In piazzola circola un'idea precisa: i migliori hanno trovato la forma corretta del tiro, e chi se ne allontana ha un difetto da correggere. Nei corsi capita di mostrare la posizione degli arcieri di vertice come il modello da raggiungere, e da lì nasce la domanda che prima o poi si fa ogni arciere: copiare il campione o cercare la propria tecnica.

Su questa domanda la ricerca ha una risposta più netta del solito. Nel registro l'affermazione che gli arcieri d'élite condividono un'unica tecnica di tiro corretta è smentita: più studi su arcieri, fatti con strumenti diversi e in paesi diversi, mostrano il contrario. La risposta però ha due metà, e la seconda conta quanto la prima, perché sotto le differenze c'è uno scheletro comune. Capire dove finisce lo scheletro e dove comincia la firma personale è la parte utile per chi tira e per chi allena.

Ognuno ripete sé stesso, e nessuno somiglia agli altri

Il dato più chiaro viene da quindici arcieri di alto livello, quasi tutti della nazionale statunitense, misurati con l'elettromiografia sui muscoli che chiudono e aprono le dita della mano della corda, sei frecce a testa. Qui il confronto che interessa è fra due numeri. Dentro lo stesso arciere l'attività di quei muscoli al rilascio cambiava poco da una freccia all'altra, con un coefficiente di variazione del 16,2% sui flessori e del 14,9% sugli estensori; fra un arciere e l'altro gli stessi valori salivano al 52,5 e al 51,2%. La differenza fra persone era più del triplo di quella dentro la persona.

FIG · 01 Fra arcieri diversi il rilascio cambia più del triplo Coefficiente di variazione dell'attività muscolare al rilascio · 15 arcieri, 6 frecce a testa dentro lo stesso arciere fra arcieri diversi 0 20% 40% 60% Flessori delle dita 16,2% 52,5% Estensori delle dita 14,9% 51,2%
Fig. 01 Per ciascuno dei due muscoli, la barra oro misura quanto cambia l'attività da una freccia all'altra dello stesso arciere, quella grigia quanto cambia da un arciere all'altro. Dati dal testo dello studio sugli arcieri della nazionale statunitense.

Lo stesso gruppo si divideva anche nel modo di lasciare la corda: otto arcieri rilassavano i flessori, sette avevano un breve picco attivo degli estensori, e ciascuno ripeteva sempre il proprio schema. Il punteggio medio dell'anno era quasi lo stesso nei due gruppi, 1.209 contro 1.213 su 1.440. Per questo nel registro anche la regola del rilascio che deve essere passivo, con le dita che si rilassano senza aprirsi, è smentita: in quel gruppo c'erano tutti e due i modi, con punteggi medi quasi uguali, e altri studi trovano l'apertura attiva delle dita anche fra gli arcieri d'élite.

Un gruppo di dodici arcieri italiani, sette intermedi fra 1.180 e 1.300 punti FITA e cinque sopra i 1.300, è stato misurato con l'analisi del movimento, l'elettromiografia e una pedana di forza. I tracciati dei muscoli erano quasi identici da una prova all'altra dello stesso arciere, e fra arcieri non emergeva nessuno schema tipico. Perfino l'arrivo a piena trazione si divideva in due strategie, entrambe presenti fra i più forti: c'era chi alzava l'arco, lo fermava e poi tirava indietro, e chi alzava le due braccia e le separava insieme.

In gara, al vertice del ranking mondiale

Una misura di laboratorio lascia sempre un dubbio, perché in gara e sotto pressione i migliori potrebbero convergere verso la stessa forma. Uno studio pubblicato nel 2024 ha guardato proprio lì: i video delle fasi finali di tre tappe di Coppa del Mondo e dei Giochi Asiatici del 2023, con diciotto tiri a testa per i primi quindici uomini e le prime quindici donne del ranking mondiale del ricurvo. Il tiro è stato diviso in sette fasi, dalla posizione dei piedi al follow-through, e per ciascuna gli autori hanno annotato quale forma usava ogni arciere.

In nessuna fase la forma era una sola. Nel sollevare l'arco quattordici andavano diretti sulla linea del bersaglio e sedici salivano più in alto per poi scendere; nella trazione al viso diciannove portavano la corda in linea retta vicino alla mandibola e undici su un percorso curvo; diciotto tenevano i piedi paralleli e dodici in posizione aperta. Ci sono però anche fasi in cui quasi tutti facevano la stessa cosa, e la figura le mette in fila con le altre: ventotto su trenta lasciavano la corda con le dita rilassate, ventuno ancoravano al centro delle labbra, ventiquattro facevano scivolare la mano della corda verso il centro del collo.

FIG · 02 Al vertice ogni fase del tiro ha più di una forma 30 arcieri del ricurvo, i primi 15 uomini e le prime 15 donne del ranking mondiale Posizione dei piedi 18 parallela · 12 aperta · nessuna chiusa 18 12 Sollevamento dell'arco 16 sale e poi scende · 14 diretto 16 14 Caricamento 23 continuo · 7 con una breve pausa 23 7 Trazione al viso 19 in linea retta · 11 curva 19 11 Ancoraggio 21 al centro delle labbra · 9 di lato 21 9 Rilascio 28 dita rilassate · 2 dita aperte 28 2 Follow-through della corda 24 verso il collo · 6 verso il lobo 24 6 Follow-through dell'arco 13 braccio · 9 alternano · 8 mano 13 9 8 In oro la forma più diffusa in ciascuna fase
Fig. 02 Ogni barra rappresenta i trenta arcieri, divisi secondo la forma che usavano in quella fase. In alcune fasi le forme si dividono quasi a metà, in altre una prevale nettamente, ma nessuna fase ha una forma sola. La posizione chiusa dei piedi non la usava nessuno. Dati dal testo dello studio sui video di gara del 2023.

Sul metodo servono due avvertenze. Le forme sono state classificate guardando i video, con un'affidabilità di 0,91 misurata sullo stesso osservatore a ventiquattro ore di distanza ma non fra osservatori diversi; e il test statistico dice se le forme di una fase sono ugualmente diffuse, non se chi usa l'una tira meglio di chi usa l'altra. L'analisi dei raggruppamenti, poi, ha separato uno stile comune, in ventitré arcieri, da uno più complesso, in sette, che erano tutte donne. Con il sesso che divide esattamente i due gruppi non si può dire se siano due stili del ricurvo o una differenza fra uomini e donne, e infatti nel registro l'affermazione che uomini e donne tirano con angoli diversi è contestata: in un piccolo campione universitario alcuni angoli cambiano con il sesso e altri no, in sette arcieri universitari malesi l'angolo della linea di forza non cambia, e nessuno studio confronta i sessi a parità di libbraggio relativo.

Il dato sul rilascio va letto accanto a quello della nazionale statunitense. Nei video ventotto arcieri su trenta sembrano rilassare le dita, mentre con l'elettromiografia, nel gruppo statunitense, sette su quindici attivavano gli estensori: l'occhio vede la forma della mano, il sensore il lavoro dei muscoli, e una forma che sembra comune può nascondere meccanismi diversi.

Nemmeno il tempo ha un valore unico. Ai Mondiali all'aperto del 2007 i due vincitori individuali del ricurvo sono stati cronometrati in tutti e sette gli scontri, dal primo turno a eliminazione diretta alla finale. La campionessa restava in mira, in media, fra 0,61 e 1,24 secondi a scontro, meno di tutte le sue avversarie; il campione fra 2,65 e 4,37. Anche sulla costanza i due andavano in direzioni opposte: lui aveva un tempo di mira più costante dell'avversario in sei scontri su sette, lei meno costante in tutti e sette. Il confronto fra i vincitori e i loro avversari esiste soltanto in questo torneo, con due casi che vanno in direzioni opposte, e nel registro l'idea che i campioni abbiano tempi di mira più costanti dei loro avversari resta riportata.

FIG · 03 Due campioni del mondo, due tempi di mira Tempo medio di mira per scontro, dal primo turno alla finale · Mondiali all'aperto 2007 0 s 1 2 3 4 5 s Campionessa 0,61 1,24 Le sue avversarie 2,03 4,60 Campione 2,65 4,37
Fig. 03 Ogni barra va dalla media più bassa alla più alta, scontro per scontro. La campionessa mirava meno di tutte le sue avversarie, e la sua barra non tocca quella del campione. Dati dalle tabelle dello studio.

Il movimento come una firma

Se ogni arciere tira a modo suo, il suo tiro dovrebbe essere riconoscibile anche senza vederne la faccia. Uno studio coreano l'ha messo alla prova con quattro arcieri di livello nazionale ripresi in allenamento: da 5.984 tiri, dalla posizione di partenza al rilascio, un programma ha estratto soltanto le traiettorie di spalle, gomiti e polsi, e una rete neurale ha dovuto dire chi stava tirando. Il modello migliore ci è riuscito nel 98,7% dei tiri che non aveva visto durante l'addestramento.

Preso da solo, però, il numero promette troppo, e nel registro l'affermazione che dal solo movimento del corpo si riconosce di quale arciere è il tiro è soltanto riportata. La scelta era fra quattro persone, che potevano differire anche per corporatura, posizione rispetto alla telecamera e giorno di ripresa; l'articolo non spiega come i tiri siano stati divisi fra addestramento e prova, e un'altra rete provata sugli stessi dati si fermava al 55,9%. Va nella stessa direzione degli studi di elettromiografia, ma da solo non basterebbe a stabilire che il gesto sia una firma personale.

Che cosa hanno in comune

La seconda metà della risposta parte da un dato che tira nel verso opposto. In ventotto arcieri cinesi di tre livelli, nazionali, intermedi e principianti, l'elettromiografia di tredici muscoli ha mostrato lo stesso numero di sinergie muscolari, cioè gruppi di muscoli che lavorano insieme: intorno a tre a tutti i livelli, 2,9, 2,6 e 2,9. Ogni sinergia aveva la sua fase, la fine della trazione, la mira e il follow-through. Il tiro, a qualunque livello, è organizzato in questi tre blocchi, e da un livello all'altro cambiano il peso dei singoli muscoli e i tempi. In un altro campione, otto arcieri esperti misurati a distanze fra 18 e 90 metri, l'unico muscolo con uno schema identico in tutti e a tutte le distanze era il brachioradiale del braccio dell'arco: uno su molti.

Qualcosa di simile si vede negli angoli, anche se qui le misure sono più deboli e nel registro l'affermazione che alcuni angoli del tiro sono quasi uguali in tutti gli arcieri e altri cambiano da arciere a arciere è riportata. In diciotto arcieri bulgari di alto livello, misurati con sensori inerziali in sei tiri a 18 metri, la flessione totale e l'abduzione della spalla dell'arco variavano da un arciere all'altro solo fra il 6 e l'8%, mentre la flessione della stessa spalla variava fra il 29 e il 33%. In tredici arcieri universitari l'angolo del gomito che traziona, al rilascio, stava in media fra 156 e 159 gradi in entrambi i sessi, con archi e distanze diversi. Nella nazionale ucraina, però, lo stesso gomito ripreso dall'alto su un altro piano andava da 31,7 a 49,7 gradi, e i valori più estremi appartenevano agli atleti con la qualifica federale più alta. Lo stesso angolo sembra quindi fisso o personale a seconda di come e quando lo si misura; nessuno di questi studi è costruito per separare la variabilità dentro l'arciere da quella fra arcieri, e nessuno lega gli angoli al punteggio.

Anche chi allena ad alto livello descrive le cose in questo modo. Tre storici allenatori della nazionale coreana, intervistati a lungo in uno studio qualitativo, dicono che le posture dei loro atleti sembrano diverse una dall'altra ma rientrano in uno schema di fondo comune. Uno di loro racconta che il primo campione olimpico individuale maschile del paese aveva una tecnica lontana dallo stile che gli allenatori preferivano, e che scelsero di non toccarla. È un racconto e non una misura, ma viene da chi quelle tecniche le ha costruite.

Anche quello che decide il punteggio è personale

C'è un passo in più, che riguarda le frecce e non la forma. Quando si cerca che cosa distingua le frecce buone da quelle peggiori dello stesso arciere, la risposta cambia da persona a persona. In quattro arcieri d'élite seguiti per trenta frecce ciascuno, le variabili legate al punteggio erano diverse per ciascuno, la reazione al clicker in uno e il lavoro degli estensori delle dita in un altro, e a livello di gruppo non distinguevano niente. In tre arcieri della nazionale malese le formule che legavano muscoli e punteggio non avevano nessun muscolo in comune. In otto arcieri francesi di alto livello, a 70 metri, diciotto parametri su ventisei non si legavano al punteggio a livello di gruppo, e quelli che contavano nel singolo valevano al massimo per tre arcieri su otto.

Dentro il singolo arciere, poi, la freccia buona non è quella in cui il corpo si muove meno. In sei arcieri d'élite di una squadra nazionale, con novanta frecce a testa a 18 metri, nelle frecce da 9 e 10 spalle, gomiti e polsi variavano in modo che le variazioni si compensassero e la freccia restasse orientata: l'indice di questa compensazione al rilascio stava attorno a 0,4-0,6, contro 0,1-0,3 nelle frecce da 6 a 8, e si costruiva durante la mira. È un solo studio con sei arcieri, e nel registro l'affermazione che nelle frecce migliori le articolazioni del tiro si compensano meglio tra loro resta riportata; che si compensino anche le due mani, per ora, nessuno l'ha misurato su arcieri. Il risultato però è coerente con il resto del quadro: nelle frecce migliori di questi arcieri il movimento non spariva, si organizzava in modo da non spostare la freccia.

Che cosa cambia salendo di livello

Quello che distingue chi tira meglio, nelle misure disponibili, riguarda la ripetibilità più che la forma. In quindici arcieri di tre livelli, gli schemi muscolari identici da un tiro all'altro erano il 92% negli olimpici, il 41% nei nazionali e nessuno nei principianti, su gruppi minimi di tre, sei e sei arcieri; in ventotto arcieri cinesi, durante il caricamento, la variabilità dell'attivazione era intorno al 10% negli esperti e al 21% nei principianti per la maggior parte dei muscoli misurati. Nel registro l'affermazione che gli arcieri esperti ripetono il gesto con meno variabilità dei principianti è riportata, e non di più, per tre motivi: sono confronti fra gruppi diversi misurati una volta sola, il calo non riguarda tutte le misure, e fra arcieri già esperti la costanza non separa i più forti dagli altri. Ne parlo per esteso nell'articolo su ripetibilità e consistenza; qui conta un punto solo, che salendo di livello cala la variabilità di ogni arciere intorno al proprio gesto, e non la distanza fra il suo gesto e quello degli altri.

Dove si ferma la ricerca

Tutto quello che si sa viene da misure prese una volta sola. Nessuno studio ha seguito gli stessi arcieri per anni per vedere come la loro tecnica personale si forma e si stabilizza, nessuno ha cercato il nucleo comune a tutti gli arcieri di vertice separandolo dalla firma personale, e nessuno ha verificato se uno dei due stili osservati in gara regga meglio nel vento o sotto pressione. Mancano anche gli esperimenti più utili a chi allena, quelli su che cosa succede quando si corregge una tecnica che funziona.

Su questo c'è soltanto una testimonianza. Uno degli allenatori coreani stima che, quando si sistema qualcosa che all'occhio sembra brutto, alla fine l'80-90% del gesto torni com'era, e che sistemare un difetto ne possa creare un altro. È una stima a memoria, non una misura, e nessuno ha seguito arcieri dopo una correzione per vedere quanto tenga: per questo nel registro la domanda se dopo una correzione la tecnica di prima tenda a tornare è ancora non studiata. Un piccolo esperimento russo dice qualcosa su un elemento preciso: undici arcieri qualificati hanno tirato sei frecce in ciascuna di cinque posizioni dei piedi, e con le quattro insolite il punteggio non è sceso in modo sostanziale. Sei frecce per condizione sono poche, e lo studio non dice niente del costo di una posizione nuova nelle settimane di adattamento, per cui anche l'idea che negli arcieri esperti cambiare la posizione dei piedi non abbassi il punteggio resta riportata.

Cosa ne ricavo per la linea di tiro

Per quello che la ricerca permette di dire, copiare il campione nel suo insieme non ha appoggio negli studi: i trenta arcieri al vertice del ranking mondiale non tirano nello stesso modo, e i due campioni del mondo dello stesso anno mirano per tempi lontanissimi. Ne ricavo tre indicazioni per il lavoro sul campo, sapendo che nessuna è stata messa alla prova con un esperimento sul punteggio.

La prima riguarda che cosa guardare nel video di un campione. Le scelte che al vertice quasi tutti fanno allo stesso modo, come l'ancoraggio al centro delle labbra o la mano della corda che nel follow-through scivola verso il collo, sono un punto di partenza ragionevole, anche se nessuno studio ha verificato che siano anche le migliori. Le dita rilassate al rilascio sono un caso a parte: si vedono in quasi tutti, ma sotto quella forma i muscoli possono lavorare in modi diversi, per cui la mano che resta flessa è l'effetto del rilascio più che un'istruzione da seguire. Il sollevamento diretto o dall'alto, una trazione in linea o curva, i piedi paralleli o aperti sono invece scelte che fra i primi del mondo convivono, e da sole non dicono che cosa funzionerà per chi le guarda.

La seconda riguarda il criterio con cui giudicare la propria tecnica. Se la forma dei migliori non è una sola, la domanda utile diventa se il proprio gesto si ripete uguale da una freccia all'altra e dove mandano la freccia le sue piccole differenze. Il video ripreso sempre dallo stesso punto serve più a confrontare il proprio tiro con sé stesso che con quello di un altro arciere.

La terza riguarda le correzioni. Prima di cambiare un elemento che non piace all'occhio conviene chiedersi quale risultato dovrebbe migliorare, e giudicare il cambiamento sul punteggio e sui gruppi di più sedute, non di una sola. Nessuno studio dice quanto tempo serva, e la sola testimonianza disponibile, quella degli allenatori coreani, invita alla prudenza nel toccare quello che già funziona.