Chi si allena all'aperto prima o poi se lo chiede: conviene passare la stagione a settanta metri, la distanza delle gare, tornare spesso vicino al bersaglio per lavorare sul gesto, oppure cambiare distanza di continuo? Ai corsi si comincia quasi sempre a pochi metri e si arretra man mano che i gruppi si stringono; nei club si sente dire che bisogna tirare soprattutto le distanze di gara, perché il mirino e il gesto si tarano su quei metri; altri consigliano di non restare mai alla stessa distanza, perché cambiarla costringe a ritrovare la mira ogni volta. C'è poi chi tira lungo per costruire la tenuta, convinto che a settanta metri ci si stanchi di più e che questo prepari alla fatica della gara.
Gli studi che hanno messo alla prova queste idee sono pochi e piccoli, quasi tutti recenti, con un'eccezione del 1966. Quello che trovano va spesso contro l'abitudine del campo, e in un caso due esperimenti costruiti allo stesso modo arrivano a conclusioni opposte: in uno allenarsi sempre alla stessa distanza fa salire il punteggio più che alternare, nell'altro succede il contrario. Qui metto in fila che cosa hanno misurato, con quanta solidità, e dove le misure si fermano.
Da dove comincia un principiante
L'unico esperimento sulla distanza di partenza è anche il più vecchio. Nel 1966 un docente dell'Ohio State University ha seguito tre sue classi di tiro con l'arco, cinquantotto studenti universitari principianti, che si allenavano due volte a settimana per dieci settimane. Per le prime cinque lezioni una classe tirava a 10 yard, poco più di nove metri, una a 25 e una a 40; dopo, ogni classe passava per le altre distanze in un ordine diverso, e tutte venivano provate più volte con prove da 24 frecce, il cui massimo era 216 punti.
Alla distanza intermedia, 25 yard, le tre medie sono finite a 99,45 punti per chi aveva cominciato vicino, 107,00 per chi aveva cominciato proprio lì e 106,55 per chi aveva cominciato lontano, senza differenze significative. Lo stesso è successo alla fine del corso, su un round completo a 20, 30 e 40 yard: 315,30, 292,44 e 315,60 punti. Perfino a 10 yard la classe che lì aveva imparato faceva la media più bassa delle tre, 177,65 contro 183,10 e 189,55, e a 40 yard capitava la stessa cosa alla classe partita da 40, con 50,65 punti contro 58,80 e 62,00.
Prima di ricavarne una regola bisogna guardare come era costruito lo studio. Le classi non erano assegnate a caso, e quando venivano provate a una certa distanza non avevano fatto lo stesso numero di lezioni: a 40 yard, per esempio, la classe partita da lì era alla sesta lezione, le altre due alla decima e all'undicesima. L'autore stesso ci vedeva una tendenza, senza differenze significative: contava quanto si era tirato più del punto da cui si era partiti. È il motivo per cui nel registro l'affermazione è scritta nella direzione del risultato, cioè che per un principiante iniziare da vicino e allontanarsi poco alla volta non dà risultati migliori che iniziare da lontano, ed è riportata: lo studio è uno solo, e in sessant'anni nessuno ha ripetuto la prova. Un lavoro indonesiano del 2024 su dieci arcieri di club, con un ciclo che sale da dieci a venti e trenta metri e poi riparte, ha visto migliorare tutti, ma senza un gruppo che partisse da lontano non dice niente sul confronto.
Lo stesso studio del 1966 mostra anche quanto pesino i primi metri. Passando da 10 a 20 yard le classi perdevano in media 58 punti su 216, poi circa 20 a ogni passaggio successivo, fino a 40 yard. È uno dei dati su cui si regge l'affermazione che il punteggio cala al crescere della distanza di tiro, riportata nel registro, e del perché il gruppo si apra allontanandosi parlo in un articolo a parte. Spiega anche, in parte, perché ai corsi si comincia vicino: le frecce arrivano sul bersaglio, e l'idea, che l'autore riporta nelle prime righe, è che la soddisfazione dei primi tiri aiuti a imparare. Che serva a imparare meglio, però, l'unica prova che abbiamo non lo mostra.
Le distanze di gara
Per gli arcieri esperti la domanda cambia forma. Chi tira il ricurvo da anni ha passato migliaia di ore sulle distanze di gara, e se l'allenamento lascia un vantaggio specifico, quelle distanze dovrebbero rendere più di quanto ci si aspetti dalla loro lunghezza. Uno studio del 2016 è andato a cercarlo con un'idea semplice. Ha fatto tirare trenta frecce da venti distanze, fra 22 e 98 metri, a dieci arcieri esperti reclutati in diversi paesi, fra cui cinque campioni nazionali e un medagliato europeo; poi ha ripetuto la prova con otto arciere della nazionale polacca, due delle quali olimpiche, da diciotto distanze fra 22 e 75 metri. Fra le distanze c'erano quelle di gara e molte che nessuno di loro tira mai, come 46, 62 o 86 metri.
Con i punteggi delle distanze mai allenate gli autori hanno tracciato, per ogni arciere, la retta che lega il punteggio alla distanza, e su quella retta hanno calcolato il punteggio atteso alle distanze di gara. Se allenarsi lì desse un vantaggio specifico, il punteggio reale dovrebbe stare sopra la retta. Il calo con la distanza è risultato quasi lineare in entrambi i gruppi: circa 1,34 punti su trenta frecce per ogni metro negli uomini e 0,60 nelle donne, con una retta che spiegava il 90 e il 91 per cento della variabilità dei punteggi. Il test che cerca una curva dove la retta non basta non l'ha trovata, alla soglia severa che gli autori si erano dati.
Un'eccezione c'è, ed è quella dei 70 metri negli uomini, dove il punteggio reale superava quello atteso in modo netto (p = 0,001, con un effetto di dimensione media). A 30 metri la differenza c'era ma non reggeva alla correzione per i confronti multipli che gli autori stessi applicano, a 50 e a 90 metri non c'era. Nelle donne nessuna distanza di gara stava sopra la retta, e ai 50 metri il punteggio reale stava perfino sotto l'atteso, con una differenza che dopo la correzione non era più significativa. Fra gli arcieri con più ore accumulate, fra 7.280 e 19.448 secondo le loro stime, le due donne e uno dei due uomini avevano curve quasi lineari; nell'altro uomo la curva si piegava, con il punteggio reale sopra l'atteso a 70 metri e sotto a 50. Per i 70 metri gli autori avanzano una spiegazione, che chiamano essi stessi una speculazione: è la sola distanza dei Giochi olimpici, e forse gli arcieri ci tirano più che sulle altre.
Lo stesso studio va quindi nelle due direzioni, e l'affermazione che allenarsi sulle distanze di gara dà un vantaggio specifico su quelle distanze è contestata. Due limiti li dichiarano gli autori: nel primo esperimento i punteggi li annotavano gli arcieri stessi, e chi tirava fuori dalla Polonia li inviava per email; e le distanze sono state tirate a blocchi, in tre o quattro sedute consecutive. Aggiungo che diciotto arcieri in tutto sono pochi per vedere un effetto piccolo.
Distanza fissa o distanze che cambiano
Gli unici esperimenti di allenamento su questa domanda vengono da uno stesso ateneo indonesiano, con un autore in comune e lo stesso schema: venti arcieri divisi in due gruppi appaiati sul punteggio di partenza, uno che si allena sempre alla stessa distanza e uno che la cambia, e una prova finale di 36 frecce a 30 metri, con un massimo di 360 punti. Il primo, del 2022, va nella direzione di chi cambia distanza: il gruppo che alternava passa da 274,7 a 302,0 punti, con un guadagno medio di 27,3, quello a distanza fissa da 275,7 a 291,2, cioè 15,5. Il secondo, del 2024, va nella direzione opposta: dopo diciotto sedute da 72 frecce in sei settimane il gruppo sempre a 30 metri passa da 278,9 a 303,6 punti, più 24,7, e quello che alternava 10, 20 e 30 metri da 272,4 a 286,9, più 14,5.
I due risultati non pesano allo stesso modo. Lo studio del 2022 è pubblicato in una rivista con criteri editoriali dubbi, non dice a quali distanze si siano allenati i due gruppi né per quante sedute, e per lo stesso gruppo dà due valori diversi del test statistico. Nello studio del 2024 la prova finale si teneva a 30 metri, proprio la distanza su cui il gruppo fisso aveva tirato tutte le sue frecce, per cui misura anche il vantaggio di allenarsi alla distanza del test; il riassunto, per di più, e una riga dei metodi parlano di 40 metri, mentre la descrizione della prova dice 36 frecce a 30. In entrambi, infine, migliorano tutti e venti gli arcieri, e nessuno dei due ha un gruppo che continui ad allenarsi come prima.
Per questo l'affermazione che allenarsi cambiando distanza fa salire il punteggio più che tirare sempre alla stessa è contestata: c'è uno studio a favore, in una sede dubbia, e uno contro, in una sede senza avvisi, con un disegno che avvantaggia il gruppo fisso. Questa domanda e quella sulle distanze di gara, del resto, si toccano. Se il gruppo del 2024 ha prevalso perché si è allenato sulla distanza della prova, il suo risultato parla di specificità più che di variabilità, e nessuno dei due esperimenti ha provato gli arcieri a una distanza che non avevano allenato, che è proprio il confronto su cui si regge lo studio del 2016.
Le distanze lunghe, la fatica e la concentrazione
Resta l'idea che tirare lungo costruisca la tenuta. L'ha messa alla prova un solo studio, su quaranta arcieri sub-élite di Giava Orientale fra i 14 e i 20 anni, divisi a sorte in quattro gruppi da dieci per dodici settimane. Tre gruppi seguivano lo stesso protocollo a 20, 50 o 70 metri, con 108 frecce a seduta e non più di dieci secondi per freccia; il quarto continuava l'allenamento abituale, che si svolgeva anch'esso a 70 metri, ma senza il limite di tempo. La resistenza era misurata con un test di sei scatti di corsa da 35 metri, attraverso un indice di fatica che scende quando lo sforzo ripetuto si regge meglio.
L'indice è sceso nel gruppo dei 50 metri, da 3,29 a 1,68, e in quello dei 70, da 4,84 a 2,95, mentre a 20 metri non è cambiato in modo significativo. Il gruppo abituale, che pure tirava a 70 metri, è rimasto quasi fermo, da 3,71 a 3,47, e fra le tre distanze del protocollo le differenze non erano significative. Il dato che conta di più è proprio quello del gruppo abituale: la distanza lunga senza il protocollo non ha cambiato la misura, e il protocollo a distanza corta nemmeno, per cui lo studio non permette di attribuire il miglioramento a una delle due cose da sola. Il gruppo dei 70 metri, inoltre, partiva da un indice più alto degli altri, e una parte del suo calo può essere regressione verso la media. L'affermazione che allenarsi sulle distanze lunghe migliora la resistenza alla fatica è quindi contestata, con un limite che vale per tutto lo studio: uno scatto di corsa non è la tenuta del punteggio nelle ultime volée di una gara.
Lo stesso studio ha misurato la concentrazione con un test di disegno allo specchio, e gli autori ne concludono che le distanze lunghe la migliorano più dell'allenamento abituale. Le loro tabelle raccontano un'altra cosa: il tempo del test si accorcia in tutti i gruppi, e il calo più grande è proprio nel gruppo abituale, da 74,5 a 47,0 secondi, contro i 74,0 e 54,8 del gruppo dei 70 metri; sugli errori i quattro gruppi non si distinguono. Buona parte del miglioramento è imparare il test, e anche l'affermazione che allenarsi alle distanze lunghe migliora la concentrazione più dell'allenamento abituale è contestata. In nessuno dei due casi lo studio ha guardato il punteggio sul bersaglio.
Dove si fermano gli studi
Messi insieme, questi lavori rispondono a domande più strette di quella da cui siamo partiti. Nessuno ha confrontato una stagione passata a 70 metri con una passata a distanze diverse misurando il punteggio di gara. Gli esperimenti di allenamento recenti durano al massimo dodici settimane e mettono dieci arcieri in ogni gruppo, giovani, di club o di una selezione provinciale; quando misurano il tiro lo fanno a una sola distanza, 30 metri, e quello sulle distanze lunghe il punteggio non l'ha misurato affatto. Lo studio sulle distanze di gara, l'unico su arcieri di livello internazionale, non è un esperimento di allenamento: fotografa arcieri che si sono già allenati come volevano.
Ne esce un quadro in cui le idee del campo non trovano conferma, senza che le idee opposte la trovino al loro posto. Partire da vicino non ha dato risultati migliori, anche se l'unica prova ha sessant'anni e classi non assegnate a caso; le distanze di gara non hanno mostrato un vantaggio specifico, salvo i 70 metri negli uomini; cambiare distanza ha prevalso in un esperimento e perso nell'altro; e la distanza lunga, da sola, non ha cambiato l'indice di fatica né ha dato un vantaggio al test di concentrazione, dove sono migliorati tutti.
Cosa ne ricavo per il campo
Da questi studi non esce una distanza giusta a cui allenarsi, e non ne proporrò una. Escono però alcune indicazioni che cambiano il modo in cui guardo le abitudini del campo, e le tengo tutte al livello delle prove che le sostengono.
La prima riguarda chi comincia. Partire a pochi metri ha ragioni pratiche, e il registro non dice che sia dannoso: dice che l'unico confronto non ha trovato un vantaggio nel farlo. Con un allievo che dopo qualche lezione regge già il gesto, quindi, non vedo motivo di trattenerlo vicino al bersaglio solo per seguire una progressione, tanto più che nello studio del 1966 la tendenza, pur senza differenze significative, era a favore delle lezioni fatte, cioè di quanto si era tirato.
La seconda riguarda le distanze di gara. Negli arcieri esperti di quello studio la curva del punteggio con la distanza era quasi una retta, e le distanze allenate per anni non stavano sopra di essa, salvo i 70 metri negli uomini. Ne ricavo un'ipotesi, che nessuno ha messo alla prova con un esperimento: il lavoro fatto a una distanza non sembra restare chiuso lì, e tirare ogni tanto a distanze intermedie, o a quelle che non si tirano mai, potrebbe non togliere niente. Prima di una gara, d'altra parte, la sua distanza serve comunque per tarare il mirino e vedere il proprio gruppo lì, ed è una ragione pratica che non dipende da questi studi.
La terza riguarda la scelta fra distanza fissa e variabile, ed è quella su cui sono più prudente. I due esperimenti si contraddicono, e quello costruito meglio misura anche il vantaggio di allenarsi alla distanza della prova. Se preparo una gara a una distanza sola, allenarmi molto su quella è coerente con il più solido dei due esperimenti, con il limite appena detto; se le gare cambiano distanza, alternare non ha mostrato un costo che si possa attribuire con sicurezza alla variazione. Dal punto di vista dell'apprendimento motorio variare le condizioni ha buone ragioni teoriche, ma sugli arcieri, per ora, le misure non le confermano né le smentiscono. In tutti e due gli studi, poi, migliorano tutti gli arcieri, e senza un gruppo che continuasse come prima non si sa quanto del guadagno venga dal programma e quanto dalla distanza.
L'ultima riguarda la fatica. Tirare a 70 metri, da solo, non ha cambiato l'indice di fatica e non ha dato al test di concentrazione più di quanto abbia dato l'allenamento abituale, e nessuno ha misurato la tenuta di fine gara in funzione della distanza di allenamento. Se cerco la tenuta, quindi, non la affido ai metri: guardo come è costruita la seduta, quante frecce e con che ritmo, e la verifico sul punteggio delle ultime volée di un round completo, confrontato con quello delle prime, che è la misura che interessa a un arciere.