Prima o poi quasi ogni arciere se lo chiede: meglio un dito sopra la cocca e due sotto, oppure tre sotto, oppure due dita soltanto? E chi guarda il tiro tradizionale o quello asiatico si chiede anche che cosa cambi quando la corda la trattiene il pollice. Sul campo le risposte non mancano. Si dice che tre dita tengano la corda più ferma di due, che il pollice stanchi meno la mano, che la presa vada impostata bene dalla prima lezione perché poi costa punti.
Le misure sulla presa della corda sono poche, e quasi tutte stanno in un solo esperimento del 1990, in cui nove arcieri di livello internazionale provarono quattro prese diverse. Attorno a quello studio ce ne sono altri, ciascuno con un pezzo della risposta: un compito di laboratorio senza arco sulla stabilità delle dita, un confronto fra due prese su persone che non avevano mai tirato, le forze del polso di un arciere a cavallo che rilascia con il pollice e le articolazioni delle dita di un arciere del ricurvo riprese a 500 fotogrammi al secondo. Messi insieme rispondono ad alcune domande, e su una, quella delle tre dita più stabili, arrivano a conclusioni opposte.
Lo studio che ha messo a confronto quattro prese
L'esperimento viene da un gruppo belga, ed è il secondo di tre pubblicati nello stesso articolo. I nove arcieri erano tiratori FITA con esperienza internazionale, abituati tutti alla presa verticale a tre dita e senza alcuna esperienza con le altre. Gli autori non pretendevano che imparassero davvero una presa nuova, cosa che gli atleti stessi non volevano; hanno scelto invece una procedura standard. Per ciascuna presa c'era un quarto d'ora di prova senza bersaglio, poi tre volée da tre frecce per sistemare l'ancoraggio, e infine tre tiri misurati con l'elettromiografia di sei muscoli del braccio della corda. Le prese erano quattro: tre dita, due dita, pollice e presa rovesciata, con la mano in pronazione. La precisione era il raggruppamento, cioè il contorno in centimetri delle tre frecce di ciascuna volée, e non il punteggio.
Fra tre e due dita lo studio non trova differenze significative. Alla terza volée il contorno del gruppo era di 14,1 centimetri con la presa abituale e di 11,1 con quella a due dita, che per tutti era nuova, e la statistica non separa le due prese. La presa a due dita era anche quella che si imparava più in fretta. Il quadro cambia del tutto con il pollice e con la presa rovesciata: alla prima volée il gruppo misurava 175,7 e 179,4 centimetri, e in nove frecce scendeva a 42,0 e 53,2. Il miglioramento era rapido, ma dopo nove frecce quei gruppi restavano tre o quattro volte più larghi di quelli delle prese con le dita.
Per questo nel registro l'affermazione che la presa a due dita dà una precisione simile a quella a tre dita è riportata: c'è un risultato su arcieri che va in quella direzione, ma è uno solo e ha limiti precisi. Il gruppo era misurato su nove frecce per presa, la presa a due dita era appena stata provata e la precisione era misurata come raggruppamento, non come punteggio su un round. Lo studio dice che un arciere forte non raggruppa subito peggio con due dita che con tre; non dice che cosa succede dopo mesi di pratica, né su una gara intera. Lo studio, infine, non dice se le due dita stessero tutte e due sotto la cocca o una sopra e una sotto.
Tre dita e la tenuta più stabile
L'idea che tre dita tengano la corda più ferma di due ha una base meccanica intuitiva, perché il carico si divide su un dito in più. Ventisette anni dopo lo studio belga, un gruppo coreano l'ha messa alla prova in laboratorio, ma senza arco e senza arcieri. Otto uomini destrimani, che lo studio non presenta come arcieri, premevano con due, tre o quattro dita su sensori di forza montati su una corda simulata, tenevano la forza per qualche secondo mirando a un bersaglio sullo schermo e poi rilasciavano; il computer calcolava dove sarebbe arrivato un proiettile virtuale.
Con tre dita l'errore della forza nella fase di mira era più basso che con due su tutti e tre gli assi, e il punto di tiro virtuale cambiava meno da una prova all'altra. Non arrivava però più vicino al centro: l'indice di accuratezza era lo stesso in tutte le condizioni. Tutto il guadagno arrivava con il terzo dito, mentre il quarto non aggiungeva niente, e con quattro dita la costanza non si distingueva più da quella con due. Nemmeno la durata del rilascio simulato cambiava con il numero di dita. Lo stesso studio mostra anche quanto lavori ciascun dito: nella pressione massima con quattro dita l'indice arrivava a 29,8 newton, il medio a 16,5, l'anulare a 11,1 e il mignolo a 14,9.
Qui i due studi tirano in direzioni diverse. Il compito di laboratorio dice che tre dita danno una tenuta più costante di due; l'unico confronto con l'arco in mano, fatto su arcieri di livello internazionale, trova gruppi di 11,1 centimetri di contorno con due dita e di 14,1 con tre, senza differenza significativa, e quindi nessun vantaggio delle tre dita là dove si guarda la freccia. Le due misure non sono la stessa cosa: la prima guarda quanto oscilla la forza di una mano su un sensore, la seconda dove finiscono le frecce. L'affermazione, però, promette qualcosa all'arciere con l'arco in mano, e su arcieri un dato c'è: per questo il registro non la può dare come trasferita, e visto che quel dato va contro, l'affermazione che tenere la corda con tre dita dà una tenuta più stabile che con due è contraddetta. L'evidenza contraria è poca e indiretta, un solo studio che guarda il gruppo e non la mano, e lo stato dice proprio questo.
Il pollice: meno attività muscolare, più difficoltà
Lo studio belga misurava anche i muscoli del braccio della corda: trapezio, deltoide anteriore, bicipite, brachioradiale, estensore delle dita e flessore superficiale delle dita, tutti espressi come percentuale della contrazione massima. Mettendo insieme i sei muscoli, il pollice era la presa con l'attività media più bassa, 53,4%, contro 59,3% con tre dita, 62,4% con due e 56,7% con la presa rovesciata. Gli autori la giudicano la presa più economica delle quattro, e la attribuiscono a una leva migliore.
Guardando i muscoli uno per uno, però, il quadro si ridimensiona. Rispetto alle tre dita, trapezio, estensore delle dita, bicipite e deltoide non cambiavano in modo significativo con nessuna presa; calavano soltanto il flessore superficiale delle dita e, nella presa rovesciata, il brachioradiale. Le deviazioni standard con il pollice arrivavano a 12 punti, circa il doppio di quelle con tre dita. E tutti e nove gli arcieri, una volta sistemato l'ancoraggio, avevano trovato il pollice la presa più difficile. Gli autori ne ricavano un'ipotesi, non una conclusione: allenato abbastanza a lungo, il pollice potrebbe essere la presa più economica.
Il secondo dato sul pollice viene da un congresso americano di ergonomia del 2007, e riguarda chi comincia. Sedici adulti fra 21 e 25 anni, otto uomini e otto donne, che non avevano mai tirato, sono stati assegnati a caso a due prese della corda, il pollice o la presa rovesciata, e a una di quattro posizioni dei piedi; dopo quaranta minuti di istruzione e trenta frecce di prova ne hanno tirate ottanta misurate. Con la presa rovesciata trapezio ed estensore delle dita lavoravano di più, e la fatica arrivava prima e più forte, con il calo di punteggio che la accompagna; chi usava il pollice ha fatto in media il 77% di punti in più di chi usava la presa rovesciata.
Sono due studi che vanno nella stessa direzione, ma nessuno dei due dice quello che l'arciere vorrebbe sapere. Il primo misura l'attività dei muscoli su tre tiri, con una presa appena provata, e non la fatica di una sessione; il secondo confronta il pollice con una presa che nessun arciere di bersaglio usa, e le tre dita non c'erano. Per questo l'affermazione che la presa con il pollice affatica meno di quella con le dita è riportata, sulla base del solo studio su arcieri, e l'affermazione che il modo di prendere la corda cambia il punteggio dei principianti è trasferita: il registro conta quei sedici adulti, alla loro prima seduta, come popolazione generale e non come arcieri. Per chi comincia la presa sembra contare, ma non si sa quanto conti fra le prese che gli verrebbero insegnate davvero.
Il rilascio con il pollice e il braccio dell'arco
Chi tira con l'arco tradizionale e l'aggancio a pollice dice spesso che il grosso del lavoro lo fa la mano dell'arco, che tiene fermo il polso mentre la corda parte. La sola misura viene da un laboratorio malese, su una persona: un campione del mondo di tiro con l'arco a cavallo, con un arco tradizionale da 45 libbre e il rilascio khatrah della tecnica mamelucca, quello in cui la corda è trattenuta dal pollice e, al rilascio, il polso dell'arco devia verso il lato del mignolo mentre la mano spinge in avanti e fa ruotare l'arco. L'elettromiografia di tre muscoli per polso, tradotta in forze con sezioni muscolari prese dalla letteratura, dava al rilascio 176 newton al flessore radiale del carpo del braccio dell'arco contro 132 su quello della corda; l'estensore ulnare del carpo arrivava a 88 contro 60, l'estensore delle dita a 50 contro 21.
Fra la trazione completa e il rilascio il flessore radiale del braccio della corda restava fermo, da 136 a 132 newton, mentre quello del braccio dell'arco continuava a salire, da 159 a 176. Il dettaglio più legato alla tecnica è l'estensore ulnare del carpo del braccio dell'arco, che al rilascio lavorava quasi il doppio dell'estensore delle dita e toccava il massimo nel follow-through, come ci si aspetta da quella deviazione del polso. Nel 2020 gli stessi dati, estesi a dieci muscoli e pubblicati in una rivista con criteri editoriali dubbi, aggiungono che il tronco lavorava di più dal lato che traziona. Un dato più vecchio viene dal kyudo, dove la corda è trattenuta dal pollice dentro il guanto: in tre arcieri giapponesi, nella prima metà dell'apertura, il polso dell'arco era fissato dall'estensore ulnare e quello della corda dal flessore radiale, cioè i due polsi avevano compiti diversi, ma senza un confronto fra le forze dei due lati.
L'affermazione che nel rilascio con il pollice il braccio dell'arco lavora più di quello della corda è quindi riportata, con tre limiti che pesano: una persona sola, forze stimate e non misurate, e nessun confronto con il rilascio a tre dita. Non si sa se la differenza dipenda dal pollice, dall'arco o dalla rotazione del polso propria del khatrah.
Come si aprono le dita nella presa a tre dita
Della presa a tre dita, quella che usa quasi ogni arciere di bersaglio con il ricurvo, si sa con precisione come si aprono le dita, ma di un solo arciere. Nel 2009 un gruppo austriaco ha ripreso con otto telecamere a infrarossi, a 500 fotogrammi al secondo, la mano della corda di un arciere della squadra B austriaca: 49 anni, un record indoor di 1131 su 1200 e 56 tiri utilizzabili a 18 metri. Le articolazioni alla base delle dita si muovevano appena, fra 6 e 9 gradi, mentre il grosso dell'apertura stava nelle due articolazioni più esterne. L'indice era il dito che si muoveva di più, 81 gradi in tutto, seguito dal medio con 58 e dall'anulare con 48, e lo snodo che comandava cambiava da dito a dito: l'articolazione terminale nell'indice e nell'anulare, quella intermedia nel medio.
Lo stesso studio guardava anche la velocità. Divise le frecce fra quelle nella X e quelle da otto o meno, la velocità massima con cui si apriva l'articolazione intermedia del medio era simile nei due gruppi, e non era legata al punteggio nemmeno come correlazione. Due anni dopo gli stessi autori hanno riletto le stesse frecce dividendole fra buone e scarse: nelle frecce scarse la curva dell'articolazione alla base del medio si allontanava di più dalla media del gruppo che nelle buone, per cui proprio lo snodo che si muove meno era quello che cambiava di più fra un tiro riuscito e uno no. Nel registro l'affermazione che al rilascio le dita si aprono soprattutto nelle articolazioni intermedie e terminali, appena in quelle alla base è riportata, e lo è anche quella, scritta nella direzione del risultato, che la velocità con cui le dita si aprono non distingue le frecce buone dalle scarse. È una descrizione accurata di un solo rilascio a tre dita, e non dice se valga per altri arcieri, per altri livelli o per altre prese. Che cosa succeda alla corda nei millisecondi successivi lo racconto nell'articolo sul rilascio.
Dove si fermano le misure
Tutto quello che si sa sul confronto fra le prese viene da persone che usavano una presa nuova da pochi minuti: arcieri esperti nel 1990, principianti alla prima seduta nel 2007. È il limite più grande, e il primo studio lo mostra da solo: con il pollice il gruppo passava da 175,7 a 42,0 centimetri in nove frecce, e non c'è modo di sapere dove si sarebbe fermato dopo qualche mese. Nessuno di questi studi confronta arcieri che tirano da anni ciascuno con la propria presa, o le stesse persone prima e dopo un periodo di allenamento con una presa nuova.
Anche la domanda che un arciere del ricurvo si pone più spesso, un dito sopra la cocca o tre sotto, non è mai stata messa alla prova: nessuno degli studi sulle prese confronta queste due versioni della presa a tre dita. Lo stesso vale per il punteggio su un round intero, per la fatica di una sessione completa, per la tenuta della corda misurata con l'arco in mano e per il rilascio con il pollice confrontato direttamente con quello a tre dita sullo stesso arco.
Cosa ne ricavo per il campo
Queste misure non dicono quale presa scegliere, e non indicano una presa migliore delle altre in assoluto. Dicono però alcune cose utili a chi sta pensando di cambiarla, e le tengo in quest'ordine.
La prima riguarda il costo del cambio. Nove arcieri di livello internazionale, con il pollice o con la presa rovesciata, hanno tirato le prime tre frecce in un gruppo che in media superava il metro e settanta di contorno; con due dita, che sono la presa più vicina alla loro, il gruppo era invece già alla prima volée simile a quello abituale. Chi cambia presa, quindi, mette in conto un periodo in cui le frecce si allargano, tanto più lungo quanto più la presa nuova è lontana da quella vecchia, e lo giudica su molte frecce e su più sedute, non sulla prima volée.
La seconda riguarda le due dita. Su questi dati non c'è motivo di considerarle una presa di ripiego: nell'unico confronto con l'arco in mano non raggruppavano peggio delle tre. Chi tira con tre dita e si trova bene, del resto, non ha nelle misure nessuna ragione per passare a due, perché le misure non trovano un vantaggio né in un senso né nell'altro, e la presa a due dita era anche quella con l'attività muscolare più alta. Va tenuto presente che i dati vengono da arcieri forti, su poche frecce.
La terza riguarda il pollice, ed è per chi tira con l'arco tradizionale o asiatico. La minore attività muscolare è una media su sei muscoli, e muscolo per muscolo si ritrova in modo significativo solo nel flessore superficiale delle dita, e gli stessi arcieri trovavano il pollice la presa più difficile. Nel rilascio con il pollice, poi, l'unico arciere misurato caricava di più il polso dell'arco, per cui con questa presa guarderei anche la mano che tiene l'arco, non solo quella che rilascia. Un video al rallentatore aiuta a vedere le due mani insieme, e a controllare che l'ancoraggio, che cambia con la presa, resti lo stesso da una freccia all'altra.