Chi passa dall'indoor all'outdoor, o fa la strada al contrario, si sente dire quasi sempre la stessa cosa: sono due sport tirati con lo stesso arco. Al chiuso si tira a 18 metri, sulla visuale da 40 centimetri o sulla tripla verticale; all'aperto il ricurvo tira a 70 metri sulla visuale da 122 e il compound a 50 metri su quella ridotta da 80. Fra le due stagioni cambiano la distanza, il bersaglio, il volo della freccia, il vento e la durata della gara, e da qui nasce l'idea che servano due tecniche e due preparazioni separate.
Uno studio ridimensiona quest'idea in un punto preciso. L'unico confronto diretto fra le distanze del chiuso e quelle dell'aperto ha trovato lo stesso schema muscolare da 18 a 90 metri, con un'intensità più alta all'aperto, e se ne ricava che a cambiare siano soprattutto le condizioni intorno al tiro, più che il tiro. Sulla domanda che interessa di più a chi passa da diciotto a settanta metri, cioè quanto di quello che si allena a una distanza si porta all'altra, le risposte invece non vanno d'accordo, sia sul vantaggio di allenarsi proprio sulle distanze di gara sia su quello di cambiarle spesso. E nei pochi arcieri in cui è stata misurata, anche la zona di attivazione in cui si tira meglio cambia con la distanza.
Che cosa cambia fra diciotto e settanta metri
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Distanza e visuale
Al chiuso 18 metri, più di rado 25, sulla visuale da 40 cm o sulla tripla verticale, che di ogni visuale tiene solo gli anelli dal 6 al 10; nel compound vale dieci solo l'anello interno, largo 2 cm. All'aperto il ricurvo tira a 70 metri sulla visuale da 122 cm, il compound a 50 metri su quella da 80 cm ridotta agli anelli dal 5 al 10.
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Formato
Al chiuso la qualifica è di 60 frecce in volée da tre, con due minuti per volée; all'aperto il round a 70 metri è di 72 frecce in volée da sei, con quattro minuti. Il tempo per freccia è lo stesso, ma al chiuso si torna in linea ogni tre frecce invece che ogni sei.
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Volo della freccia
A 70 metri la freccia di un arciere d'élite del ricurvo arriva in poco più di un secondo: 1,24 e 1,29 secondi in media nelle due misure che ci sono. A 18 metri, uscendo dall'arco intorno ai sessanta metri al secondo, ci mette, a conti fatti, circa tre decimi.
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Condizioni
Al chiuso niente vento, luce artificiale e temperatura costanti. All'aperto il vento, la luce che cambia nel corso della giornata e a volte la pioggia.
Il disegno smonta un'idea molto diffusa, che il dieci del chiuso sia il bersaglio più severo. Il dieci del ricurvo largo 4 centimetri, visto da 18 metri, appare circa un quarto più grande del dieci da 12,2 centimetri visto da 70: in termini di angolo il margine al chiuso è un po' più largo, non più stretto. Fa eccezione il compound, che al chiuso conta solo il dieci interno da 2 centimetri; per questo, in un modello di punteggio costruito sui risultati di gara, al chiuso le curve del ricurvo e del compound si separano, mentre all'aperto, con il compound a 50 metri sulla visuale da 80, quasi coincidono.
Quello che rende l'aperto più difficile sta altrove. Il punteggio scende con la distanza in modo regolare: in diciotto arcieri esperti fatti tirare da diciotto o venti distanze diverse il calo è quasi lineare, e su migliaia di frecce tirate in gare ufficiali cinesi si perdono circa 0,03 punti per freccia per ogni metro in più. Ed è un calo più ripido di quello che darebbe la sola geometria. Nei punteggi di grandi gare internazionali, a 70 metri sulla visuale da 122 si segna come a 50 su quella da 80, mentre se il gruppo crescesse solo in proporzione alla distanza l'equivalenza cadrebbe a 76 metri. Secondo il modello dello stesso autore, a 70 metri circa tre quarti dei punti persi vengono da errori che crescono come la distanza e un quarto da errori che crescono con il suo quadrato, fra cui il vento, la cui deriva secondo i modelli balistici cresce proprio così. Nel registro sia l'affermazione che il punteggio cala al crescere della distanza sia quella che il gruppo si allarga più che in proporzione alla distanza sono riportate; la seconda con due limiti, perché tutto passa dai punteggi e la quota che cresce con il quadrato è fissata da una taratura dell'autore.
Il vento è la parte che al chiuso non esiste. Su 3.196 arcieri professionisti cinesi, fra il 2010 e il 2016, a parità di temperatura più vento vuol dire un punteggio medio per freccia più basso e meno frecce nel dieci. E quando sessantacinque arcieri coreani di alto livello raccontano come hanno tirato una loro freccia nella X, nella mira e nel rilascio il tema più citato è la gestione del vento, quasi la metà delle citazioni. Le due affermazioni, che più vento c'è, più basso è il punteggio e che per gli arcieri di alto livello il vento è il problema principale da gestire all'aperto, sono riportate, la prima su un solo circuito e la seconda su una sola nazionale. Il tempo di volo, del resto, è quello di una freccia che a settanta metri arriva in poco più di un secondo, e in quel secondo il vento ha tutto il tempo di spostarla.
Il tiro alle diverse distanze
Fra chi allena circolano due versioni. Una vuole il tiro identico a ogni distanza, con la sola tacca del mirino a cambiare; l'altra vede nell'indoor e nell'outdoor due specialità con adattamenti tecnici propri, per esempio un ancoraggio ancora più curato al chiuso. L'unico studio che ha messo a confronto le distanze dei due ambienti sta dalla parte della prima.
È un lavoro elettromiografico belga del 1990. Otto arcieri esperti, con esperienza di gare FITA, hanno tirato nove frecce a 18, 25, 50, 70 e 90 metri con gli elettrodi su sei muscoli di spalla e braccio. Lo schema di attivazione restava simile a tutte le distanze, e l'inclinazione del tronco non dipendeva dalla distanza. L'intensità cambiava, ma non in modo graduale: fra 18 e 25 metri non c'erano differenze, fra 50, 70 e 90 nemmeno, e l'unico salto significativo cadeva fra 25 e 50 metri, cioè proprio fra le distanze del chiuso e quelle dell'aperto. Una parte delle serie, però, era tirata con un arco standard dato dai ricercatori, il cui carico saliva con la distanza, da 133 newton a 18 metri a 235 a 70; gli autori scrivono di non aver trovato differenze significative di attività fra quell'arco e l'arco personale degli arcieri, ma il dubbio che una parte del salto venga dal carico resta.
Per questo nel registro l'affermazione che la tecnica di tiro è la stessa al chiuso e all'aperto è riportata: regge per lo schema dei muscoli e non per il carico, e poggia su un solo studio, con un'analisi dello schema fatta per confronto qualitativo e senza misure dei tempi del tiro. È poco, ma è l'unica evidenza diretta, e va nella direzione opposta a quella che si sente più spesso.
Se il tiro resta lo stesso, quello che cambia fra le stagioni sta intorno al tiro. Al chiuso le volée da tre frecce riportano in linea più spesso, e conta una routine pre-tiro che si riprende in fretta; all'aperto bisogna tenere il gesto per 72 frecce e leggere un vento che cambia durante la gara. Anche l'idea che al chiuso l'ancoraggio debba essere più preciso, perché «a diciotto metri contano i millimetri», non trova appoggio nei conti della visuale, dato che il dieci del ricurvo al chiuso è un po' più grande, visto dalla linea, di quello dei settanta metri. Al chiuso, semmai, senza vento e con un volo breve, quello che si vede sulla visuale dipende quasi solo dall'arciere e dal materiale, e un errore ha meno spiegazioni esterne.
Quanto si segna al chiuso
Al chiuso circola anche un numero: un arciere di vertice del ricurvo starebbe sopra il nove e mezzo di media a freccia, e chi sta sotto non sarebbe ancora ad alto livello. Fra i pochi dati confrontabili, l'unico che riguarda il solo ricurvo va contro. Sei arcieri del ricurvo di una nazionale, tutti con almeno un anno di gare internazionali, hanno tirato cento frecce a 18 metri su una visuale da 40 centimetri, e sulle novanta analizzate le loro medie andavano da 8,22 a 8,94, con totali da 740 a 805: nessuno arrivava a nove. Tiravano in laboratorio, con i marcatori per l'analisi del movimento sul corpo, una condizione che può costare qualcosa rispetto a una gara.
Gli altri numeri non aiutano a chiudere la questione. Sette arcieri indiani d'élite, su 210 frecce a 18 metri, hanno fatto 117 dieci, 86 nove e 7 otto, una media di circa 9,5, ma quattro di loro tiravano con il compound e il dato dei tre del ricurvo non si può separare. Uno studio tedesco su sette arcieri delle nazionali dà medie da 9,42 a 10,13, ma annota ogni freccia al decimo di zona con il centro esatto che vale 11, per cui quei numeri stanno sopra un punteggio di gara per costruzione. L'affermazione che al chiuso un arciere d'élite del ricurvo sta sopra i nove punti e mezzo per freccia è quindi contraddetta: l'unica evidenza diretta va contro, ed è un solo studio su sei arcieri. Il nove e mezzo resta un riferimento che gira sui campi, non una misura.
Da diciotto a settanta metri: che cosa si porta da una distanza all'altra
Il passaggio fra le stagioni pone una domanda pratica, cioè se le frecce tirate a una distanza servano anche alle altre o se ogni distanza vada costruita per conto suo. Si dice spesso che bisogna allenarsi soprattutto sulle distanze di gara, perché il mirino, il gesto e la lettura del gruppo si tarano su quei metri e non su altri. Lo studio più diretto, del 2016, ha messo alla prova proprio questa idea.
Dieci arcieri internazionali polacchi del ricurvo hanno tirato trenta frecce da ciascuna di venti distanze fra 22 e 98 metri, e otto arciere della nazionale da diciotto distanze, comprese molte che non allenano mai. Con le distanze mai allenate i ricercatori hanno costruito una retta, e hanno guardato se sulle distanze di gara il punteggio stesse sopra. Il calo con la distanza è risultato quasi lineare, circa 1,34 punti per metro sul totale delle trenta frecce negli uomini e 0,60 nelle donne, e sulle distanze di gara il punteggio non stava sopra la retta più di quanto ci si aspettasse, nemmeno negli arcieri con più ore di allenamento alle spalle. L'eccezione sono i 70 metri negli uomini, dove il punteggio reale superava quello atteso in modo netto (p = 0,001). Nelle donne, ai 50 metri, andava perfino nel verso opposto, anche se la differenza non regge alla correzione per i confronti multipli.
Gli studi di allenamento non sciolgono il nodo. Due esperimenti indonesiani dello stesso ateneo, con lo stesso disegno, venti arcieri appaiati sul punteggio di partenza e la prova finale di 36 frecce a 30 metri, danno risposte opposte. Nel primo, del 2022, chi alternava le distanze guadagnava 27,3 punti e chi restava alla stessa 15,5, ma la rivista ha criteri editoriali dubbi, il testo dà due valori diversi del test statistico per lo stesso gruppo e non dice su quali distanze né per quante sedute ci si sia allenati. Nel secondo, del 2024, dopo diciotto sedute da 72 frecce in sei settimane vinceva il gruppo sempre a 30 metri, più 24,7 punti contro più 14,5 per chi alternava 10, 20 e 30 metri; la prova finale, però, era proprio alla distanza su cui il gruppo fisso aveva tirato tutte le sue frecce. In tutti e due gli studi migliorano tutti e venti gli arcieri, e nessuno dei due misura le distanze non allenate.
Nel registro sono quindi contestate tutte e due le idee: che allenarsi sulle distanze di gara dia un vantaggio specifico su quelle distanze, e che allenarsi cambiando distanza faccia salire il punteggio più che tirare sempre alla stessa. Per chi passa da diciotto a settanta metri vuol dire che gli studi non indicano in modo concorde un modo migliore di distribuire le frecce fra le distanze. Il punteggio scende con i metri lungo una retta che è di ciascun arciere, e l'unico guadagno specifico misurato sta sui 70 metri degli uomini, la distanza olimpica.
Attivazione e attenzione
Nella preparazione mentale si parla spesso di trovare la propria zona di attivazione ideale, come un livello unico da ritrovare a ogni gara, che si tiri a 18 metri al chiuso o a 70 negli scontri diretti. Nei pochi arcieri in cui è stata misurata, la zona cambia invece con la distanza. Un'arciera brasiliana di 25 anni, seconda nel ranking nazionale, ha indicato dopo ogni volée di gara la propria attivazione su una scala da 1 a 9: la fascia in cui aveva più probabilità di tirare al meglio andava da 5,0 a 7,7 a 18 metri, da 3,9 a 5,1 a 50 e da 4,1 a 4,6 a 60, e si stringeva allontanandosi dal bersaglio fino ai 60 metri. L'anno dopo tre arcieri brasiliani di vertice, seguiti da marzo a dicembre con almeno quaranta rilievi per arciere a ogni distanza, hanno mostrato lo stesso quadro: zone diverse a 18, 30, 50, 70 e 90 metri e nell'Olympic Round a 70 metri, per l'attivazione come per il battito cardiaco.
L'affermazione che la zona di attivazione in cui l'arciere tira meglio cambia con la distanza e con il formato di gara è riportata, e non di più. Sono quattro arcieri, studiati dallo stesso gruppo di ricerca, con confronti letti sui grafici senza un test e zone descritte sugli stessi dati da cui sono ricavate; nessuno ha verificato che prevedano le gare successive. Il formato, poi, era quello delle gare di allora, con il round FITA su quattro distanze e l'Olympic Round a parte. Se ne ricava un'indicazione prudente: il livello di attivazione con cui un arciere tira bene al chiuso non è per forza quello che gli serve a settanta metri, e vale la pena osservarlo distanza per distanza invece di cercarne uno solo.
Anche il ritmo è diverso. Al chiuso la concentrazione si accende e si spegne ogni tre frecce, e conta saper ripartire dopo una freccia uscita male senza portarsela dietro; all'aperto le volée sono più lunghe, la gara dura di più e le condizioni cambiano mentre si tira. Per tenere l'attenzione su tempi lunghi si propone spesso la mindfulness, ma negli arcieri gli studi sul suo effetto sull'attenzione non vanno d'accordo, e l'affermazione che un programma di mindfulness migliora il controllo dell'attenzione dell'arciere è contestata.
L'attrezzatura fra le due stagioni
Molti arcieri tengono lo stesso arco tutto l'anno, e il cambio più comune fra le stagioni riguarda le frecce. Al chiuso si usano spesso aste grosse, fino al diametro massimo consentito dal regolamento, 9,3 millimetri, perché una freccia che tocca la riga prende il punteggio più alto e un'asta più grossa la tocca più spesso. Il vantaggio però non viene da prove di tiro: sta dentro un calcolo, e per questo l'affermazione che al chiuso conviene l'asta più grossa consentita è trasferita. All'aperto vale il contrario. In galleria del vento e a 70 metri, con frecce tirate a macchina, la freccia più sottile deriva meno, e l'affermazione è riportata; che una freccia più pesante derivi meno a parità di diametro lo dicono invece solo i calcoli, ed è trasferita.
Al chiuso, nel ricurvo, si scende spesso un po' di libbraggio, perché senza vento e a 18 metri una freccia più lenta costa poco. Ogni cambio di carico o di asta, però, cambia anche il rapporto fra lo spine e l'arco, e va seguito da una nuova messa a punto, sia nel passaggio al chiuso sia nel ritorno all'aperto. Sugli stabilizzatori le abitudini cambiano molto da un arciere all'altro, e l'affermazione che gli stabilizzatori migliorano la precisione del tiro è non studiata: l'unico confronto con e senza stabilizzatori, su sette arcieri d'élite, non trova differenze significative di precisione, ma è troppo piccolo per escludere un effetto. Per questo la scelta di stabilizzatori più lunghi o più corti fra le stagioni resta una questione di sensazione e di bilanciamento.
Il passaggio fra le stagioni
In Italia la stagione al chiuso va più o meno da ottobre a marzo e quella all'aperto da aprile a settembre. Nei passaggi fra le due tornano spesso tre errori, e quello che segue non viene da uno studio: sono indicazioni di pratica.
Il primo è passare di colpo da una distanza all'altra pretendendo subito i punteggi della stagione prima. Di solito si indicano due o tre settimane per ritrovare tacche del mirino, tempi e lettura del gruppo alla nuova distanza, ed è un'abitudine dei campi, non un dato misurato. Il secondo è approfittare del cambio per rifare parti del tiro: chi passa da una stagione all'altra sta già cambiando distanza, materiale e condizioni, e le modifiche profonde della tecnica stanno meglio in un periodo lontano dalle gare. Il terzo è attaccare una stagione all'altra senza una pausa, mentre qualche settimana più leggera fra le due permette di ripartire con il materiale rimesso a punto.
Per chi tira senza ambizioni di gara il chiuso ha soprattutto un pregio pratico: permette di continuare a tirare nei mesi in cui all'aperto il tempo non lo consente, e di ritrovare in primavera un gesto che non si è fermato per metà dell'anno.