e massa in modo diverso. Per questo chi ha costruito il modello avverte che aste di tipo diverso con lo stesso numero di spine non vanno date per equivalenti, e cambiando modello conviene ripartire dalla sua tabella.
C'è anche chi guarda la frequenza propria, cioè la rapidità con cui l'asta vibra. Che le aste più rigide vibrino più in fretta è riportato: tre frecce della stessa serie, dalla più morbida alla più rigida, vibrano a 74, 77 e 80 hertz. Fra uno spine e il successivo, però, ci sono appena tre hertz, e nessuno ha mostrato che misurare la frequenza aiuti a scegliere l'asta.
Quanto pesa una freccia da gara
Dei numeri che si danno a memoria sulla freccia del ricurvo, velocità e lunghezza reggono: le frecce partono fra circa 57 e 65 metri al secondo, e i 39 arcieri d'élite di quattro nazioni seguiti in uno studio dichiaravano una lunghezza media di 64,4 centimetri. Il peso invece è contestato, perché dipende dall'asta. La quindicina di grammi è quella delle A/C/E, e 14,3 grammi pesa la freccia che i laboratori giapponesi usano come riferimento; le due X10 pesate a banco in uno studio giapponese stavano invece fra 19,7 e 21,2 grammi, mentre quelle della prova francese del 2025, di cui parlo più avanti, tagliate a circa 81 centimetri per un arco da 52 libbre arrivavano a 27,25.
Conta anche il materiale. Che a spine vicino un'asta in alluminio pesi più di una in carbonio è riportato da una misura sola, su un banco che stima la massa facendo vibrare le aste: da una volta e mezza a 1,7 volte tanto, con l'alluminio 2219 a 22,7 grammi contro i 13,5 del carbonio 300, anche se è una massa stimata dal banco e non il peso di un'asta finita. Quanto alla lunghezza, l'unico studio che l'ha messa accanto al punteggio, sugli stessi 39 arcieri d'élite, non ha trovato un legame. La lunghezza però era dichiarata, variava poco e dipende dall'allungo di ciascuno, per cui il risultato non dice che accorciare o allungare la propria freccia sia indifferente.
Quanto sono uguali le frecce di una dozzina
Qui si arriva alla seconda domanda. Il produttore dichiara che dentro una dozzina le aste non differiscono di più di mezzo grano, circa 0,032 grammi. Un gruppo francese ha pesato una a una ventisei dozzine di X10 della federazione, di sette spine diversi, con una bilancia al millesimo di grammo, e nessuna dozzina restava dentro quella tolleranza; mescolando dozzine dello stesso spine l'escursione andava da 1,96 a 3,69 grani, fino a 11,64 nelle 380. Secondo il calcolo balistico dello stesso lavoro, a 70 metri mezzo grano in più abbassa l'impatto di quasi un centimetro, ma le frecce di ciascuna dozzina resterebbero tutte nel dieci, e i punti si perderebbero solo mescolando dozzine diverse. È un abstract di congresso con un modello semplice, senza la flessione dell'asta, ma l'indicazione è chiara: il peso dichiarato va controllato, e le dozzine non si mescolano.
Sei anni dopo lo stesso gruppo ha fatto la prova più fine che esista su questa domanda. Cinquantanove aste X10 spine 325 sono state misurate una a una su un banco automatico, montate da un arciere di livello nazionale con punta, alette e cocca, e tirate da una macchina a 70 metri al chiuso, cinque volte ciascuna e in ordine casuale. La variabilità del peso veniva quasi tutta dall'asta e dalla punta, mentre cocche e alette pesavano praticamente uguali; fra la freccia montata più leggera e la più pesante c'erano 0,282 grammi, e gli autori calcolano che abbinando le punte più pesanti alle aste più leggere lo scarto scenderebbe a 0,027.
Che peso e spine nominale non bastino per rendere omogeneo un set è quindi riportato, da due nuclei di prove indipendenti, nessuno dei quali con arcieri che tirano. Fra duecentocinquantacinque combinazioni di caratteristiche, quella che spiegava meglio quanto le frecce stavano vicine fra loro sul bersaglio era massa, spine medio e frequenza della variazione di rigidità attorno all'asta. Per la posizione di ciascuna freccia sul bersaglio gli autori hanno costruito due modelli a parte: massa e spine medio rendevano conto di poco meno della metà delle differenze di altezza fra le frecce, mentre per quelle laterali spine medio e ampiezza della variazione di rigidità ne spiegavano meno di un quinto.
Quelle stesse cinquantanove frecce, però, non erano appaiate per peso, e hanno comunque tenuto le loro posizioni medie dentro 8,8 centimetri in verticale, in un dieci che ne misura 12,2. L'appaiamento conta, ma con frecce di questa qualità non è quello che separa il dieci dal nove.
Il lato rigido dell'asta e le alette
La terza caratteristica di quella combinazione, la variazione di rigidità attorno all'asta, è la più nuova. Lo spine si misura in un punto solo, mentre il banco dello studio del 2025 ha flesso ogni asta a ogni sedicesimo di giro per almeno quattro giri completi, sessantaquattro misure per asta. La rigidità seguiva quasi sempre la stessa onda, con due massimi e due minimi a ogni giro, cioè un asse forte e un asse debole. Che le aste abbiano un lato più rigido è quindi riportato, ma la differenza è piccola: in media 0,014 millimetri di flessione su circa 8,3, da un millesimo di millimetro, cioè praticamente niente, fino a 0,038. Tirate a macchina, le aste con l'onda più ampia finivano più a destra, e alcune mostravano un'onda più lenta e diversa, che gli autori leggono come un possibile difetto di fabbricazione o di lotto; che siano proprio quelle a uscire dal gruppo, però, resta una loro interpretazione.
Da qui viene una pratica diffusa, quella di impennare tutte le frecce con lo stesso orientamento rispetto al lato rigido, di solito prendendo l'etichetta come riferimento. Lo stesso studio ha registrato l'angolo fra l'aletta di riferimento e il punto più rigido di ogni asta, e quell'angolo non entrava in nessuno dei modelli che prevedevano il punto d'impatto: che la posizione delle alette rispetto al lato rigido non cambi il punto d'impatto è riportato, da questa prova sola. Il dettaglio che mi ha colpito di più è un altro: l'etichetta è stampata a caso rispetto all'asse rigido, per cui chi impenna sull'etichetta crede di orientare le alette e in realtà le distribuisce a caso. Resta aperta la domanda che interessa di più in campo, cioè se girare la cocca di 120 gradi, come si fa con una freccia che esce dal gruppo, sposti il colpo: gli autori la lasciano aperta, e nessuno ha ancora verificato che riporti la freccia nel gruppo.
Ancora meno si sa di un'idea che circola fra chi impenna da sé, secondo cui certe aste escono dall'arco già ruotando in un verso e l'elica delle alette andrebbe montata per assecondarlo. L'unica fonte è una rassegna del 2019 che riferisce un lavoro non pubblicato, senza dati né metodo, e per il registro la domanda è non studiata.
Rettilineità e cocche
Anche la tolleranza di rettilineità è scritta sulla scatola, e sul suo effetto gli studi vanno in direzioni opposte, per cui il registro la tiene come contestata. Con un compound in macchina a 25 metri, aste in alluminio dritte entro un millesimo di pollice raggruppavano in 27 millimetri, piegate a tre millesimi in 30 e a sei in 48, e fra due serie in carbonio dello stesso modello quella dritta entro un millesimo raggruppava in 30 millimetri contro i 42 di quella dritta entro tre. Nello studio del 2025, invece, la rettilineità non entrava in nessun modello, e il motivo si legge nei dati: quelle X10 erano molto più dritte di quanto la tolleranza chiedesse, 0,007 millimetri in media con un massimo di 0,015 contro i 0,025 dichiarati. Letta così la contraddizione può essere solo apparente, perché dentro un set da gara moderno la rettilineità varia troppo poco per contare, mentre fra aste di classi diverse può pesare.
Nella prova del 2017 c'è anche un dato che riguarda la cocca più di quanto sembri. Prima di cominciare, sulle stesse aste dritte il gruppo è passato da 44 a 27 millimetri cambiando soltanto la cocca (la peggiore chiedeva anche un adattatore in più), e su un'altra misura di asta da 32 a 15. Che il tipo di cocca cambi la larghezza del gruppo è riportato da questa prova sola, fatta per un altro scopo e con un compound tirato da una macchina, per cui sul ricurvo tirato con le dita non dice niente di diretto; mostra però che sulla stessa asta la cocca può pesare quanto la rettilineità.
Le frecce e l'usura
Si dice che le frecce non si stanchino, e che finché l'asta è integra resti quella del primo giorno. L'unica prova è un preprint del 2019, in cui una freccia per materiale, in carbonio, in alluminio e in cedro, è stata portata a circa 600.000 cicli di vibrazione e poi rimisurata. Gli autori scrivono che non cambia niente di significativo, ma nelle loro tabelle la rigidità stimata dopo i cicli è più alta in ogni misura, dal 14 al 52 per cento; scende però anche la massa stimata della freccia in carbonio, cosa che un'asta intatta non dovrebbe fare, per cui una parte di quelle differenze è rumore del metodo. L'affermazione che le frecce non cambino è quindi contraddetta: il dato che c'è va contro, ma pesa poco, e non dice niente degli urti sul paglione o dei colpi fra frecce, che in campo si aggiungono alla vibrazione.
Cosa ne ricavo sul campo
Messe in fila, queste prove disegnano un ordine di lavoro più che una ricetta. La prima scelta, lo spine, si fa sulla tabella del produttore di quel modello di asta, con il libbraggio misurato al proprio allungo e la lunghezza reale della freccia, sapendo che agli estremi, con libbraggi bassi o frecce lunghe, un modello la trova troppo rigida e che la conferma arriva dalla messa a punto. La seconda è non mescolare dozzine e pesare punte e aste separatamente prima di montarle: abbinare le punte più pesanti alle aste più leggere è quello che propone lo studio del 2025, e il suo effetto sul bersaglio, per ora, è un calcolo.
Poi si numerano le frecce e si guardano i gruppi per molte volée, freccia per freccia. In una prova piccola una macchina lanciafrecce riconosceva le frecce difettose a 70 metri, ma nell'unico confronto fatto nello stesso impianto, con un arciere solo e frecce diverse, l'arciere disperdeva più del robot, oltre tre volte tanto in verticale, e una differenza di qualche centesimo di grammo o di qualche millesimo di millimetro resta facilmente sotto il rumore del proprio tiro. Per questo una freccia che esce dal gruppo va osservata a lungo prima di darle la colpa; girarle la cocca è un tentativo diffuso, anche se non verificato, e se continua a uscire la si mette da parte. Molti arcieri controllano la rettilineità facendo girare l'asta sulle unghie, e gli autori della prova del 2017 scrivono che a sensazione si distingue un'asta dritta entro un millesimo di pollice da una a tre o a sei millesimi. È un controllo utile soprattutto per scovare un'asta piegata dopo un urto, perché le X10 misurate nel 2025 uscivano dalla fabbrica già molto più dritte della tolleranza.
Resta la proporzione, che è la cosa che ripeto più spesso: le posizioni medie delle frecce non appaiate della prova francese stavano in 8,8 centimetri in verticale, meno del diametro del dieci, e le ha tirate una macchina, cioè senza l'errore dell'arciere, che in gara si somma al loro. La selezione toglie una parte piccola dell'errore, utile quando il resto del tiro è già stabile, e non prende il posto del lavoro sulla tecnica.
Dove la ricerca si ferma
Quasi tutto quello che si sa sulla selezione delle frecce viene da una macchina, che toglie di mezzo la variabilità del rilascio e della mira. La prova più completa ha usato un arco solo, un assetto solo e uno degli spine più rigidi in commercio, e gli autori stessi avvertono che con aste più morbide le cose potrebbero cambiare. Mancano tre confronti: un set selezionato per peso e spine contro uno selezionato anche per la variazione di rigidità attorno all'asta, tirati a macchina e poi da arcieri; aste di spine adatto contro aste fuori misura, tirate da arcieri con molte frecce per condizione; e la verifica che girare la cocca riporti nel gruppo una freccia che ne esce. Finché non ci sono, la selezione delle frecce poggia su misure di laboratorio accurate e su prove a macchina, mentre il passaggio all'arciere che tira resta da dimostrare.