Chi si avvicina al tiro con l'arco da adulto, magari dopo anni di scrivania, prima o poi si chiede se al suo corpo succeda qualcosa. Non parlo della mira ma del cuore, della pressione, dei muscoli, cioè delle cose che si misurano dal medico o in palestra. La domanda è legittima, perché il tiro viene proposto spesso come un'attività che fa bene, e qualche studio ha provato a misurarlo. Prima di entrare nei numeri, però, va detto che tipo di studi sono: quasi tutti fotografano persone che tirano già e le confrontano con altre che non tirano, o con le tabelle di popolazione, e quindi descrivono come sono fatti gli arcieri, non che cosa il tiro abbia cambiato in loro. Gli studi che hanno preso dei sedentari, li hanno fatti tirare per qualche settimana e li hanno misurati di nuovo sono pochi, e coinvolgono poche decine di persone. Quello che segue sono differenze misurate in gruppi di persone, non indicazioni sulla salute di chi legge.

Per il cuore e per il metabolismo il tiro è un'attività leggera, mentre chi parte da fermo guadagna forza nelle braccia nel giro di tre mesi. Sul sistema cardiovascolare i risultati vanno invece in due direzioni: nell'unico studio che ha fatto tirare dei sedentari la variabilità cardiaca cambia solo in parte, e nel senso meno atteso, e negli arcieri l'aorta è più stretta che in chi corre o nuota, mentre la radiale è fra le più larghe.

Quanto lavora il corpo mentre si tira

Per capire che cosa possa cambiare nel corpo bisogna partire dal carico. Le prime misure vengono da un laboratorio giapponese, all'inizio degli anni Ottanta: sei arcieri universitari tiravano serie di tre frecce a 30 metri e andavano a riprenderle di corsa, e ogni serie costava in media 11 chilocalorie in poco più di tre minuti, circa 3,6 al minuto, con il battito che saliva da 71 a 99 e tornava a riposo in due minuti. Tre anni dopo, su dieci arcieri, lo stesso gruppo ha separato il tiro dal resto. Una freccia tirata da fermi costava fra 0,47 e 0,73 chilocalorie negli uomini e fra 0,27 e 0,40 nelle donne, e negli uomini ventiquattro frecce di fila senza muoversi davano un indice metabolico fra 1,6 e 2,2, contro 2,3-2,9 per sei frecce con il recupero di corsa; correre a quell'andatura, nelle tabelle usate dagli autori, vale da solo 5,0. Buona parte del conto, quindi, lo fa la strada fino al paglione.

Le misure più recenti arrivano allo stesso punto da un'altra strada. In otto arcieri della nazionale brasiliana, durante una gara simulata di 144 frecce, il lattato nel sangue restava intorno o sotto i 3 millimoli per litro, un livello da sforzo leggero. Per questo nel registro l'affermazione che allenarsi al tiro è un'attività fisica di intensità leggera è riportata, e lo è anche quella che il dispendio energetico del tiro è basso, e quel poco cresce con la taglia dell'arciere. Una misura stona: in nove giovani arcieri indonesiani il polso contato durante una seduta stava fra 140 e 160 battiti al minuto, che non è un valore da intensità leggera, anche se viene da un conteggio di un minuto su poche persone. Chi cerca il conto delle calorie trova i dettagli nell'articolo su quante calorie consuma il tiro con l'arco.

La variabilità cardiaca dei sedentari

L'unico studio che ha fatto tirare dei sedentari guardando il cuore viene dalla Malesia ed è del 2019. Trentaquattro giovani uomini che facevano meno di 150 minuti a settimana di attività fisica moderata o intensa sono stati divisi a sorte: diciassette hanno fatto otto settimane di tiro con l'arco tradizionale, tre sedute a settimana da 42 frecce con un arco da 40 libbre a 10 metri, e diciassette hanno continuato la vita di prima. Prima e dopo gli autori hanno registrato la variabilità cardiaca, cioè quanto cambia l'intervallo fra un battito e l'altro, che di solito si legge come un indice del modo in cui il sistema nervoso regola il cuore.

Nel gruppo che tirava due indici si sono mossi molto: la componente a bassa frequenza è salita da 2.019,7 a 3.418,1, e il rapporto fra bassa e alta frequenza da 2,9 a 6,4. Altri due sono rimasti dov'erano, perché la deviazione standard degli intervalli è passata da 81,9 a 82,6 millisecondi e la componente ad alta frequenza da 1.127,7 a 1.114,6. Nei controlli il rapporto è salito da 2,8 a 3,7, senza una differenza significativa.

FIG · 01 Due indici salgono, due restano fermi Variazione dopo otto settimane di tiro · 34 giovani sedentari, 17 per gruppo Componente a bassa frequenza da 2.019,7 a 3.418,1 +69% · p = 0,01 Rapporto bassa/alta frequenza da 2,9 a 6,4 +120% · p = 0,02 Deviazione standard (SDNN) da 81,9 a 82,6 ms +1% · p = 0,92 Componente ad alta frequenza da 1.127,7 a 1.114,6 −1% · p = 0,97 Rapporto, gruppo di controllo da 2,8 a 3,7 +32% · p = 0,22 0 +50% +100% Confronti prima e dopo dentro ciascun gruppo: lo studio non confronta i due gruppi fra loro.
Fig. 01 Variazione percentuale di quattro indici della variabilità cardiaca nel gruppo che ha tirato per otto settimane, e del rapporto fra bassa e alta frequenza nel gruppo di controllo. Le barre oro sono i cambiamenti significativi nel confronto fra prima e dopo. Percentuali come le riporta lo studio.

Lo studio quindi va in due direzioni, e per questo l'affermazione che qualche settimana di tiro cambia la variabilità cardiaca di chi è sedentario è contestata. A tenerla lì concorrono altre tre cose. Gli autori hanno confrontato il prima e il dopo dentro ciascun gruppo, senza mai mettere a confronto i due gruppi, che è proprio il confronto per cui si sorteggia; i ragazzi erano in sovrappeso, con un indice di massa corporea intorno a 29 e un terzo del peso in grasso; e un rapporto fra bassa e alta frequenza che raddoppia si legge di solito come uno spostamento verso il sistema simpatico, anche se questa lettura è discussa. Il risultato, in altre parole, non sostiene l'idea che il tiro calmi il cuore.

C'è poi un passaggio che spesso si dà per scontato, cioè che una variabilità cardiaca più alta sia di per sé un buon segno. Nella fisiologia generale una variabilità più alta si accompagna a un migliore allenamento aerobico, e le raccomandazioni di metodo ricordano che anche un tono vagale alto ha le sue eccezioni; negli arcieri, poi, nessuno l'ha misurato, e nel registro l'affermazione è trasferita da altre popolazioni. Di come la variabilità cardiaca si usa nel tiro parla l'articolo sulla HRV nel tiro con l'arco.

Le arterie e il cuore di chi tira da anni

Nel 2002 un gruppo giapponese ha misurato con l'ecografia doppler le arterie di 51 atleti universitari di sei sport, fra cui sette arcieri, insieme alla massa del ventricolo sinistro, e ha rapportato tutto alla superficie corporea. L'aorta degli arcieri era la più piccola dei sei gruppi, e la somma dei calibri di carotidi, radiali, arterie del piede e aorta li metteva quarti, dietro fondisti, mezzofondisti e nuotatori e davanti a pesisti e velocisti. Fra le medie dei sei sport il calibro totale andava quasi di pari passo con la massa del ventricolo sinistro (r = 0,893), che era significativamente più grande negli sport di resistenza che nella velocità, nei pesi e nel tiro con l'arco.

FIG · 02 Dove stanno gli arcieri fra sei sport Calibro delle arterie per superficie corporea · 51 universitari giapponesi, 7 arcieri più ampio più stretto Arteria radiale 2ª su 6 Carotide comune 3ª su 6 Somma dei calibri 4ª su 6 Aorta 6ª su 6 Ordine fra le medie dei sei gruppi, non una differenza messa alla prova con un test.
Fig. 02 Per ogni misura, la posizione degli arcieri (in oro) fra le medie dei sei sport, dal calibro più ampio al più stretto; gli altri cerchi sono nuoto, fondo, mezzofondo, velocità e sollevamento pesi, in un ordine che cambia da una misura all'altra. Dati ridisegnati dal testo dello studio.

Il quadro però non è uniforme. Nei distretti periferici gli arcieri non stavano in fondo: la loro arteria radiale, quella dell'avambraccio e del polso, era la seconda più larga dopo quella dei pesisti, e la carotide comune era terza. Gli autori ne ricavano che le arterie si allargano soprattutto con la resistenza e, in più, nei distretti che lo sport usa. Per questo l'affermazione che nell'arciere le arterie non si allargano come negli atleti di resistenza è contestata: vale per l'aorta e per il totale, non per ogni arteria, e viene da sette persone confrontate con altri sport, senza un prima e un dopo. Descrive chi tira, e non misura che cosa il tiro abbia fatto alle sue arterie.

Battito, pressione e metabolismo a riposo

Sui valori a riposo i dati sono soltanto descrittivi, e nessuno studio mette gli arcieri accanto a coetanei che non tirano misurati nello stesso modo. In trentadue giovani arcieri malesi fra i 13 e i 24 anni il battito preso prima del riscaldamento era di 84 al minuto, da un minimo di 61 a un massimo di 101, e la pressione di 119 su 75. In trentadue arcieri di un istituto sportivo residenziale indiano, di ventidue anni in media, il battito misurato da seduti a riposo era di 59, appena sotto la soglia abituale dei 60, come capita negli sportivi allenati, con una pressione di 115 su 64; gli stessi arcieri, misurati prima del riscaldamento come i malesi, arrivavano però a 89, per cui buona parte della differenza viene da quando si misura. In otto arcieri della nazionale turca, infine, il massimo consumo di ossigeno era di 47,9 millilitri per chilo al minuto negli uomini e di 40,9 nelle donne, valori da atleti allenati ma non da sport di resistenza.

Nel registro l'affermazione che a riposo i giovani arcieri hanno valori cardiorespiratori nella norma è riportata come descrizione: nessuno di questi valori è fuori dall'ordinario per un giovane sportivo, e senza un gruppo di confronto non si può dire se il tiro li sposti in un senso o nell'altro. Lo stesso vale per il consumo di base. In sedici arcieri giapponesi, misurati in due studi degli anni Ottanta, il metabolismo basale non si discostava da quello previsto per l'età, con 38,3 chilocalorie per metro quadrato all'ora contro le 37,5 delle tabelle nel primo gruppo.

Sulla pressione c'è anche un piccolo studio di intervento, che però non riguarda il tiro. Tredici arciere universitarie coreane, con undici anni di pratica in media, hanno fatto dodici settimane di rilassamento muscolare progressivo, tre volte a settimana, senza un gruppo di confronto. La pressione massima a riposo è passata da 116,7 a 113,0 millimetri di mercurio, una differenza non significativa, e il battito da 73,8 a 69,7, anche questo senza significatività; è scesa di poco soltanto la minima, da 69,8 a 67,5. Il registro scrive quindi che dodici settimane di rilassamento progressivo non cambiano la pressione massima a riposo delle arciere, con lo stato riportato e niente di più: con tredici persone un effetto piccolo non si sarebbe visto comunque e senza controlli anche il calo della minima può venire dalla stagione o dall'abitudine alla misura.

Forza, mobilità ed equilibrio

Il segno più chiaro il tiro lo lascia nei muscoli che reggono l'arco. In un secondo esperimento lo stesso gruppo malese ha diviso a sorte trentaquattro giovani uomini sedentari fra dodici settimane di tiro, tre sedute a settimana da 42 frecce con un arco da 35-40 libbre a 10 metri, e nessuna attività. In chi tirava la forza dei muscoli misurati è salita fra il 17 e il 46 per cento, mentre nei controlli si muoveva fra il meno 4 e il più 6; il guadagno più grande era ai flessori del gomito, da 33,6 a 49,1 libbre-forza, mentre agli estensori del ginocchio e agli abduttori dell'anca il guadagno non si distingueva da quello dei controlli. Dopo altre dodici settimane di stop completo quella forza calava, ma restava sopra il punto di partenza: ai flessori del gomito era ancora di 41,7 libbre-forza.

Insieme ad altri studi più deboli, come corsi universitari e gruppi di principianti adolescenti misurati prima e dopo, questo esperimento fa sì che l'affermazione che tirare con l'arco aumenta la forza di chi parte da sedentario sia riportata, come quella che la forza guadagnata tirando si perde in parte quando si smette. Il guadagno però riguarda chi parte da zero: in dodici universitari turchi con almeno sei mesi di pratica, otto settimane del solo allenamento al tiro non hanno cambiato né la presa né la forza di schiena e gambe.

Gli stessi dodici arcieri turchi danno anche il dato sulla mobilità, e lo danno quasi per caso, perché erano il gruppo di controllo di uno studio sugli esercizi con l'elastico. Dopo otto settimane di solo tiro la distanza fra le mani dietro la schiena era migliorata in tutti e dodici, e l'affermazione che qualche settimana di solo allenamento al tiro migliora la mobilità della spalla è riportata con limiti precisi: un prima e dopo senza un gruppo che non tira, una misura che può migliorare anche solo ripetendola, e statistiche della tabella che non tornano fra loro. Si può dire che chi ha continuato a tirare per due mesi non ha perso mobilità.

Sull'equilibrio c'è un riassunto di convegno: sedici bambini che hanno tirato quaranta minuti tre volte a settimana per otto settimane oscillavano meno sia in piedi sia nella posizione di tiro, soprattutto in quest'ultima. L'affermazione che qualche settimana di tiro migliora l'equilibrio dei bambini è riportata, con il dubbio che il guadagno sia in parte l'apprendimento della posizione allenata. All'altro capo dell'età, diciotto arcieri agonisti sopra i cinquant'anni, confrontati con 1.628 atleti senior di altri sport nello stesso screening, avevano più forza di presa, un passo più svelto e più equilibrio su una gamba; anche questo confronto fra arcieri senior e altri atleti è riportato, ma è trasversale, il riassunto non dà le medie e gli arcieri dichiaravano più ore di allenamento di forza degli altri.

Sulle ossa, infine, l'unico studio va contro l'idea comune. In trentatré ragazzi malesi di 15 anni in media, divisi fra undici arcieri con circa tre anni di pratica, undici giocatori di badminton e undici che non facevano sport, la velocità degli ultrasuoni nel radio e nella tibia non differiva fra i tre gruppi. L'affermazione che tirare con l'arco rende più robuste le ossa dei ragazzi è quindi contraddetta, anche se il risultato nullo pesa poco: undici ragazzi per gruppo non bastano a escludere una differenza piccola, e l'ultrasuono non è la densitometria.

Dove si fermano le misure

Questi studi hanno tre limiti in comune. Il primo è il disegno: a parte i due esperimenti malesi, gli unici con un gruppo che non tirava scelto a sorte, sono confronti fra chi tira e chi no, oppure misure prima e dopo senza un gruppo di controllo o con un controllo di cui non si vedono i dati, e quindi non separano l'effetto del tiro da quello di chi lo sceglie, della stagione o del semplice rifare un test. Il secondo sono i numeri, perché nessun gruppo di arcieri supera qualche decina di persone e in diversi casi sono sette o tredici. Il terzo è che cosa si misura: indici di laboratorio come il battito, la forza o il calibro di un'arteria, presi una volta o a distanza di qualche settimana. Che cosa succeda alla salute di chi tira nel corso degli anni è una domanda che nessuno ha messo alla prova.

C'è poi l'altra faccia, quella del rischio. Il tiro viene descritto spesso come uno sport sicuro, ma nel registro l'idea che sia uno sport a basso rischio di infortuni è contestata: gli infortuni sono quasi sempre lievi, mentre i disturbi da sovraccarico, soprattutto alla spalla, sono frequenti fra gli agonisti. Se ne parla nell'articolo sugli infortuni nel tiro con l'arco. Il filone di ricerca che usa il tiro come intervento, a scuola, con i sedentari e in altri contesti, è ricostruito anno per anno nell'articolo su tiro con l'arco e attenzione dei bambini.

Che cosa ne ricavo

Torno alla domanda di partenza: se comincio a tirare, al mio corpo cambia qualcosa di misurabile? Con i dati che ci sono, la risposta più solida riguarda le braccia. Nell'unico esperimento sorteggiato sulla forza, chi partiva da sedentario e ha tirato con regolarità per tre mesi è diventato più forte nei muscoli che reggono e tirano l'arco, e ne ha persa una parte dopo lo stop. Il resto è meno netto: il gesto in sé è un'attività leggera, e quanto si muove il corpo in una seduta dipende molto da quante volte si cammina fino al paglione; sul cuore e sui vasi le misure non mostrano gli adattamenti degli sport di resistenza, e l'unico studio sui sedentari trova una variabilità cardiaca che cambia solo in alcuni indici, in una direzione che non indica più calma.

Per chi comincia ne vengono due cose. Se dal tiro ci si aspetta la forma aerobica, le misure fanno pensare che non arrivi dalle frecce, e il lavoro fuori dal campo è il tema dell'articolo sulla condizione fisica degli arcieri. Se invece si comincia per il gusto di tirare, nel giro di tre mesi la forza di braccia e spalle cambia in modo misurabile, almeno in chi parte da sedentario, e il resto dipende da come si organizza la settimana. Questi studi, in ogni caso, descrivono gruppi di persone e non dicono che cosa succederà a una persona in particolare: per una domanda sulla propria salute la persona giusta resta il medico.